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Beirut, tutto in un giorno

Un giro in taxi nei quartieri sud dove domina Hezbollah. Amare questa città vuol dire abbeverarsi alle rivalità tra quartieri cristiani e musulmani, destreggiarsi in una movida affollata di minigonne e tacchi.

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Grattacieli moderni e di dubbio gusto. Smog. Traffico. Perché biso-gna amarla questa città? Se lo chiedono in tanti la prima volta che sbarcano a Beirut. Se lo chiedono per due giorni e poi, improvvisamente, si scoprono vinti: da un luogo che emana energia come pochi al mondo. «Mille volte morta, mille volte rivissuta», scriveva la poetessa Nadia Tueni, a sottolineare le tante vite di Beirut. E le sue tante identità. Il tempo, le guerre, gli odi hanno cancellato buona parte della storia comune di questa città: il rischio che il visitatore oggi corre è quello di seguirli, questi odi. Rinchiudersi in una Beirut, senza vedere l´altra.

O le altre. Sarebbe l´errore più grande: questo è un luogo che vive di contrasti. Amarlo è lasciarsi contaminare, abbeverarsi della rivalità fra Ashrafieh, il quartiere cristiano, e Hamra, quello musulmano. Fra le ragazze velate e quelle modellate dalla chirurgia plastica. Fra le Ferrari e i taxi scassati. Il posto dove i contrasti si incontrano senza scontrarsi è la Corniche, il lungomare: qui i venditori di narghilè competono per lo spazio con i corridori.

I beirutini doc si abbronzano anche a gennaio. E ragazze coperte da capo a piedi sfilano senza tregua accanto a coetanee seminude: è Teheran oppure Mosca? È Beirut. «Metropoli araba mediterranea occidentale» diceva Samir Kassir, il suo cantore più famoso. Uno che questa città la amava tanto da restarci anche quando sapeva di essere minacciato. E che per questo è morto.

Le parole di Kassir girano ancora per la testa quando dalla Corniche si risale la collina verso rue Hamra, il cuore di West Beirut. Fra i giardini dell´Università americana e le librerie di rue Bliss, i muri mostrano ancora i buchi lasciati dai proiettili sparati durante la guerra civile. Le gru sono al lavoro: non per riparare ma per abbattere. Anche le case antiche, anche quelle che in piedi ci starebbero benissimo: al loro posto sorgeranno nuovi, costosissimi, edifici. È la Beirut dei ricchi del Golfo che si mangia quella della gente normale. Kassir questo lo denunciava: il caffè Prague, piccolo bar pieno di libri e di fotografie, è il posto ideale per fermarsi e pensare a lui, prima che rue Hamra metta l´amaro in bocca. Gli Champs Elysee d´Oriente negli anni Settanta oggi sono invasi dalla paccottiglia cinese. Eppure, a Beirut un senso ce l´hanno.

E sta tutto nella contrapposizione ad Ashrafieh. Un attimo di pausa, prima di capirlo. Da Hamra, per arrivare ad Ashrafieh, il taxi attraversa Downtown, il vecchio centro distrutto dalla guerra civile e ritirato su come una Disneyland. Alla sua estremità, sulla piazza dei Martiri, in una enorme tenda bianca è sepolto Rafiq Hariri, il primo ministro ucciso da un´autobomba nel 2005. Dice molto, quella tenda. Parla di un paese dove la politica è duello mortale: di generazione in generazione, di martire in martire. Tueni, Gemayel, Kassir.

Sono i volti dei morti che accolgono il visitatore quando entra ad Ashrafieh. Hamra, distante cinque minuti di auto, è lontana anni luce: al caffè Paul le signore parlano solo francese. Gemmazye, la strada della movida, è tutta un inseguirsi di minigonne e tacchi. Lungo rue Monot, dove scorreva la linea verde, i locali fanno soldi ironizzando sulla guerra. Per riprendersi dallo shock il posto migliore è il

Caffè Torino, dove i camerieri portano sempre un sorriso insieme al panino. Superare questo piccolo locale e poi salire a destra sulla scalinata di Saint Nicholas fino all´anno scorso era immergersi nella pace: in cima, rue Sursock, la strada più bella della città, con la sua immensa villa bianca trasformata in museo e la chiesa di Saint Nicholas. La leggenda vuole che si sia salvata dalla distruzione grazie alle valigie piene di dollari pagate dai Sursock alle fazioni che si combattevano. Oggi l´ultima erede ha ceduto agli immobiliaristi, che stanno distruggendo la strada più di quanto avrebbero fatto le milizie. Eppure vederla è importante per capire il Libano: un paese che vende l´anima al migliore offerente. Senza troppi rimpianti.

Così, lasciando rue Sursock, è con maggiore attenzione che si osservano le vecchie case libanesi con la finestra a tre archi. Bellissime, stanno diminuendo a vista d´occhio: Ashrafieh, nonostante tutto, è il luogo dove sono meglio conservate in città. Per dimenticare le amarezze c´è un luogo poco frequentato, eppure magico. Il Museo Nazionale raccoglie gioielli fenici, busti greci, sarcofagi egizi, mosaici romani e resti dell´epoca delle crociate.

Nelle sue sale, sempre semivuote, il Libano torna a splendere e a raccontare le sue mille storie. Quella più recente sta racchiusa nel filmato che descrive la riapertura dopo la guerra civile: le immagini, in bianco e nero, fanno scorrere un brivido nella schiena. Nelle statue murate per salvarle dalle granate e poi liberate, con tensione, alla fine dei combattimenti c´è il paese che rinasce, sempre e comunque. Una lezione ancora attuale. Alla fine della visita occorre una scelta: lasciarsi trasportare dall´oggi, prendere un taxi, passare - rigorosamente senza scattare foto - nei quartieri sud dove domina Hezbollah.

E infine cenare in uno dei tanti ristoranti per poi scatenarsi nelle discoteche sui tetti, come White e lo Sky Bar. Oppure guidare per mezz´ora e raggiungere Byblos, l´antico porto fenicio dove si mangia il migliore pesce del Libano. E le contraddizioni di Beirut sembrano lontane anni