Forse il caldo. L’acqua del lago di Cornino è sempre gelata. La tentazione di un tuffo nello specchio scuro prima dell’ ultimo sforzo, il bicchiere con gli amici di Gemona e poi la volata verso casa. Questi forse sono i pensieri di Ottavio Bottecchia mentre pedala forsennatamente sotto il cielo paludoso di certi giorni strani dell’estate friulana. Un tuffo, come allora in Costa Azzurra: era il '24 o il '25? Se passate per Lestans, frazione di Sequals, chiedetelo a Mattia Bortuzzo che era lì quel giorno di luglio nel sud della Francia, lui, un figlio d’emigranti che giovanissimo sarebbe diventato l’uomo di fiducia di Monsieur Renault, tra la folla accorsa alla spiaggia per il tour che rideva e applaudiva alla comica spontanea di quel ciclista italiano, che d’un tratto smonta dalla bicicletta, si spoglia tutto, fa un bagno e riparte.
"Aveva un’ora di vantaggio in classifica!" Al signor Bortuzzo, centodue anni, Bottecchia che fa il bagno in mare sembra ieri. Tre giugno 1927. Dalle poste di un paesino dell’estremo Friuli parte un telegramma al Club Ciclistico Udinese. "Trovato ferito semiprivo sensi vittima incidente ciclistico su strada Cornino Trasaghis si informa codesta società che basandosi da carte trovate sia Bottecchia Ottavio corridore d’Italia". La notizia si diffonde lasciando sbigottiti sportivi e tifosi dell’Italia fascista. Malore. Forse il caldo, o una birra troppo fredda. Bottecchia caduto. L’ottavo di otto figli di un carrettiere veneto, l’ex muratore che diventa ciclista per schei, per soldi, il trionfatore di due tour de France, muore all’ospedale di Gemona dopo dodici giorni di coma. Alle tre esequie solenni (Gemona, Pordenone, la città adottiva, e San Martino di Colle Umberto, il paese natale) si nota l’assenza di Mussolini, compiaciuto in passato per le prime imprese italiane di quel povero cristo che in gara mangiava croste di pecorino riportando a casa intatta la sacchetta del rifornimento con una coscia di pollo e due arance per la famiglia, al punto di aprire una sottoscrizione popolare a suo favore.
Giunti dalla Francia, sfilano commossi dietro al feretro Henry Pélissier e altri rivali d’oltralpe; assenti invece i corridori italiani, compresi gli assi Binda e Girardengo. Si sa che da molti, nella patria del duce, Bottecchia è chiamato con disprezzo il francese , mentre per i francesi, l’italiano scontroso e malvestito, due volte maglia gialla, che nella loro lingua sapeva dire solo”beaucoup de café, pas de bananes” era e resta l’énigmatique Botescià. Malore. Il morente pronunciò la parola in due circostanze; all’ostetrica del paese che lo aveva soccorso e l’ avrebbe sentita mormorare mentre gli sorreggeva la testa sul carro traballante verso l’ospedale; e alla moglie Caterina, testimone devota dell’agonia di Ottavio che, sola, riferì di un breve risveglio e di quelle tre sillabe. Di sicuro c’è solo che è morto. Che la cartella clinica non documenta ferite da corpi contundenti. Che la sua bicicletta quasi subito scompare. Bottecchia soffriva dei postumi di una malaria; prima di partire alle cinque dalla sua casa di Pordenone costruita coi soldi dei tour, per allenarsi come sempre sulle Prealpi Carniche, aveva rifiutato le solite otto uova a colazione. Beveva troppo per problemi ai reni, il fisico logorato dai micidiali intrugli (uno per tutti le vin Mariani, elisir di vino e coca) del doping ante litteram.
[[ge:rep-locali:repubblica:117040918]]Dal tour del ‘26 si era dovuto ritirare e nella primavera del '27 una brutta caduta gli aveva lussato una spalla. Trentatre anni, milioni di chilometri sui sentieri tremendi del ciclismo degli anni venti: il gigante della strada aveva finito la benzina. Questo ed altro dello sfortunato campione ci svela il prestigioso Gianni Mura, firma dello sport e della buona cucina ( noto anche ai cultori del mistery per il docu-romanzo del tour "Giallo su giallo") davanti a un menu di baccalà sorbito con maigrettiana pazienza nei luoghi dell’ultimo allenamento di Bottecchia. Molte sono ancora le zone buie di questo percorso. Il tre giugno Ottavio è stato visto avviarsi solo per la via di Arzene, verso la piana dei magredi, i lunari prati magri del fiume Cellina, direzione Spilimbergo, e attraversati i paesi di Istrago e Lestans (proprio a Lestans come bersagliere ciclista si era guadagnato una medaglia di bronzo nella grande guerra catturando un ufficiale austriaco), puntare su Clauzetto; i tornanti che salgono verso il paese detto "il balcone del Friuli", più di tutti gli ricordano certe passaggi difficilissimi del tour. Poi le ombre della Val d’Arzino.
[[ge:rep-locali:repubblica:117040919]]Qui giugno è veramente giugno.Questa valle si popola solo in estate piena col ritorno degli emigranti e noi , perse le tracce della bicicletta fantasma, ci affidiamo allo sguardo del filmaker solitario Ivan Marin, uno dei pochi giovani a non aver lasciato questi boschi, per godere del paesaggio che esplode. L’erba alta, i fiori gialli, viola, magenta e le piccole orchidee, le robinie in fiore, il sambuco, le rose, le ninfee, la lavanda e di notte la rapunzia; la rucola, il tarassaco e lo sclopit, buoni per le frittate. Le arnie lungo il Tagliamento, i nidi di vespe sottoterra, le bestie al pascolo negli alpeggi del Pala, del Prat, del Cuar. E le trote, le lumachine d’acqua, i girini, i grandi massi lisci: giugno è la stagione dei primi bagni nell’Arzino. Questo doveva avere negli occhi Ottavio Bottecchia pedalando verso l’ultima curva.
Gianni Mura intanto ci aspetta in compagnia di un tocai. L’osteria è di quelle che non esistono più, con il campo di bocce ancora funzionante. Il primo assaggio di baccalà mantecato non distrae il giornalista dalle sue riflessioni. Malore : non è parola inconsueta per uno che non ha fatto neanche le elementari? A meno che Bottecchia non traducesse dal francese: malheur, disgrazia, sfortuna. E ci racconta che il campione spompato aveva deciso di smettere col tour per dedicarsi alle corse italiane; ma è sconvolto dalla morte di Giovanni, il fratello prediletto, quello che prima di partire per il fronte gli aveva insegnato la bici, pedalando a San Martino su e giù per via del Calvario,la strada del cimitero, sedici per cento di pendenza.
[[ge:rep-locali:repubblica:117040917]]Anche Giovanni muore in bicicletta, travolto da una macchina due settimane prima di Ottavio, che il due giugno va a Sacile per veder passare il giro, festeggiato da corridori e organizzatori con la promessa di rivedersi presto: ma il giorno dopo questa uscita dal dolore Botescià cade al bivio di Cornino e non si rialza più. Frattura della base cranica. Il campo di bocce comincia ad animarsi, dalla cucina portano il salato (formaggio locale) e Gianni Mura mette in tavola le più o meno bizzarre ipotesi noir del caso Bottecchia. Un contadino furioso: il ciclista assetato ruba un grappolo d’uva ( uva in giugno?) e quello lo colpisce con la vanga. La vendetta di un marito tradito o il folle gesto di un fantomatico amante della moglie Caterina.
Il delitto politico: Ottavio in Francia aveva fatto amicizia con certi fuoriusciti italiani; e c’è di mezzo un amico del duce nella faccenda di un’assicurazione sulla morte del fratello: un gruppo di fascisti avrebbe atteso il ciclista all’osteria di Cornino, quella della birra ghiacciata, per dargli una lezione. Un’ eroe così non puo’ morire per un banale malore, cadendo dalla bicicletta mentre cerca di slacciarsi le cinghiette dei pedali. E’ al dessert che Mura, cronista segugio, gioca l’ultima carta: qualcuno che vent’anni fa a San Martino ha assistito alla riesumazione del corpo di Bottecchia gli ha detto che nel cranio ha visto un foro. Ma qui finisce Simenon e comincia CSI
"Aveva un’ora di vantaggio in classifica!" Al signor Bortuzzo, centodue anni, Bottecchia che fa il bagno in mare sembra ieri. Tre giugno 1927. Dalle poste di un paesino dell’estremo Friuli parte un telegramma al Club Ciclistico Udinese. "Trovato ferito semiprivo sensi vittima incidente ciclistico su strada Cornino Trasaghis si informa codesta società che basandosi da carte trovate sia Bottecchia Ottavio corridore d’Italia". La notizia si diffonde lasciando sbigottiti sportivi e tifosi dell’Italia fascista. Malore. Forse il caldo, o una birra troppo fredda. Bottecchia caduto. L’ottavo di otto figli di un carrettiere veneto, l’ex muratore che diventa ciclista per schei, per soldi, il trionfatore di due tour de France, muore all’ospedale di Gemona dopo dodici giorni di coma. Alle tre esequie solenni (Gemona, Pordenone, la città adottiva, e San Martino di Colle Umberto, il paese natale) si nota l’assenza di Mussolini, compiaciuto in passato per le prime imprese italiane di quel povero cristo che in gara mangiava croste di pecorino riportando a casa intatta la sacchetta del rifornimento con una coscia di pollo e due arance per la famiglia, al punto di aprire una sottoscrizione popolare a suo favore.
Giunti dalla Francia, sfilano commossi dietro al feretro Henry Pélissier e altri rivali d’oltralpe; assenti invece i corridori italiani, compresi gli assi Binda e Girardengo. Si sa che da molti, nella patria del duce, Bottecchia è chiamato con disprezzo il francese , mentre per i francesi, l’italiano scontroso e malvestito, due volte maglia gialla, che nella loro lingua sapeva dire solo”beaucoup de café, pas de bananes” era e resta l’énigmatique Botescià. Malore. Il morente pronunciò la parola in due circostanze; all’ostetrica del paese che lo aveva soccorso e l’ avrebbe sentita mormorare mentre gli sorreggeva la testa sul carro traballante verso l’ospedale; e alla moglie Caterina, testimone devota dell’agonia di Ottavio che, sola, riferì di un breve risveglio e di quelle tre sillabe. Di sicuro c’è solo che è morto. Che la cartella clinica non documenta ferite da corpi contundenti. Che la sua bicicletta quasi subito scompare. Bottecchia soffriva dei postumi di una malaria; prima di partire alle cinque dalla sua casa di Pordenone costruita coi soldi dei tour, per allenarsi come sempre sulle Prealpi Carniche, aveva rifiutato le solite otto uova a colazione. Beveva troppo per problemi ai reni, il fisico logorato dai micidiali intrugli (uno per tutti le vin Mariani, elisir di vino e coca) del doping ante litteram.
[[ge:rep-locali:repubblica:117040918]]Dal tour del ‘26 si era dovuto ritirare e nella primavera del '27 una brutta caduta gli aveva lussato una spalla. Trentatre anni, milioni di chilometri sui sentieri tremendi del ciclismo degli anni venti: il gigante della strada aveva finito la benzina. Questo ed altro dello sfortunato campione ci svela il prestigioso Gianni Mura, firma dello sport e della buona cucina ( noto anche ai cultori del mistery per il docu-romanzo del tour "Giallo su giallo") davanti a un menu di baccalà sorbito con maigrettiana pazienza nei luoghi dell’ultimo allenamento di Bottecchia. Molte sono ancora le zone buie di questo percorso. Il tre giugno Ottavio è stato visto avviarsi solo per la via di Arzene, verso la piana dei magredi, i lunari prati magri del fiume Cellina, direzione Spilimbergo, e attraversati i paesi di Istrago e Lestans (proprio a Lestans come bersagliere ciclista si era guadagnato una medaglia di bronzo nella grande guerra catturando un ufficiale austriaco), puntare su Clauzetto; i tornanti che salgono verso il paese detto "il balcone del Friuli", più di tutti gli ricordano certe passaggi difficilissimi del tour. Poi le ombre della Val d’Arzino.
[[ge:rep-locali:repubblica:117040919]]Qui giugno è veramente giugno.Questa valle si popola solo in estate piena col ritorno degli emigranti e noi , perse le tracce della bicicletta fantasma, ci affidiamo allo sguardo del filmaker solitario Ivan Marin, uno dei pochi giovani a non aver lasciato questi boschi, per godere del paesaggio che esplode. L’erba alta, i fiori gialli, viola, magenta e le piccole orchidee, le robinie in fiore, il sambuco, le rose, le ninfee, la lavanda e di notte la rapunzia; la rucola, il tarassaco e lo sclopit, buoni per le frittate. Le arnie lungo il Tagliamento, i nidi di vespe sottoterra, le bestie al pascolo negli alpeggi del Pala, del Prat, del Cuar. E le trote, le lumachine d’acqua, i girini, i grandi massi lisci: giugno è la stagione dei primi bagni nell’Arzino. Questo doveva avere negli occhi Ottavio Bottecchia pedalando verso l’ultima curva.
Gianni Mura intanto ci aspetta in compagnia di un tocai. L’osteria è di quelle che non esistono più, con il campo di bocce ancora funzionante. Il primo assaggio di baccalà mantecato non distrae il giornalista dalle sue riflessioni. Malore : non è parola inconsueta per uno che non ha fatto neanche le elementari? A meno che Bottecchia non traducesse dal francese: malheur, disgrazia, sfortuna. E ci racconta che il campione spompato aveva deciso di smettere col tour per dedicarsi alle corse italiane; ma è sconvolto dalla morte di Giovanni, il fratello prediletto, quello che prima di partire per il fronte gli aveva insegnato la bici, pedalando a San Martino su e giù per via del Calvario,la strada del cimitero, sedici per cento di pendenza.
[[ge:rep-locali:repubblica:117040917]]Anche Giovanni muore in bicicletta, travolto da una macchina due settimane prima di Ottavio, che il due giugno va a Sacile per veder passare il giro, festeggiato da corridori e organizzatori con la promessa di rivedersi presto: ma il giorno dopo questa uscita dal dolore Botescià cade al bivio di Cornino e non si rialza più. Frattura della base cranica. Il campo di bocce comincia ad animarsi, dalla cucina portano il salato (formaggio locale) e Gianni Mura mette in tavola le più o meno bizzarre ipotesi noir del caso Bottecchia. Un contadino furioso: il ciclista assetato ruba un grappolo d’uva ( uva in giugno?) e quello lo colpisce con la vanga. La vendetta di un marito tradito o il folle gesto di un fantomatico amante della moglie Caterina.
Il delitto politico: Ottavio in Francia aveva fatto amicizia con certi fuoriusciti italiani; e c’è di mezzo un amico del duce nella faccenda di un’assicurazione sulla morte del fratello: un gruppo di fascisti avrebbe atteso il ciclista all’osteria di Cornino, quella della birra ghiacciata, per dargli una lezione. Un’ eroe così non puo’ morire per un banale malore, cadendo dalla bicicletta mentre cerca di slacciarsi le cinghiette dei pedali. E’ al dessert che Mura, cronista segugio, gioca l’ultima carta: qualcuno che vent’anni fa a San Martino ha assistito alla riesumazione del corpo di Bottecchia gli ha detto che nel cranio ha visto un foro. Ma qui finisce Simenon e comincia CSI