Viaggi

Medio Oriente

Attraverso lo specchio della terra promessa

Il viaggio di Gesù nella Terra Santa: deserti, montagne, città, le falde dell'Hermon, Tiro. In un libro l'emozionante percorso tra storia, fede e cronaca. I Viaggi

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Mi sono nutrito nella mia vita di viaggiatore sedentario di Goethe, Stendhal, Roth, Heine, Loti, Beckford, De Nerval. Ho amato "A Nord del Sud" di Shiva Naipaul perché mi ha fatto percorrere con sapienza e commozione l'Africa.

Ho sognato con Bruce Chatwin in Patagonia e in Australia. La terra di "In Patagonia", che Chatwin ci descrive in molte tappe tra finti castelli e vaste fattorie, è un luogo pieno di fantasmi dove domina la calma primitiva del deserto e che entra con dolce forza nella nostra immaginazione.

Ne "Le vie dei canti" Chatwin percorre l'Australia degli aborigeni, e racconta i miti delle piste del sogno, e i rapporti tra magia e religione che condizionano e indirizzano l'intensa vita quotidiana di quelle popolazioni. Ho ammirato il libro delle "Profezie" di Cristoforo Colombo, un resoconto preciso del viaggio interiore di un uomo del Rinascimento, irrequieto e geniale.

Con Wim Wenders e il suo occhio ho capito qualcosa del Giappone. "Tokyo-Ga" narra la vita di un maestro di immagini come Ozu, compiendo un viaggio nella memoria che è un viaggio nel cinema del regista giapponese, ma anche un viaggio nella Tokyo contemporanea offrendone gli aspetti più bizzarri, per esempio le fabbriche di cibi finti che poi vengono esposti nelle vetrine dei ristoranti, per invogliare il cliente e per mostrargli in dettaglio ciò che potrebbe ordinare e mangiare. "Tokyo-Ga" non è solo un documentario, è un vero film di viaggio.

Intendendo il viaggio come l'itinerario intorno e dentro a un fatto, sicché il "fatto" può essere l'avventura umana e professionale di Ozu come il percorso iniziatico di Cristoforo Colombo o l'amore di Chatwin per la Patagonia e l'Australia. Chatwin scrive: "L'atto stesso del viaggiare contribuisce a creare una sensazione di benessere fisico e mentale mentre la monotonia della stasi prolungata tesse nel cervello trame che generano prostrazione e un senso di inadeguatezza personale".

Un racconto di viaggio si rivolge a chi non intende mettersi al seguito del viaggiatore ma cerca piuttosto elementi di meraviglia e spregiudicatezza che il proprio luogo o il proprio tempo non riescono più a offrire. Il lettore di un buon racconto di viaggi si troverà a percorrere tré strade simultaneamente: all'esterno, nella fantasia dell'autore, nella propria fantasia. Per l'immaginazione letteraria, spiegava Auden, è impossibile prendere un treno o un aereo senza nutrire una fantasia di se stessi come eroi alla ricerca di una principessa incantata o di sorgenti di vita.

E la ragione per cui si prova piacere a leggere libri di viaggio anche se immaginiamo soltanto di assaporare le singolarità di Petra o di San'a o del Mar Morto. "Quando ero giovane," ha scritto Borges "ero sempre alla ricerca di nuove metafore. In seguito ho scoperto che le buone metafore sono sempre le stesse.

Intendo dire che se si paragona il tempo alla storia, la morte al sonno, la vita al sogno, queste sono le grandi metafore della letteratura perché corrispondono a qualcosa di essenziale." Ma se vivere e morire sono come viaggiare, anche leggere e scrivere lo sono. Per Albert Camus ciò che da valore al viaggio è la paura, il fatto che in un certo momento siamo tanto lontani dal nostro paese.

Ecco perché non dovremmo mai dire che viaggiamo per piacere. In realtà il viaggiare è un'occasione per affrontare una prova spirituale e il racconto di viaggio ne è la più lucida testimonianza. L'antropologo Nelson Graburn spiega che i turisti portano indietro i loro ricordi imitando chi cercava il Santo Graal. Perché ogni viaggio è una ricerca del Graal e la sua riuscita è proporzionale al grado in cui il mito si è realizzato. Ma il viaggio è anche ricerca di novità, osservava Paul Bowles, l'autore di "II tè nel deserto".

Ogni volta che Bowles andava in un luogo che non aveva ancora visto sperava che fosse diverso da quelli che conosceva: per un viaggiatore è naturale cercare la diversità, e se poi la gente fosse uguale dappertutto non avrebbe davvero senso spostarsi da un posto all'altro. Un bravo scrittore di viaggio, spiegava Hudson, è devoto solo al dio dei viandanti e soprattutto non è un "osservatore imparziale ". Perché l' "osservatore imparziale" è il più triste dei cronisti. Coglie tutto ciò che è mutevole, da bravo cronista, ma i suoi occhi hanno il difetto della fissità. E soprattutto non ascolta quello che ha dentro di sé. Eppure dovrebbe farlo, per offrire le parole del proprio cuore assieme a quelle della propria ragione.

Registra invece la voce momentanea dell'ambiente che lo circonda, ma prima che ne dia notizia quel mondo che ha descritto non è già più lo stesso. Ecco dunque perché l' "osservatore imparziale" rischia di parlare spesso in modo piatto e vecchio. In fondo, raccontare un viaggio è come "attraversare lo specchio ". Dall'altra parte dello specchio ci sono le valli, i prati, le pianure sconfinate e libere e colorate della fantasia. Oltre il mio specchio c'era il viaggio di Gesù nella sua Terra Santa seguendo il messaggio di salvezza giunto a noi attraverso l'Antico e il Nuovo Testamento. Con Sandro quel viaggio l'avevamo immaginato e costruito nei dettagli durante le nostre serate ottenendo, secondo lui, la quieta approvazione e partecipazione di Tonno. Che, era implicito, ci avrebbe seguito affrontando deserti, montagne, città, villaggi, fiumi, laghi, muri, fili spinati, giudei, samaritani, filistei.

Ci eravamo messi a studiare una cartina geografica di quella terra che il Deuteronomio descriveva per bocca di Mosè: "Buona, con torrenti e sorgenti che scaturiscono dagli abissi nelle valli e sulle montagne, ricca di frumento, orzo, viti, fichi e melograni, terra di oliveti e miele... che si abbevera dell'acqua della pioggia del cielo, una terra di cui ha cura il Signore tuo Dio". In quella esigua striscia di sabbia e pietra sul Mediterraneo che univa la Siria all'Egitto si erano svolti i principali avvenimenti dell'Antico e del Nuovo Testamento, aveva commentato Sandro con insolita gravita. E aveva proseguito, come parlando a se stesso, per fissare meglio i ricordi e i percorsi storici, che lì vivevano gli Shasu, nomadi beduini che fin dal 3000 a.C. avevano causato qualche danno ai faraoni. Dalla seconda metà del secondo millennio a.C. era stata chiamata Canaan, e il termine indicava la provincia orientale dell'impero egiziano. A Canaan erano poi arrivati i cosiddetti popoli del mare, i Filistei, che avevano occupato l'area lungo il Mediterraneo. Da loro venne il nome di Palestina, che in un primo tempo riguardava solo la regione costiera.

A Canaan si stabilirono le tribù di Israele e di Giuda, che furono unificate da David di Betlemme. Così per il racconto biblico Canaan divenne la Terra della Promessa legata al messaggio di salvezza di cui il popolo di Israele è portatore per l'umanità. La regione a nord confinava con il Libano su una linea che da Tiro arrivava sino alle falde dell'Hermon; a est con il deserto siro-arabico; a sud con il deserto che iniziava sotto il Mar Morto e Bersabea, e a ovest con il Mediterraneo. L'intera superficie non andava oltre i 34.000 chilometri quadrati. La Sicilia, per fare un paragone, misura 25.426 chilometri quadrati.

Comunque, la geografìa politica variò attraverso le epoche storiche: la maggiore estensione si ebbe con David e Salomone, e poi al tempo di Erode (38 a.C. - 4 d.C.), quando le regioni dell'Idumea, Giudea, Samaria, Galilea, Gaulantide e Perea furono riunite sotto il suo regno. Sotto gli inglesi, tra il 1922 e il 1948, la Palestina si rimpicciolì perché la Transgiordania, nel 1923, era diventata Regno di Giordania. Poi, con l'armistizio concluso a Rodi fra arabi ed ebrei nell'aprile del 1949, dei 27.000 chilometri quadrati della Palestina sotto mandato britannico, 20.700, e cioè la maggior parte della Galilea fino al Neghev, passarono allo Stato d'Israele, e i restanti, lungo la linea Jenin, Nablus, Gerusalemme Vecchia, Hebron, rimasero assegnati al Regno hascemita di Giordania. La zona di Gaza restò sotto il controllo egiziano.

Con la guerra del giugno 1967 questi confini mutarono, e i luoghi santi finirono in territorio israeliano. Ed erano quelli, a parte la fonte battesimale di Gesù, che si trovava in Giordania, che noi avremmo visitato. Sandro aveva concluso riflettendo sul fatto che alla fine del 1947 la regione contava 2.260.000 abitanti, di cui 1.140.000 musulmani, circa 700.000 ebrei e circa 145.000 cristiani. Oggi, su 9,3 milioni di persone che vivevano in Israele, Cisgiordania e Gaza, il 53 percento era costituito da ebrei.

Ma nel 2010, secondo le previsioni, questa percentuale sarebbe scesa al 48,6 percento e nel 2050 si sarebbe ridotta al 35,1 percento e la maggioranza della popolazione sarebbe stata araba. Lui quelle previsioni non le considerava utili per l'Occidente e positive per la pace.