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Nuova Zelanda, la Spiaggia dei Maori

Paikea, l’antenato della tribù dei Ngati Porou,
da cui discendono gli abitanti di Whangara, fu salvato
dal naufragio da una balena

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L’immagine è straziante: si vede, alla luce malinconia della luna, un’enorme balena arenata sulla spiaggia, così enorme che neanche un trattore e una ventina di uomini riescono a smuoverla. È lì per morire, insieme ad altre compagne adagiate con lei sul bagnasciuga. Gli abitanti del piccolo villaggio che da tutta la notte si affannano sulla spiaggia per salvarle - con secchi d’acqua, stracci bagnati, carezze - sono disperati, straziati, sconvolti. E alla fine, all’alba, gettano la spugna, se ne vanno, abbracciandosi. Proprio allora Pai, la ragazzina figlia del capo tribù, rifiutata fin dalla nascita perché femmina, salta sul dorso della balena “capo” e insieme a lei si butta in mare. Le salva. Perché Pai è la ragazza delle balene, la discendente di Paikea, di cui porta anche una parte del nome, i cui poteri di capo si tramandano di generazione in generazione tra i primogeniti maschi della famiglia da oltre mille anni. Da quando, cioè, Paikea, della tribù Ngati Porou, fu salvato dal naufragio e da una morte certa proprio da una balena che lo prese sul dorso e lo portò fino alla costa, nella Eastland neozelandese, quella parte di Ao-tea-roa - la Terra della Lunga Nuvola Bianca in polinesiano - rimasta a lungo incontaminata e lontana dal turismo di massa. La storia è raccontata in un film che ha letteralmente sbancato i botteghini neozelandesi, che è stato accolto molto bene in America e che sta avendo un discreto successo anche in Europa: ha già vinto otto premi internazionali (tra cui il Sundance e il San Francisco Film Festival) e in Nuova Zelanda ha suscitato dibattiti a non finire. Sui Maori e le loro tradizioni, sul ruolo delle donne, sulla misoginia e sulla diversità: perché il film narra, sì, le vicende di una tribù che sta per rimanere senza capo; narra, sì, la difficoltà di tramandare e conservare antiche tradizioni; ma anche e soprattutto narra la storia di una ragazzina che sente dentro di sé capacità che non le è possibile esprimere. Le capacità di un capo, di una discendente di Paikea, di una persona che sa comunicare con le balene.  Il libro da cui è stata tratta la pellicola fu scritto nel 1987 da Witi Ihimaera, un Maori di Whangara, perché le sue figlie gli chiesero alla fine di un film: «ma perché gli eroi sono sempre tutti maschi?». Nel film ci sono questi paesaggi che ti vorresti sedere e non muovere per un bel pezzo, mentre a occhi socchiusi mediti e godi guardando l’orizzonte; c’è il cielo terso, pieno di cobalto e, ogni tanto, screziato di nuvole; c’è il verde delle vallate e il mare bellissimo; ma ci sono anche le case che sembrano prefabbricate; c’è la loro cultura che a tratti sembra incomprensibile, sospesa tra l’estrema libertà e un grande attaccamento alle tradizioni e al passato; ci sono i vestiti, dimessi, semplici, quasi sempre jeans e maglietta; e ci sono i tatuaggi, le danze rituali, le smorfie per impaurire il nemico, i costumi e le canoe. Proprio come nella realtà: e non a caso molti ruoli minori e tutte le comparse del film sono abitanti di Whangara. Così, girare per le strade di questo minuscolo villaggio costiero è come fare un tuffo in una storia che senza quel film non si sarebbe mai conosciuta; è capire meglio quel quindici per cento della popolazione neozelandese, che quando la guardi non sai dove collocare: sono polinesiani, indiani, arabi? Assomigliano agli abitanti di Tonga, hanno i tratti di tutti i popoli del Pacifico, chi sono? Con quella lingua sincopata e quella religione, quelle credenze, e quell’attitudine alla guerra che stenti a credere vera, guardandoli, incontrandoli. E ti domandi ancora: chi sono? Forse non ha nessuna importanza, ed è un inutile occidentalismo questo bisogno di trovare caselle, spazi simbolici in cui infilare tutto e tutti. I Maori. Fieri, orgogliosi, forti: sono presenti in tutte le forze politiche della Nuova Zelanda e hanno anche costituito un partito Maori, il Mana Motuhake. Hanno una  lingua che viene insegnata in molte università e pubblicano, a livello accademico, una quantità di riviste, come la Mana o la Maori Law Review. Non sono relegati in una parte del paese, come in una riserva: ma quel quindici per cento della popolazione neozelandese (tanti sono) è diffusa in tutta la Nuova Zelanda, anche se la Eastland, quella di Whangara, è forse la parte che ha preservato con maggiore attenzione la cultura Maori. La loro vita è legata al mare, anche oggi che le spiagge sono diventate paradiso dei surfisti e che persino i musei dedicano sale alla storia del surf. Le balene restano animali sacri: così ci si domanda come sia stato possibile girare la scena delle balene arenate sulla spiaggia. Lo spiega la stessa regista, Niki Caro: «la produzione all’inizio spingeva perché la scena fosse ricreata digitalmente. Ma a me non piace lavorare così. Le immagini non hanno lo stesso impatto emotivo. E poi avrei girato questa parte del film con persone alla loro prima esperienza di attori, gente del villaggio, Maori della costa. Che sicuramente non avrebbero saputo come relazionarsi con qualcosa di astratto. Per loro le balene sono gli antenati, sono sacre. Così ho insistito perché  fossero ricreate in modo artigianale. Alla fine le abbiamo realizzate in vetroresina». Ma lo strazio resta lo stesso, sulla spiaggia del le balene.