Forse si potrebbe partire proprio da qui; da questo irripetibile luogo, per metà farmacia e per metà ristorante. All'Imperial Herbal Restaurant (III piano del Metropol Hotel, 41 Seah Street) prima di sedersi a tavola ci si sottopone a una breve visita medica. Non spaventatevi, niente di allarmante: un dottore cinese che si contraddistingue per essere l'unico cittadino di Singapore a non spiccicare una sola parola d'inglese (lingua nazionale a tutti gli effetti), vi invita a tirar fuori la lingua per poi tastarvi il polso. Dopodiché elabora una subitanea diagnosi riguardo al vostro stato di salute e suggerisce il menù ideale ad essa connesso, basato - neanche a dirlo - sul perfetto equilibrio tra le due forze che regolano il nostro sistema vitale: yin e yang.
Nelle pietanze che sceglierete dal ricchissimo menù propostovi, saranno conseguentemente inserite le diverse erbe mediche per voi più confacenti. Se poi vi riterrete soddisfatti del risultato ottenuto, e intenderete insistere nella dieta, il medico cinese è a vostra disposizione, alle spalle del bancone farmaceutico che si affaccia giusto sulla sala di ristoro. Ho cominciato da qui il mio reportage su Singapore perché l'Imperial Herbal Restaurant in qualche modo racchiude il genius loci di questa gradevolissima città-isola-Stato. O quantomeno ne enuclea due tratti tra i più significativi: l'amore per il cibo (in pochi altri posti al mondo vi sarà dato mangiare così bene, e in modo tanto vario) e l'attaccamento spasmodico a ogni genere di tradizione e credenza.
Quanto al primo elemento, non v'è dubbio che i singaporegni considerino la buona tavola come l'occasione migliore di convivialità, svago, piacere... oltre che, da bravi commercianti , il luogo ideale per stipulare affari. Il clima equatoriale (che ovviamente invita a stare quanto più possibile fuori, per strada) e il mish-mash senza fine di razze e etnie della popolazione residente (che spinge inevitabilmente a sperimentare le cucine più diverse) fa sì che i residenti affollino ristoranti di ogni specie - dai più popolari ed economici a quelli più raffinati e costosi - in ogni ora del giorno e della notte. Venendo invece al secondo elemento (l'attaccamento spasmodico a tradizioni e credenze), a riguardo intervengono altri fattori. Come già accennato, Singapore si contraddistingue innanzitutto per il suo ricchissimo e armonioso melting-pot, a dispetto del piccolo fazzoletto di terra in cui devono convivere gomito a gomito cinesi, malesi, indiani, arabi, armeni, europei e indonesiani.
Da qui, anche, l' inevitabile ricorso all'idioma inglese dei trascorsi coloniali quale elemento di unificazione dell'intera cittadinanza (inglese cui si affianca poi - a seconda delle diverse etnie - l'uso del mandarino, del malese e del tamil). Ebbene, se questa convivenza interrazziale ha sino ad ora funzionato (a differenza di quanto accade nei turbolenti paesi limitrofi: Malaysia ed Indonesia) lo si deve innanzitutto agli straordinari progressi economico-sociali maturati negli ultimi trent'anni: grazie all'irresistibile successo delle attività manifatturiere (soprattutto nel campo dell'informatica e dell'hi-fi), dell'intermediazione bancario-finanziaria, del trasporto merci via mare (il porto di Singapore è il secondo al mondo dopo Rotterdam) e - last but not least - dell'industria turistica. L'homo turisticus planetario in cerca di comfort e relax e tentazioni consumistiche troverà qui la sua patria ideale: una Svizzera d'Oriente immersa nel verde dei tropici, una città-Stato di rara sicurezza e sbalorditiva pulizia.
Per capirsi: l'India è senza dubbio un paese meraviglioso, ma tra le sue virtù non annovera certo il culto dell'igiene. Bene, andate a Litlle India e vedrete come quel quartiere - pur avendo conservato in buona parte profumi e colori tipici della madre patria, in compenso sia lindo e pinto come neppure a Stoccolma o Copenaghen. E lo stesso dicasi per quanto concerne Arab Street e vie adiacenti. Come è stato possibile? L'artefice indiscusso di questo miracolo sociologico-urbanistico (non indenne in taluni casi dai rischi di una leziosa asetticità) risponde al nome di Lee Kuan Yew, un abilissimo uomo politico di origine cinese che dapprima ha evitato al microscopico paese equatoriale il pericolo comunista e poi, nel 1965, gli ha aperto le porte dell'indipendenza. Ma la vera svolta comincia negli anni Settanta, quando «il grande pianificatore» mette al lavoro illustri architetti (come il sino-americano Ieoh Ming Pei) e più chiassosi costruttori di stampo hollywoodiano, che trasformano rapidamente la centrale arteria di Horchard Road in una Fifth Avenue asiatica traboccante di lussuosi alberghi e iperbolici shopping- center.
Lee Kuan Yew però sa bene che per perseguire fino in fondo questo sogno deve tenere sotto stretto controllo l'intera città-Stato. E a tal fine adotta una forma di paternalismo autoritario: assicura ai cittadini assistenza sanitaria, abitazioni, istruzione pubblica, pensioni. Ma in cambio pretende e ottiene il massimo rispetto di un sistema normativo iperrestrittivo e capillare: è vietato il gioco d'azzardo, fatta eccezione per lotterie e corse dei cavalli (potete immaginare da voi con quale sofferenza per i cinesi, che punterebbero su qualunque cosa - compreso lo stato di salute dei propri genitori). Chi fuma nei locali pubblici rischia una multa di cinquecentomila lire, e analoga sorte tocca a chi mangia o beve in metropolitana.
Nè è meno pericoloso dimenticarsi di pulire le toilette pubbliche, di attraversare la strada fuori dalle strisce pedonali, di gettare cicche o cartacce, di sputare per terra, e infine di masticare gomme americane (perché in passato causarono ripetutamente il blocco delle porte della metropolitana).
I singaporegni ormai hanno fatto il callo a questo ferreo decalogo da collegio militare, e ci scherzano su; tanto che nei mercati si vendono magliette con menzionati uno per uno i divieti di cui sopra. Ma a queste piccole vessazioni (che hanno comunque dato luogo agli insperati risultati di ordine e pulizia prima citati) se ne accompagnano altre di ben più gravi, che si rispecchiano in una concezione della democrazia alquanto aleatoria. Tra i cittadini, da qualche tempo in qua, comincia ad affiorare il desiderio di affrancarsi da questa condizione di fanciulli a vita continuamente redarguiti e controllati da uno Stato padre occhiuto e autoritario. Ma sono malumori superficiali e passeggeri, immancabilmente schiacciati sotto il peso dei miglioramenti ottenuti in ogni ambito della vita sociale.
Che cosa manca, allora, al singaporegno medio? Forse proprio il senso dell'appartenenza, della tradizione. L'ossessivo richiamo a una crescita economica costante e all'emulazione dei modelli di vita occidentale, una comunicazione mediatica tutta e soltanto proiettata nel futuro, hanno prodotto sì ottimi risultati, ma anche guasti nient'affatto secondari. Se ad esempio visitate il Museo Nazionale, che a differenza del bellissimo Museo della Cultura Cinese è men che mediocre, a un certo punto vi imbatterete in due stanze dedicate a una strepitosa collezione di giade antiche. Come si evince dalle fotografie appese alle pareti, quell'inestimabile tesoro - appartenente ad Aw Boon Haw, famoso per aver inventato il balsamo di tigre - era conservato un tempo nella deliziosa Casa della giada (risalente alla fine Ottocento). Un tempo? Fino a meno di vent'anni fa, visto che le foto risalgono al 1980. Ciò significa che uno dei pochi edifici del passato degno di nota è stato ancora una volta raso al suolo per far posto all'ennesimo albergone a cinque stelle.
Sradicati dalla loro madre patria, uniti da una lingua straniera, poco o affatto aiutati dal governo a conservare le proprie tracce architettoniche del passato, mi pare naturale che i singaporegni di ogni colore, religione e etnia, cerchino di riappropriarsi di uno straccio di tradizione, quale che sia. Soprattutto ricorrendo al sontuoso e inesauribile ventaglio di credenze e superstizioni, che in Oriente hanno sempre avuto credito larghissimo. E allora avanti con gli oroscopi, la lettura della mano, il recupero della cerimonia del té, i massaggi miracolosi, (tra cui spopola la reflexology, che fa dei piedi il sunto ideale dell'intero corpo), la geomanzia e quant'altro...
Motivo in più per non cadere nel facile cliché secondo cui questa piacevolissima "città giardino" altro non sarebbe che una mera fotocopia di Hong Kong, sua rivale e concorrente per antonomasia. A Singapore - malgrado tutto - si respira ancora una joie de vivre completamente assente dalla nevrotica ex-colonia inglese: e difatti qui tutti trovano il tempo per una lunga serata conviviale davanti a un piatto di colossali granchi al pepe nero, o per distendere i nervi grazie a una salutare seduta di massaggio reflexology.
Nelle pietanze che sceglierete dal ricchissimo menù propostovi, saranno conseguentemente inserite le diverse erbe mediche per voi più confacenti. Se poi vi riterrete soddisfatti del risultato ottenuto, e intenderete insistere nella dieta, il medico cinese è a vostra disposizione, alle spalle del bancone farmaceutico che si affaccia giusto sulla sala di ristoro. Ho cominciato da qui il mio reportage su Singapore perché l'Imperial Herbal Restaurant in qualche modo racchiude il genius loci di questa gradevolissima città-isola-Stato. O quantomeno ne enuclea due tratti tra i più significativi: l'amore per il cibo (in pochi altri posti al mondo vi sarà dato mangiare così bene, e in modo tanto vario) e l'attaccamento spasmodico a ogni genere di tradizione e credenza.
Quanto al primo elemento, non v'è dubbio che i singaporegni considerino la buona tavola come l'occasione migliore di convivialità, svago, piacere... oltre che, da bravi commercianti , il luogo ideale per stipulare affari. Il clima equatoriale (che ovviamente invita a stare quanto più possibile fuori, per strada) e il mish-mash senza fine di razze e etnie della popolazione residente (che spinge inevitabilmente a sperimentare le cucine più diverse) fa sì che i residenti affollino ristoranti di ogni specie - dai più popolari ed economici a quelli più raffinati e costosi - in ogni ora del giorno e della notte. Venendo invece al secondo elemento (l'attaccamento spasmodico a tradizioni e credenze), a riguardo intervengono altri fattori. Come già accennato, Singapore si contraddistingue innanzitutto per il suo ricchissimo e armonioso melting-pot, a dispetto del piccolo fazzoletto di terra in cui devono convivere gomito a gomito cinesi, malesi, indiani, arabi, armeni, europei e indonesiani.
Da qui, anche, l' inevitabile ricorso all'idioma inglese dei trascorsi coloniali quale elemento di unificazione dell'intera cittadinanza (inglese cui si affianca poi - a seconda delle diverse etnie - l'uso del mandarino, del malese e del tamil). Ebbene, se questa convivenza interrazziale ha sino ad ora funzionato (a differenza di quanto accade nei turbolenti paesi limitrofi: Malaysia ed Indonesia) lo si deve innanzitutto agli straordinari progressi economico-sociali maturati negli ultimi trent'anni: grazie all'irresistibile successo delle attività manifatturiere (soprattutto nel campo dell'informatica e dell'hi-fi), dell'intermediazione bancario-finanziaria, del trasporto merci via mare (il porto di Singapore è il secondo al mondo dopo Rotterdam) e - last but not least - dell'industria turistica. L'homo turisticus planetario in cerca di comfort e relax e tentazioni consumistiche troverà qui la sua patria ideale: una Svizzera d'Oriente immersa nel verde dei tropici, una città-Stato di rara sicurezza e sbalorditiva pulizia.
Per capirsi: l'India è senza dubbio un paese meraviglioso, ma tra le sue virtù non annovera certo il culto dell'igiene. Bene, andate a Litlle India e vedrete come quel quartiere - pur avendo conservato in buona parte profumi e colori tipici della madre patria, in compenso sia lindo e pinto come neppure a Stoccolma o Copenaghen. E lo stesso dicasi per quanto concerne Arab Street e vie adiacenti. Come è stato possibile? L'artefice indiscusso di questo miracolo sociologico-urbanistico (non indenne in taluni casi dai rischi di una leziosa asetticità) risponde al nome di Lee Kuan Yew, un abilissimo uomo politico di origine cinese che dapprima ha evitato al microscopico paese equatoriale il pericolo comunista e poi, nel 1965, gli ha aperto le porte dell'indipendenza. Ma la vera svolta comincia negli anni Settanta, quando «il grande pianificatore» mette al lavoro illustri architetti (come il sino-americano Ieoh Ming Pei) e più chiassosi costruttori di stampo hollywoodiano, che trasformano rapidamente la centrale arteria di Horchard Road in una Fifth Avenue asiatica traboccante di lussuosi alberghi e iperbolici shopping- center.
Lee Kuan Yew però sa bene che per perseguire fino in fondo questo sogno deve tenere sotto stretto controllo l'intera città-Stato. E a tal fine adotta una forma di paternalismo autoritario: assicura ai cittadini assistenza sanitaria, abitazioni, istruzione pubblica, pensioni. Ma in cambio pretende e ottiene il massimo rispetto di un sistema normativo iperrestrittivo e capillare: è vietato il gioco d'azzardo, fatta eccezione per lotterie e corse dei cavalli (potete immaginare da voi con quale sofferenza per i cinesi, che punterebbero su qualunque cosa - compreso lo stato di salute dei propri genitori). Chi fuma nei locali pubblici rischia una multa di cinquecentomila lire, e analoga sorte tocca a chi mangia o beve in metropolitana.
Nè è meno pericoloso dimenticarsi di pulire le toilette pubbliche, di attraversare la strada fuori dalle strisce pedonali, di gettare cicche o cartacce, di sputare per terra, e infine di masticare gomme americane (perché in passato causarono ripetutamente il blocco delle porte della metropolitana).
I singaporegni ormai hanno fatto il callo a questo ferreo decalogo da collegio militare, e ci scherzano su; tanto che nei mercati si vendono magliette con menzionati uno per uno i divieti di cui sopra. Ma a queste piccole vessazioni (che hanno comunque dato luogo agli insperati risultati di ordine e pulizia prima citati) se ne accompagnano altre di ben più gravi, che si rispecchiano in una concezione della democrazia alquanto aleatoria. Tra i cittadini, da qualche tempo in qua, comincia ad affiorare il desiderio di affrancarsi da questa condizione di fanciulli a vita continuamente redarguiti e controllati da uno Stato padre occhiuto e autoritario. Ma sono malumori superficiali e passeggeri, immancabilmente schiacciati sotto il peso dei miglioramenti ottenuti in ogni ambito della vita sociale.
Che cosa manca, allora, al singaporegno medio? Forse proprio il senso dell'appartenenza, della tradizione. L'ossessivo richiamo a una crescita economica costante e all'emulazione dei modelli di vita occidentale, una comunicazione mediatica tutta e soltanto proiettata nel futuro, hanno prodotto sì ottimi risultati, ma anche guasti nient'affatto secondari. Se ad esempio visitate il Museo Nazionale, che a differenza del bellissimo Museo della Cultura Cinese è men che mediocre, a un certo punto vi imbatterete in due stanze dedicate a una strepitosa collezione di giade antiche. Come si evince dalle fotografie appese alle pareti, quell'inestimabile tesoro - appartenente ad Aw Boon Haw, famoso per aver inventato il balsamo di tigre - era conservato un tempo nella deliziosa Casa della giada (risalente alla fine Ottocento). Un tempo? Fino a meno di vent'anni fa, visto che le foto risalgono al 1980. Ciò significa che uno dei pochi edifici del passato degno di nota è stato ancora una volta raso al suolo per far posto all'ennesimo albergone a cinque stelle.
Sradicati dalla loro madre patria, uniti da una lingua straniera, poco o affatto aiutati dal governo a conservare le proprie tracce architettoniche del passato, mi pare naturale che i singaporegni di ogni colore, religione e etnia, cerchino di riappropriarsi di uno straccio di tradizione, quale che sia. Soprattutto ricorrendo al sontuoso e inesauribile ventaglio di credenze e superstizioni, che in Oriente hanno sempre avuto credito larghissimo. E allora avanti con gli oroscopi, la lettura della mano, il recupero della cerimonia del té, i massaggi miracolosi, (tra cui spopola la reflexology, che fa dei piedi il sunto ideale dell'intero corpo), la geomanzia e quant'altro...
Motivo in più per non cadere nel facile cliché secondo cui questa piacevolissima "città giardino" altro non sarebbe che una mera fotocopia di Hong Kong, sua rivale e concorrente per antonomasia. A Singapore - malgrado tutto - si respira ancora una joie de vivre completamente assente dalla nevrotica ex-colonia inglese: e difatti qui tutti trovano il tempo per una lunga serata conviviale davanti a un piatto di colossali granchi al pepe nero, o per distendere i nervi grazie a una salutare seduta di massaggio reflexology.