Ogni volta che viaggio penso a Bruce Chatwin, che descrive la Patagonia come un luogo pieno di fantasmi, di finti castelli, di vaste fattorie dove domina la calma del deserto.
Penso a Cristoforo Colombo e al suo Libro delle Profezie che è il racconto del percorso interiore di un uomo irrequieto e geniale del Rinascimento.
Penso al film Tokio Ga di Wim Wenders, dove Wenders, narrando la vita del grande regista Ozu compie contemporaneamente un itinerario nella memoria e uno nella Tokio contemporanea evidenziandone gli aspetti più bizzarri, come le fabbriche di cibi finti che poi vengono esposti nelle vetrine dei ristoranti, per invogliare il cliente e mostrargli in dettaglio ciò che mangerà.
Ma se vivere e morire sono come viaggiare, anche leggere e scrivere lo sono. E in fondo raccontare un viaggio provando a essere devoti solo al dio dei viandanti è come attraversare lo specchio di Alice. Dall'altra parte, è il mio caso, ci sono le gole assolate di Petra e le rive bianche di sale del Mar Morto, le rovine magiche di Qumran e quelle di Umm er Rasas, la fonte battesimale di Gesù sul fiume Giordano al confine tra Israele e il regno Hascemita, e il castello di Karak, la città cristiana di Madaba e il Monte Nebo dove vive una parte dell'anno Padre Michele Piccirillo, grande archeologo francescano esperto di mosaici e protagonista, con il nome di Padre Matteo, del mio nuovo romanzo Il gabbiano di sale seguito ideale del Il Custode dell'acqua dove Padre Matteo era sempre al centro della storia.
Padre Michele-Matteo conosce bene la storia che non è "un incubo dal quale cercare di svegliarsi", come scriveva James Joyce, ma un sogno ricco di antichi mosaici che prendono vita grazie alla fiducia e all'ottimismo francescani. Padre Michele-Matteo ama il deserto perché gli ha concesso ogni ben di Dio, come la volta che andando a spasso, una sua abitudine, per quella terra arida e sabbiosa, inciampò in una pietra un po' più grossa delle altre. La raccolse, la esaminò e si rese conto di avere tra le mani un'ascia preistorica. Perfetta, levigata al punto giusto, affilata. Guardò meglio e ne scoprì molte altre. Un cimitero di asce preistoriche. Cominciò a raccoglierle consapevole dell'importante scoperta, ma anche convinto che era la Provvidenza ad aver guidato i suoi passi. Perché nell'animo di padre Michele-Matteo prima c'è la Provvidenza, poi la Scienza e quando Provvidenza e Scienza si incontrano, come nel suo caso, si rischia di passare alla storia.
Padre Michele-Matteo ha molti titoli. È professore di Geografia biblica presso lo Studium Biblicum Franciscanum, è direttore del museo dello Studium Biblicum, è direttore della missione archeologica Monte Nebo. Viaggia molto e viaggiare per lui è un'occasione per affrontare delle prove spirituali. E, come per Chatwin, anche per lui il viaggio è una ricerca del Santo Graal. E il viaggio più felice di Padre Michele-Matteo, quello che gli ha fatto scoprire il suo Graal, cioè Umm-Er-Rasas, è avvenuto qualche anno fa, quando scavando nel deserto giordano tra le pietre di quella città sconvolta da antichi terremoti, scoprì un complesso composto da quattro edifici sacri circondato da numerosi cortili e cappelle.
I mosaici delle due chiese più grandi erano di tempi diversi. Le iscrizioni in greco che vi si leggevano spiegavano l'evoluzione degli edifici. Padre Michele-Matteo scoprì anche che nel VII sec., quando da più di 100 anni la regione era governata dai Califfi di Damasco, era stata costruita un'altra chiesa, dedicata a S.Stefano dalla "popolazione amante di Cristo di Kastron Mefaa e dal diacono Giovanni arconte capo dei Mafaoniti". Kastron Mefaa era il nome romano di Umm-Er-Rasas.
Padre Michele - Matteo sostiene che non gli basterà il tempo che Dio gli ha assegnato per completare gli scavi a Umm-Er-Rasas. Ma è felice di aver già dimostrato come la parola pace a quell'epoca fosse ben conosciuta dai fedeli di religioni diverse. Padre Michele-Matteo è l'ultimo erede di una grande tradizione, quella degli archeologi francescani. Verso la fine dell'800 ebbe inizio un complesso dibattito sull'autenticità dei Luoghi Santi tra studiosi europei e americani. I francescani si videro coinvolti in una discussione che poneva dubbi su quei santuari di cui erano custodi da secoli. Nacque così lo Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, che si dedicò agli scavi intorno ai santuari cristiani. L'obiettivo della ricerca era semplice: rintracciare le testimonianze perché quelle pietre e quei luoghi potessero risultare autentici. E dal 1923 ad oggi gli archeologi francescani hanno rivoltato quasi ogni pietra di Terra Santa.
Uno dei lavori di maggior impegno dello Studium è stato lo scavo sul Monte Nebo. Il Monte Nebo si trova nell'altopiano della Transgiordania, a 7 km a ovest di Madaba e si allunga sulla Valle del Giordano. Da questo balcone naturale si è affacciato anche il Papa, nel suo viaggio giubilare. Accanto a sé aveva naturalmente Padre Michele-Matteo. Con gli occhi all'orizzonte, il vecchio pellegrino e l'archeologo hanno guardato i luoghi fondamentali per la storia dell'uomo. Il Mar Morto, la Montagna di Giudea e di Samaría, il cono della fortezza dell'Herodion, Betlemme, le torri e le case di Gerusalemme sul Monte degli Ulivi, il cono della fortezza dell'Alexandreion, Qumran, l'oasi di Gerico, Iraq el-Amir, il Palazzo dei Tobiadi. La terra che anche Mosè vide dal monte Nebo, prima di morire, come racconta il Deuteronomio.
Nel 1864 alcuni collaboratori del duca di Luynes, impegnato nell'esplorazione dell'area del Mar Morto, furono condotti da guide beduine sulla cima del Nebo che la gente del posto indicava come il luogo dove era morto Mosè. Trovarono colonne, capitelli, pietre che provenivano da edifici in rovina. Altre notizie sul Monte Nebo furono trovate qualche tempo dopo in un manoscritto in lingua siriaca del V secolo, La vita di Pietro l'Ibero, vescovo monofisita di Gaza.
Queste testimonianze, di supporto agli studi biblici, convinsero i francescani a comprare la montagna. Nel 1933 ci fu la prima campagna di scavo. Furono riportati alla luce la Basilica e il monastero. In seguito, nel 1963, furono ritrovati mosaici di alto valore scientifico e culturale.
Nel 1976 i lavori vennero ripresi da Padre Michele-Matteo che, sotto il mosaico della cappella settentrionale, scoprì un prezioso mosaico che decorava l'antico battistero. Dalla basilica di Mosè, la ricerca di Padre Michele-Matteo si è estesa progressivamente alle rovine del villaggio di Nebo, con altre scoperte di mosaici nelle chiese dedicate a S.Giorgio e ai Santi Martiri Lot e Procopio.
Padre Michele-Matteo ha ritrovato e restaurato alcuni tra i mosaici più belli di Terra Santa. Lui spiega che quando scava con i suoi assistenti e sente che il mosaico è vicino, ferma tutti. Perché è come se uno specchio magico e sotterraneo gli annunciasse che quell'antica meraviglia vuole essere ritrovata e vista la prima volta proprio da lui. Allora prende in mano la cazzuola e delicatamente toglie via la terra fino a che non arriva a quella superficie dai mille disegni colorati.
Ogni giorno, quando si trova al Monte Nebo, al crepuscolo, Padre Michele-Matteo mette una tovaglia bianca e ricamata sul grande tavolo rettangolare della sala da pranzo. Stira con le mani le pieghe, si fa il segno della Croce e su quel tavolo celebra la messa, perché "Dio lo onori ovunque se hai fede". Anche perché, Padre Michele-Matteo, e sorride francescanamente mentre lo dice, spiega che in Terra Santa chi non crede ai miracoli non è realista.
Penso a Cristoforo Colombo e al suo Libro delle Profezie che è il racconto del percorso interiore di un uomo irrequieto e geniale del Rinascimento.
Penso al film Tokio Ga di Wim Wenders, dove Wenders, narrando la vita del grande regista Ozu compie contemporaneamente un itinerario nella memoria e uno nella Tokio contemporanea evidenziandone gli aspetti più bizzarri, come le fabbriche di cibi finti che poi vengono esposti nelle vetrine dei ristoranti, per invogliare il cliente e mostrargli in dettaglio ciò che mangerà.
Ma se vivere e morire sono come viaggiare, anche leggere e scrivere lo sono. E in fondo raccontare un viaggio provando a essere devoti solo al dio dei viandanti è come attraversare lo specchio di Alice. Dall'altra parte, è il mio caso, ci sono le gole assolate di Petra e le rive bianche di sale del Mar Morto, le rovine magiche di Qumran e quelle di Umm er Rasas, la fonte battesimale di Gesù sul fiume Giordano al confine tra Israele e il regno Hascemita, e il castello di Karak, la città cristiana di Madaba e il Monte Nebo dove vive una parte dell'anno Padre Michele Piccirillo, grande archeologo francescano esperto di mosaici e protagonista, con il nome di Padre Matteo, del mio nuovo romanzo Il gabbiano di sale seguito ideale del Il Custode dell'acqua dove Padre Matteo era sempre al centro della storia.
Padre Michele-Matteo conosce bene la storia che non è "un incubo dal quale cercare di svegliarsi", come scriveva James Joyce, ma un sogno ricco di antichi mosaici che prendono vita grazie alla fiducia e all'ottimismo francescani. Padre Michele-Matteo ama il deserto perché gli ha concesso ogni ben di Dio, come la volta che andando a spasso, una sua abitudine, per quella terra arida e sabbiosa, inciampò in una pietra un po' più grossa delle altre. La raccolse, la esaminò e si rese conto di avere tra le mani un'ascia preistorica. Perfetta, levigata al punto giusto, affilata. Guardò meglio e ne scoprì molte altre. Un cimitero di asce preistoriche. Cominciò a raccoglierle consapevole dell'importante scoperta, ma anche convinto che era la Provvidenza ad aver guidato i suoi passi. Perché nell'animo di padre Michele-Matteo prima c'è la Provvidenza, poi la Scienza e quando Provvidenza e Scienza si incontrano, come nel suo caso, si rischia di passare alla storia.
Padre Michele-Matteo ha molti titoli. È professore di Geografia biblica presso lo Studium Biblicum Franciscanum, è direttore del museo dello Studium Biblicum, è direttore della missione archeologica Monte Nebo. Viaggia molto e viaggiare per lui è un'occasione per affrontare delle prove spirituali. E, come per Chatwin, anche per lui il viaggio è una ricerca del Santo Graal. E il viaggio più felice di Padre Michele-Matteo, quello che gli ha fatto scoprire il suo Graal, cioè Umm-Er-Rasas, è avvenuto qualche anno fa, quando scavando nel deserto giordano tra le pietre di quella città sconvolta da antichi terremoti, scoprì un complesso composto da quattro edifici sacri circondato da numerosi cortili e cappelle.
I mosaici delle due chiese più grandi erano di tempi diversi. Le iscrizioni in greco che vi si leggevano spiegavano l'evoluzione degli edifici. Padre Michele-Matteo scoprì anche che nel VII sec., quando da più di 100 anni la regione era governata dai Califfi di Damasco, era stata costruita un'altra chiesa, dedicata a S.Stefano dalla "popolazione amante di Cristo di Kastron Mefaa e dal diacono Giovanni arconte capo dei Mafaoniti". Kastron Mefaa era il nome romano di Umm-Er-Rasas.
Padre Michele - Matteo sostiene che non gli basterà il tempo che Dio gli ha assegnato per completare gli scavi a Umm-Er-Rasas. Ma è felice di aver già dimostrato come la parola pace a quell'epoca fosse ben conosciuta dai fedeli di religioni diverse. Padre Michele-Matteo è l'ultimo erede di una grande tradizione, quella degli archeologi francescani. Verso la fine dell'800 ebbe inizio un complesso dibattito sull'autenticità dei Luoghi Santi tra studiosi europei e americani. I francescani si videro coinvolti in una discussione che poneva dubbi su quei santuari di cui erano custodi da secoli. Nacque così lo Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme, che si dedicò agli scavi intorno ai santuari cristiani. L'obiettivo della ricerca era semplice: rintracciare le testimonianze perché quelle pietre e quei luoghi potessero risultare autentici. E dal 1923 ad oggi gli archeologi francescani hanno rivoltato quasi ogni pietra di Terra Santa.
Uno dei lavori di maggior impegno dello Studium è stato lo scavo sul Monte Nebo. Il Monte Nebo si trova nell'altopiano della Transgiordania, a 7 km a ovest di Madaba e si allunga sulla Valle del Giordano. Da questo balcone naturale si è affacciato anche il Papa, nel suo viaggio giubilare. Accanto a sé aveva naturalmente Padre Michele-Matteo. Con gli occhi all'orizzonte, il vecchio pellegrino e l'archeologo hanno guardato i luoghi fondamentali per la storia dell'uomo. Il Mar Morto, la Montagna di Giudea e di Samaría, il cono della fortezza dell'Herodion, Betlemme, le torri e le case di Gerusalemme sul Monte degli Ulivi, il cono della fortezza dell'Alexandreion, Qumran, l'oasi di Gerico, Iraq el-Amir, il Palazzo dei Tobiadi. La terra che anche Mosè vide dal monte Nebo, prima di morire, come racconta il Deuteronomio.
Nel 1864 alcuni collaboratori del duca di Luynes, impegnato nell'esplorazione dell'area del Mar Morto, furono condotti da guide beduine sulla cima del Nebo che la gente del posto indicava come il luogo dove era morto Mosè. Trovarono colonne, capitelli, pietre che provenivano da edifici in rovina. Altre notizie sul Monte Nebo furono trovate qualche tempo dopo in un manoscritto in lingua siriaca del V secolo, La vita di Pietro l'Ibero, vescovo monofisita di Gaza.
Queste testimonianze, di supporto agli studi biblici, convinsero i francescani a comprare la montagna. Nel 1933 ci fu la prima campagna di scavo. Furono riportati alla luce la Basilica e il monastero. In seguito, nel 1963, furono ritrovati mosaici di alto valore scientifico e culturale.
Nel 1976 i lavori vennero ripresi da Padre Michele-Matteo che, sotto il mosaico della cappella settentrionale, scoprì un prezioso mosaico che decorava l'antico battistero. Dalla basilica di Mosè, la ricerca di Padre Michele-Matteo si è estesa progressivamente alle rovine del villaggio di Nebo, con altre scoperte di mosaici nelle chiese dedicate a S.Giorgio e ai Santi Martiri Lot e Procopio.
Padre Michele-Matteo ha ritrovato e restaurato alcuni tra i mosaici più belli di Terra Santa. Lui spiega che quando scava con i suoi assistenti e sente che il mosaico è vicino, ferma tutti. Perché è come se uno specchio magico e sotterraneo gli annunciasse che quell'antica meraviglia vuole essere ritrovata e vista la prima volta proprio da lui. Allora prende in mano la cazzuola e delicatamente toglie via la terra fino a che non arriva a quella superficie dai mille disegni colorati.
Ogni giorno, quando si trova al Monte Nebo, al crepuscolo, Padre Michele-Matteo mette una tovaglia bianca e ricamata sul grande tavolo rettangolare della sala da pranzo. Stira con le mani le pieghe, si fa il segno della Croce e su quel tavolo celebra la messa, perché "Dio lo onori ovunque se hai fede". Anche perché, Padre Michele-Matteo, e sorride francescanamente mentre lo dice, spiega che in Terra Santa chi non crede ai miracoli non è realista.