In un libro francese c’è una bellissima foto di Bottecchia, oltre il traguardo: maglia di lana pesante, con qualche rattoppo, occhiali da saldatore sulla fronte, si sta togliendo la polvere dal viso impugnando un sifone di selz. Quelli che correvano il Tour come Bottecchia (primo italiano a vincerlo) erano dei poveracci affamati. La bici era fatica, certo, ma sempre minore di quella dello spaccapietre, del minatore, del boscaiolo. E’ folgorante e per molti versi piena di misteri la breve vita di Bottecchia. Al primo tentativo, da gregario dei Pélissier, arriva secondo e probabilmente incastrato da un vecchio trucco: la bevanda avvelenata, per togliere di mezzo un corridore pericoloso.
Non veleno che uccidesse, ma che provocasse crisi di stomaco o intestinali. Gli altri due Tour Bottecchia li vince, in uno indossa la maglia gialla dal primo all’ultimo giorno. Va forte in salita, dà il massimo nella prima metà della corsa e nella seconda controlla. Vince nel ’24 con 35’ sul lussemburghese Frantz, nel ’25 con 54’ sul belga Buysse. Normolineo, gambe sottili, grande resistenza, un punto debole , la volata, che migliorerà col tempo. Due punti deboli che non migliorerà e segneranno la carriera: cade facilmente e beve troppa acqua in corsa.
Anche se il primo Tour si disputò nel 1903 (e vinse il valdostano Maurice Garin, spazzacamino, che aveva scelto la cittadinanza francese) ma allora la Val d’Aosta apparteneva alla Francia), il ciclismo di Bottecchia è ancora quello dei pionieri, resistenza e sofferenza, con regolamenti oggi ridicoli: il corridore doveva avere all’arrivo gli stessi indumenti che aveva in partenza. Se si tien conto del fatto che le partenze erano all’alba, o anche prima, le tappe lunghissime e spesso con alternanza di caldo e freddo, i rifornimenti in corsa inesistenti, si capisce perché una delle prime firme di allora, Albert Londres, definì i corridori "i forzati della strada". E’ molto strano che, così forte in Francia, Bottecchia non lo sia stato al Giro d’Italia. Parlava poco, sorrideva anche meno, aveva l’ossessione degli schei, i soldi. E non ne faceva segreto. "Io non corro per la patria, per la gloria, per gli applausi, io corro per gli schei".
__img2__E’ ancora più strano che nessuno dei grandi ciclisti italiani sia andato al suo funerale, dove pure erano presenti francesi e belgi (e i viaggi non erano leggeri, ai tempi). Lo sentivano estraneo o pensavano fosse meglio non andare? Ecco una buona domanda. Senza risposta, come tutti gli interrogativi sull’enigma che continua ad avvolgere la morte di Bottecchia. L’Equipe lo aveva definito "l’énigmatique". Sì, da vivo come da morto
Non veleno che uccidesse, ma che provocasse crisi di stomaco o intestinali. Gli altri due Tour Bottecchia li vince, in uno indossa la maglia gialla dal primo all’ultimo giorno. Va forte in salita, dà il massimo nella prima metà della corsa e nella seconda controlla. Vince nel ’24 con 35’ sul lussemburghese Frantz, nel ’25 con 54’ sul belga Buysse. Normolineo, gambe sottili, grande resistenza, un punto debole , la volata, che migliorerà col tempo. Due punti deboli che non migliorerà e segneranno la carriera: cade facilmente e beve troppa acqua in corsa.
Anche se il primo Tour si disputò nel 1903 (e vinse il valdostano Maurice Garin, spazzacamino, che aveva scelto la cittadinanza francese) ma allora la Val d’Aosta apparteneva alla Francia), il ciclismo di Bottecchia è ancora quello dei pionieri, resistenza e sofferenza, con regolamenti oggi ridicoli: il corridore doveva avere all’arrivo gli stessi indumenti che aveva in partenza. Se si tien conto del fatto che le partenze erano all’alba, o anche prima, le tappe lunghissime e spesso con alternanza di caldo e freddo, i rifornimenti in corsa inesistenti, si capisce perché una delle prime firme di allora, Albert Londres, definì i corridori "i forzati della strada". E’ molto strano che, così forte in Francia, Bottecchia non lo sia stato al Giro d’Italia. Parlava poco, sorrideva anche meno, aveva l’ossessione degli schei, i soldi. E non ne faceva segreto. "Io non corro per la patria, per la gloria, per gli applausi, io corro per gli schei".
__img2__E’ ancora più strano che nessuno dei grandi ciclisti italiani sia andato al suo funerale, dove pure erano presenti francesi e belgi (e i viaggi non erano leggeri, ai tempi). Lo sentivano estraneo o pensavano fosse meglio non andare? Ecco una buona domanda. Senza risposta, come tutti gli interrogativi sull’enigma che continua ad avvolgere la morte di Bottecchia. L’Equipe lo aveva definito "l’énigmatique". Sì, da vivo come da morto