Viaggi

Altaquota

Atterraggio a 200 metri

Può capitare in un aeroporto particolarmente affollato di dover toccare il suolo a bassissima quota. Una manovra frequente ma sempre impegnativa che richiede massima attenzione e concentrazione. I Viaggi   

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E' UN UGGIOSO pomeriggio autunnale, e dopo una traversata tranquilla e senza storia siamo ormai a pochi minuti dall'atteraggio: nuvole basse, pioviggine, e il solito traffico convulso degli aeroporti intercontinentali del nord America. Sbuchiamo dalle nuvole a trecento metri di quota. L'aereo che ci precede ha appena messo le ruote a terra e sta frenando.

Non abbastanza da imboccare il primo svincolo, ma troppo per raggiungere alla svelta il secondo e rimane lì, quasi fermo in mezzo alla pista mentre noi ci avviciniamo. Dalla radio, la voce del controllore di torre “Can you make an S-turn to your right?”, ci chiede se possiamo fare una virata a destra (a sinistra c'è un'altra pista e altri aerei stanno atterrando) per guadagnare quei pochi secondi che ci permetteranno di avere via libera.

Non gli va di farci “riattaccare” per poi doverci di nuovo inserire nella stretta sequenza di arrivi, e dopo dieci ore di volo la prospettiva non alletta nemmeno noi. Ci guardiamo un attimo, un cenno di assenso, e via gli automatismi: pilotaggio manuale per questa insolita evoluzione a bassa quota, prima verso destra, poi di nuovo a sinistra per tornare allineati con la pista. E quell'altro è sempre lì, ancora non è uscito dalla pista e dalla radio di nuovo quella voce: “One more, please”, un'altra per favore.

Ora la quota è di duecento metri, e l'apertura alare dell'aereo è di quasi sessanta, ma si può fare... e via, ancora a destra e poi a sinistra, e stavolta la pista è sgombra e il controllore non dice più niente: sa che la manovra è impegnativa e non vuole distrarci, ancora pochi secondi e poi siamo finalmente a terra. Solo allora parla di nuovo: “Turn left on T taxiway, ground 121,9” per istruirci a imboccare una via di rullaggio e a cambiare la frequenza della radio, e poi aggiunge “Nice job, guys, thank you”, bel lavoro, ragazzi, grazie.

Sorridiamo, e mentre la tensione di pochi attimi fa si scioglie rulliamo verso il parcheggio. L'aereo di prima è proprio davanti a noi, e dentro di me gli dedico un po' di quel sorriso: mi ha costretto a un lavoro imprevisto, ma se devo essere sincero, mi sono divertito.