Per Pier Paolo Pasolini, che nel 1973 vi girò "Il fiore delle Mille e una notte, Sana'a era "la città più bella del mondo". Ne rimase affascinato al punto di non esitare a lanciare all'Unesco un accorato appello, sotto forma di documentario, per salvaguardarne la fragile bellezza, preservata dagli sfregi della modernizzazione da secoli di isolamento. È quindi anche per merito dell'intervento dello scrittore e regista italiano se ancora oggi la capitale dello Yemen, dichiarata nel 1986 Patrimonio dell'Umanità, incanta i viaggiatori con i suoi palazzi di pietra e fango ornati di decorazioni di calce bianca simili a raffinati ricami, le cinquanta moschee e i mercati straripanti di spezie, argenti e tessuti preziosi.
Fondata secondo la leggenda da Sem, il figlio di Noé salvatosi dal Diluvio universale, è tra le città più antiche del mondo, un tempo protetta da possenti mura in cui si aprivano sette porte. Di queste, rimane soltanto la monumentale Bab Al-Yemen, principale accesso al labirinto di vicoli dell'affollato Suq Al-Milh, il mercato centrale suddiviso in settori secondo l'antica suddivisione delle corporazioni dei mestieri. Qui i fabbri, là i venditori di spezie e qat (una pianta dall'effetto euforizzante consumata in tutto il paese), più avanti i falegnami, gli orefici, i mercanti di antichità e così via in una festa di voci, suoni e colori che inizia con il sorgere del sole. Sparse ovunque sono le bottegucce dei venditori di jambiya, il pugnale ricurvo che tutti, ma proprio tutti gli uomini yemeniti, sfoggiano infilato nel cinturone in vita. Più che un'arma è un simbolo di virilità e per lo più viene sfoderato solo in occasioni festose, come la popolare danza delle jambiya eseguita alle feste di matrimonio dagli amici dello sposo.
Un tenue aroma d'incenso aleggia, inconfondibile, nelle viuzze della medina, la città vecchia. Proviene dalle case dove gli incensieri vengono ancora usati per profumare gli ambienti e impregnare della delicata fragranza gli sharshaf, i veli neri indossati dalle donne yemenite. Tradizioni che riportano al tempo dell'Arabia Felix, il favoloso regno dei Sabei reso ricchissimo dall'abbondanza di incenso, mirra e spezie pregiate commercializzate in tutto il Mediterraneo. Mimetizzati tra bancarelle e botteghe, in rovina o trasformati in atelier di artigiani, nel suq di Sana'a ci sono ancora alcuni samsarat, i caravanserragli, un tempo punti di sosta per le carovane di mercanti che attraversavano la penisola arabica con i loro preziosi carichi seguendo la Via dell'Incenso, la più antica strada commerciale della storia. Lo stesso percorso seguito 3000 anni fa anche dalla leggendaria Regina di Saba per recarsi a Gerusalemme con lo scopo di mettere alla prova la proverbiale saggezza di re Salomone.
L'itinerario, che si estendeva per 2200 chilometri scanditi da 65 tappe, aveva origine nella regione dell'Hadramout, cuore dell'Arabia Felix e grande produttore d'incenso pregiatissimo. Da tempo immemorabile, capitale del distretto è Shibam, meglio nota come la "Manhattan del deserto" per i suoi "grattacieli" di fango, alti fino a nove piani. In realtà sono case-fortezza, costruite dai facoltosi mercanti del passato per esibire e al tempo stesso proteggere dai predoni del deserto le enormi ricchezze accumulate. Sebbene si tratti di una città millenaria, la maggior parte degli edifici, tuttora abitati, risalgono al XVI secolo: una meraviglia architettonica che oltre a calamitare turisti a frotte è valsa alla città l'iscrizione nel Patrimonio Mondiale dell'Unesco. Attraversando oasi di palme da dattero e campi coltivati da contadine con bizzarri cappelli di paglia a punta, si arriva a Seyun, centro di commerci dominato dalla mole abbacinante del grandioso Palazzo del Sultano.
I suoi saloni ospitano oggi due musei: uno archeologico, con reperti provenienti della zona; l'altro etnografico, che raccoglie attrezzi, costumi e gioielli della popolazione locale. Le finestre del palazzo incorniciano i numerosi minareti della città, eredità di un tempo, nemmeno troppo remoto, in cui Seyun era un importante centro religioso e di studi islamici. La vicina Tarim non era da meno con le sue 365 moschee, tra cui quella di al-Muhdar che vanta un vertiginoso minareto di 46 metri, il più alto di tutto lo Yemen. Oltre che per l'incenso, l'Hadramout è noto anche per il suo miele dolcissimo, prodotto soprattutto nel Wadi Doan, la "valle del miele", appunto. Anche se in verità si tratta di un canyon ripido e roccioso al quale sono abbarbicati villaggetti di fango, che vivono sospesi in un interminabile Medio Evo.
Stessa atmosfera fuori dal tempo anche nelle cittadine di montagna che punteggiano gli altopiani attorno a Sana'a, raggiungibili solo in fuoristrada inerpicandosi lungo sterrate mozzafiato tra campi terrazzati coltivati a qat. Veri nidi d'aquila costruiti in pietra locale in modo da mimetizzarsi con il paesaggio e sfuggire così agli attacchi di predoni e invasori. Come al-Hajjara, una roccaforte con le case a torre a strapiombo su un precipizio, cui si accede da una scenografica scalinata scavata nella roccia; Thula dalle belle dimore in pietra finemente decorate e protette da una cinta di mura; Hababa, raccolta attorno a una grandiosa cisterna colma d'acqua color smeraldo. Troneggia invece solitario in cima a uno sperone roccioso alto 50 metri che si innalza al centro di una fertile vallata lo spettacolare Dar al-Hajar, il "palazzo sulla roccia" fatto costruire dall'Iman Yahya negli anni Trenta del secolo scorso sulle rovine di un edificio di epoca pre-islamica. Articolato su cinque piani, con ambienti separati per uomini e donne che grazie a un ingegnoso sistema di doppie scale non si incontravano mai, nemmeno per sbaglio, il complesso è la massima espressione della raffinata architettura yemenita.
Fondata secondo la leggenda da Sem, il figlio di Noé salvatosi dal Diluvio universale, è tra le città più antiche del mondo, un tempo protetta da possenti mura in cui si aprivano sette porte. Di queste, rimane soltanto la monumentale Bab Al-Yemen, principale accesso al labirinto di vicoli dell'affollato Suq Al-Milh, il mercato centrale suddiviso in settori secondo l'antica suddivisione delle corporazioni dei mestieri. Qui i fabbri, là i venditori di spezie e qat (una pianta dall'effetto euforizzante consumata in tutto il paese), più avanti i falegnami, gli orefici, i mercanti di antichità e così via in una festa di voci, suoni e colori che inizia con il sorgere del sole. Sparse ovunque sono le bottegucce dei venditori di jambiya, il pugnale ricurvo che tutti, ma proprio tutti gli uomini yemeniti, sfoggiano infilato nel cinturone in vita. Più che un'arma è un simbolo di virilità e per lo più viene sfoderato solo in occasioni festose, come la popolare danza delle jambiya eseguita alle feste di matrimonio dagli amici dello sposo.
Un tenue aroma d'incenso aleggia, inconfondibile, nelle viuzze della medina, la città vecchia. Proviene dalle case dove gli incensieri vengono ancora usati per profumare gli ambienti e impregnare della delicata fragranza gli sharshaf, i veli neri indossati dalle donne yemenite. Tradizioni che riportano al tempo dell'Arabia Felix, il favoloso regno dei Sabei reso ricchissimo dall'abbondanza di incenso, mirra e spezie pregiate commercializzate in tutto il Mediterraneo. Mimetizzati tra bancarelle e botteghe, in rovina o trasformati in atelier di artigiani, nel suq di Sana'a ci sono ancora alcuni samsarat, i caravanserragli, un tempo punti di sosta per le carovane di mercanti che attraversavano la penisola arabica con i loro preziosi carichi seguendo la Via dell'Incenso, la più antica strada commerciale della storia. Lo stesso percorso seguito 3000 anni fa anche dalla leggendaria Regina di Saba per recarsi a Gerusalemme con lo scopo di mettere alla prova la proverbiale saggezza di re Salomone.
L'itinerario, che si estendeva per 2200 chilometri scanditi da 65 tappe, aveva origine nella regione dell'Hadramout, cuore dell'Arabia Felix e grande produttore d'incenso pregiatissimo. Da tempo immemorabile, capitale del distretto è Shibam, meglio nota come la "Manhattan del deserto" per i suoi "grattacieli" di fango, alti fino a nove piani. In realtà sono case-fortezza, costruite dai facoltosi mercanti del passato per esibire e al tempo stesso proteggere dai predoni del deserto le enormi ricchezze accumulate. Sebbene si tratti di una città millenaria, la maggior parte degli edifici, tuttora abitati, risalgono al XVI secolo: una meraviglia architettonica che oltre a calamitare turisti a frotte è valsa alla città l'iscrizione nel Patrimonio Mondiale dell'Unesco. Attraversando oasi di palme da dattero e campi coltivati da contadine con bizzarri cappelli di paglia a punta, si arriva a Seyun, centro di commerci dominato dalla mole abbacinante del grandioso Palazzo del Sultano.
I suoi saloni ospitano oggi due musei: uno archeologico, con reperti provenienti della zona; l'altro etnografico, che raccoglie attrezzi, costumi e gioielli della popolazione locale. Le finestre del palazzo incorniciano i numerosi minareti della città, eredità di un tempo, nemmeno troppo remoto, in cui Seyun era un importante centro religioso e di studi islamici. La vicina Tarim non era da meno con le sue 365 moschee, tra cui quella di al-Muhdar che vanta un vertiginoso minareto di 46 metri, il più alto di tutto lo Yemen. Oltre che per l'incenso, l'Hadramout è noto anche per il suo miele dolcissimo, prodotto soprattutto nel Wadi Doan, la "valle del miele", appunto. Anche se in verità si tratta di un canyon ripido e roccioso al quale sono abbarbicati villaggetti di fango, che vivono sospesi in un interminabile Medio Evo.
Stessa atmosfera fuori dal tempo anche nelle cittadine di montagna che punteggiano gli altopiani attorno a Sana'a, raggiungibili solo in fuoristrada inerpicandosi lungo sterrate mozzafiato tra campi terrazzati coltivati a qat. Veri nidi d'aquila costruiti in pietra locale in modo da mimetizzarsi con il paesaggio e sfuggire così agli attacchi di predoni e invasori. Come al-Hajjara, una roccaforte con le case a torre a strapiombo su un precipizio, cui si accede da una scenografica scalinata scavata nella roccia; Thula dalle belle dimore in pietra finemente decorate e protette da una cinta di mura; Hababa, raccolta attorno a una grandiosa cisterna colma d'acqua color smeraldo. Troneggia invece solitario in cima a uno sperone roccioso alto 50 metri che si innalza al centro di una fertile vallata lo spettacolare Dar al-Hajar, il "palazzo sulla roccia" fatto costruire dall'Iman Yahya negli anni Trenta del secolo scorso sulle rovine di un edificio di epoca pre-islamica. Articolato su cinque piani, con ambienti separati per uomini e donne che grazie a un ingegnoso sistema di doppie scale non si incontravano mai, nemmeno per sbaglio, il complesso è la massima espressione della raffinata architettura yemenita.