"Trágame Tierra", inghiottimi terra. Un'imprecazione, una disperata esortazione alla matrigna spietata, che offre allo sguardo un aspetto lussureggiante, fertile, ammaliante, eppure, ai suoi figli ha sempre imposto un destino di sacrifici, umiliazioni, sconfitte. Trágame Tierra è il titolo del primo romanzo che ho tradotto, nel lontano 1987, dello scrittore nicaraguense Lizandro Chávez Alfaro: la narrazione del conflitto tra le generazioni che hanno vissuto il trapasso dal vecchio Nicaragua coloniale, insanguinato dalla dittatura della dinastia Somoza, fino ai primi moti della Rivoluzione sandinista, la saga di due generazioni di vinti, uomini senza radici trascinati alla deriva dall'acqua di una rete di fiumi che stringe una catena di vulcani, una miriade di piccoli affluenti che attraverso le piantagioni scendono fino a Bluefields, sulla Costa atlantica.
Acqua torbida, pioggia onnipresente, atmosfere umide e brumose: il vecchio Plutarco Pineda risale le interminabili correnti con la sua piccola barca, carica di frutta troppo matura e animali troppo scarni... Nel 1987, poco dopo l'uscita del libro, feci un viaggio in Nicaragua sulle tracce di Plutarco Pineda. Da Managua dovevo raggiungere El Rama, imbarcadero sul Río Escondido, allora in piena zona di guerra. I mercenari contras scendevano dalle basi in Honduras compiendo massacri indiscriminati, piazzando mine sulle strade, mitragliando barche sui fiumi.
Speravo di arrivarci in corriera, ma al mercato Israel Levite, da dove partivano, per almeno una settimana non c'era modo di trovare un posto, neppure sul tetto tra sacchi di yucca e galline. Riuscii ad accordarmi con un tassista, che mi avvertì: "Se la strada è bloccata a Santo Tomás per un attacco, io torno subito indietro, decidi tu se restare lì". Pochi giorni prima a Santo Tomás c'era stato uno scontro sanguinoso tra mercenari e sandinisti, e proprio sul Río Escondido i contras avevano mitragliato una lancia di pescatori, lasciando moribondi i tre uomini e sequestrando una donna, sorte ben peggiore, la sua.
Partimmo alle 4 e mezzo del mattino, su una sgangherata Plymouth che l'autista fermava ogni cinquanta chilometri per versare acqua nel radiatore. Verso le 11 eravamo già a El Rama, dopo aver incrociato varie pattuglie di soldati ma nessun problema a Santo Tomás. Stagione delle piogge, fango ovunque, caldo umido soffocante, tutto si inzuppava, si gonfiava, marciva. E finalmente l'imbarcadero, dove Plutarco Pineda rispondeva alle domande aggressive della Guardia Nacional: "Vengo da più in là di Muelle de los Bueyes".
Río Escondido, immenso, gonfio di piogge, limaccioso, scorreva a una velocità che mi rendeva difficile capire come i Plutarco e i Teodulo potessero risalirlo a forza di remi. Il molo era identico a come veniva descritto nel romanzo: un dirupo di fango scivoloso dove non si sa come tutti riuscissero ad arrampicarsi, una chiatta di ferro disperatamente ormeggiata agli alberi mentre intorno sfilavano veloci i tronchi trascinati a valle da centinaia di chilometri più a monte. Il battello armato, cioè scortato da un mitragliere sandinista, quel giorno non partiva.
Salii su una lancia di pescatori. Cinque ore con il motore fuoribordo a manetta, scrosci di pioggia improvvisi, tiravamo sulla testa teli di plastica, poi il sole tornava a splendere. Rari coccodrilli, molte tartarughe tra le mangrovie, e verso la foce, vecchi mercantili giganteschi - almeno così mi apparivano dal nostro guscio di noce - che risalivano la corrente, rugginosi e stanchi. Pensavo ai miei riferimenti cinematografici, Fitzcarraldo innanzi tutto, per la vegetazione fittissima tutta intorno, poi incrociammo un battello militare, e sembrava Apocalypse Now, con quella mitraglia a prua e i quattro soldati che salutavano con un gesto parco, lento, malinconico.
Ogni tanto, qualche piroga di indios, che scivolava tra le capanne su palafitte, i ragazzini si sbracciavano e ridevano allegri, io mi chiedevo se fossero misquitos, sumo o rama, le tre etnie della zona. E finalmente Bluefields, cittadina di legno variopinto, colori pastello sbiadito e scrostato, labirinto di barche, una candida chiesa dal tetto rosso, abitanti dalla pelle nera, discendenti degli schiavi africani, un reggae lentissimo che accompagnava i movimenti di giorno e animava le nottate, non fresche ma almeno respirabili. Per l'intero mese di maggio si ballava in strada il Palo de Mayo, antico rito della fertilità che il cattolicesimo non ha privato della carica sensuale.
A Bluefields riconobbi persino il magazzino del cinese Siu Ling, gestione diversa ma stessa aria immota e indolente, all'angolo di Punta Fría immaginai La Viqui in attesa che un César le rivolgesse la parola, mollemente appoggiata all'unico lampione, e poi ragazzi a cavallo, donne flessuose, uomini radunati agli incroci di strade dal fondo di sabbia bagnata, tra i quali individuare i volti di Barrantes ubriaco o di Plutarco Pineda, dallo sguardo spento, ineluttabilmente sconfitto da una terra che si rifiuta di inghiottirlo, perpetuando le sue umiliazioni.
Acqua torbida, pioggia onnipresente, atmosfere umide e brumose: il vecchio Plutarco Pineda risale le interminabili correnti con la sua piccola barca, carica di frutta troppo matura e animali troppo scarni... Nel 1987, poco dopo l'uscita del libro, feci un viaggio in Nicaragua sulle tracce di Plutarco Pineda. Da Managua dovevo raggiungere El Rama, imbarcadero sul Río Escondido, allora in piena zona di guerra. I mercenari contras scendevano dalle basi in Honduras compiendo massacri indiscriminati, piazzando mine sulle strade, mitragliando barche sui fiumi.
Speravo di arrivarci in corriera, ma al mercato Israel Levite, da dove partivano, per almeno una settimana non c'era modo di trovare un posto, neppure sul tetto tra sacchi di yucca e galline. Riuscii ad accordarmi con un tassista, che mi avvertì: "Se la strada è bloccata a Santo Tomás per un attacco, io torno subito indietro, decidi tu se restare lì". Pochi giorni prima a Santo Tomás c'era stato uno scontro sanguinoso tra mercenari e sandinisti, e proprio sul Río Escondido i contras avevano mitragliato una lancia di pescatori, lasciando moribondi i tre uomini e sequestrando una donna, sorte ben peggiore, la sua.
Partimmo alle 4 e mezzo del mattino, su una sgangherata Plymouth che l'autista fermava ogni cinquanta chilometri per versare acqua nel radiatore. Verso le 11 eravamo già a El Rama, dopo aver incrociato varie pattuglie di soldati ma nessun problema a Santo Tomás. Stagione delle piogge, fango ovunque, caldo umido soffocante, tutto si inzuppava, si gonfiava, marciva. E finalmente l'imbarcadero, dove Plutarco Pineda rispondeva alle domande aggressive della Guardia Nacional: "Vengo da più in là di Muelle de los Bueyes".
Río Escondido, immenso, gonfio di piogge, limaccioso, scorreva a una velocità che mi rendeva difficile capire come i Plutarco e i Teodulo potessero risalirlo a forza di remi. Il molo era identico a come veniva descritto nel romanzo: un dirupo di fango scivoloso dove non si sa come tutti riuscissero ad arrampicarsi, una chiatta di ferro disperatamente ormeggiata agli alberi mentre intorno sfilavano veloci i tronchi trascinati a valle da centinaia di chilometri più a monte. Il battello armato, cioè scortato da un mitragliere sandinista, quel giorno non partiva.
Salii su una lancia di pescatori. Cinque ore con il motore fuoribordo a manetta, scrosci di pioggia improvvisi, tiravamo sulla testa teli di plastica, poi il sole tornava a splendere. Rari coccodrilli, molte tartarughe tra le mangrovie, e verso la foce, vecchi mercantili giganteschi - almeno così mi apparivano dal nostro guscio di noce - che risalivano la corrente, rugginosi e stanchi. Pensavo ai miei riferimenti cinematografici, Fitzcarraldo innanzi tutto, per la vegetazione fittissima tutta intorno, poi incrociammo un battello militare, e sembrava Apocalypse Now, con quella mitraglia a prua e i quattro soldati che salutavano con un gesto parco, lento, malinconico.
Ogni tanto, qualche piroga di indios, che scivolava tra le capanne su palafitte, i ragazzini si sbracciavano e ridevano allegri, io mi chiedevo se fossero misquitos, sumo o rama, le tre etnie della zona. E finalmente Bluefields, cittadina di legno variopinto, colori pastello sbiadito e scrostato, labirinto di barche, una candida chiesa dal tetto rosso, abitanti dalla pelle nera, discendenti degli schiavi africani, un reggae lentissimo che accompagnava i movimenti di giorno e animava le nottate, non fresche ma almeno respirabili. Per l'intero mese di maggio si ballava in strada il Palo de Mayo, antico rito della fertilità che il cattolicesimo non ha privato della carica sensuale.
A Bluefields riconobbi persino il magazzino del cinese Siu Ling, gestione diversa ma stessa aria immota e indolente, all'angolo di Punta Fría immaginai La Viqui in attesa che un César le rivolgesse la parola, mollemente appoggiata all'unico lampione, e poi ragazzi a cavallo, donne flessuose, uomini radunati agli incroci di strade dal fondo di sabbia bagnata, tra i quali individuare i volti di Barrantes ubriaco o di Plutarco Pineda, dallo sguardo spento, ineluttabilmente sconfitto da una terra che si rifiuta di inghiottirlo, perpetuando le sue umiliazioni.