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Il passaporto? E' nello smartphone

All'idea dei documenti paperless stanno lavorando almeno in tre: la britannica De La Rue, la tedesca Modi e il governo australiano, che punta però al cloud. Le informazioni memorizzate sul telefono a prova di hacking. Per superare l’allarmante business degli identificativi falsi
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Sembra abbastanza surreale che, in tempi di massima allerta sicurezza e terrorismo, qualcuno proponga di fare a meno del passaporto. O almeno, del vecchio libretto cartaceo che ci accompagna da anni. Eppure la proposta arriva niente meno che da De La Rue, colosso britannico specializzato proprio nel settore: è leader mondiale sia per i documenti che nella produzione di banconote, in particolare quelle di Sua Maestà. Il gruppo è al lavoro su una tecnologia in grado di digitalizzare il passaporto e trasferirne le informazioni d’identificazione sullo smartphone con una modalità a prova di manomissione informatica.

Il sogno, dunque, è quello di un viaggio “paperless”, senza alcun pezzo di carta in tasca. Perché tutto è memorizzato nel telefono. Con le carte d’imbarco accade già da anni: stanno lì, ben ordinate e belle a vedersi, nei portafogli digitali di Apple e Android. Basta un codice visuale nella scheda, acquisita tramite l’applicazione della compagnia aerea o recapitata sullo smartphone in un altro modo, e il gioco è fatto. Le sottoponiamo al lettore del gate e siamo a bordo. Insieme al telefono, però, dobbiamo sempre tenere in mano il fastidioso libretto.

Secondo Martin Sutherland, amministratore delegato di De La Rue intervistato dal Times, la compagnia sarebbe già in fase di test. Il concept del passaporto digitale – non nel senso di intelligente o contenente chip con i parametri biometrici, ma del tutto smaterializzato – sarebbe dunque uno di quelli su cui si punta di più. D’altronde, se la questione è la sicurezza, basta ricordare come stando ai dati diffusi da Interpol dopo gli attentati di Bruxelles ci sarebbero in circolazione circa 250mila passaporti siriani o iracheni falsi, trafugati o contraffatti. Se si allarga il quadro a ogni genere di nazionalità, le cifre si fanno impressionanti: 40 milioni, sempre secondo i dati Interpol di un paio d’anni fa, ne sono scomparsi fra 2002 e 2013. Insomma, non è affatto detto che un sistema digitale blindato non possa garantirci più di quando non facciano i pezzi di carta, per quanto potenziati da chip e bande magnetiche. Per giunta facilmente acquistabili anche online per poche migliaia di euro, dai 1.600 ai tremila.
Restano ovviamente diversi ostacoli per trasformare il passaporto sullo smartphone in una realtà visibile in ogni scalo e soprattutto ben accetta dalle autorità di mezzo mondo. Su tutti, questo è chiaro, lo smarrimento o il furto del dispositivo personale. Anche se i meccanismi non ricalcherebbero quelli della carta d’imbarco. L’opinione di David Jevans, un esperto della compagnia di sicurezza californiana Proofpoint, è molto chiara: sarebbe fondamentale che “i passaporti digitali possano essere allocati su nuove unità hardware del dispositivo per memorizzare le informazioni in modo che non possano essere copiate dal telefono. Dovrebbero anche comunicare in wireless con i lettori”. Anche quello della privacy dei proprio dispositivi elettronici è un argomento che si lega molto all’attualità.

Insomma, non basta un lettore di prossimità di una schermata sul display: fra smartphone e punto di controllo dovrebbe avvenire uno scambio crittografato in tempo reale in grado di comunicare con il lettore e comunicare le nostre informazioni a un sistema automatico affiancato da agenti e incaricati in carne e ossa. Superando così anche i varchi automatizzati odierni, gli Automated Border Control, basati sulla lettura del microchip contenuto della copertina del passaporto cartaceo e al confronto con alcuni parametri biometrici, dalla foto alle impronte digitali. La strada più semplice è che i due sistemi finiscano per integrarsi.

“I passaporti sullo smartphone rappresentano solo una delle tante iniziative che stiamo sviluppando” ha aggiunto un portavoce della De La Rue al Telegraph. Un concept ai primi livelli d’implementazione che tuttavia potrebbe trovare il suo posto negli standard che gli aeroporti internazionali, e non solo, dovranno mettere in pratica nei prossimi anni. Il fronte è d’altronde aperto. Non c’è solo la De La Rue in corsa. Il governo australiano ha annunciato l’anno scorso tramite la ministra degli Esteri Julie Bishop una tecnologia in cloud in grado di memorizzare le informazioni dei viaggiatori in modo da poterle acquisire digitalmente con più facilità in ogni posto di controllo. Un’idea sfornata per giunta nel corso di un hackathon, una maratona di idee dello scorso autunno all’ InnovationXchange di Canberra. Anche la società tedesca Modi, produttrice di quegli stessi varchi automatizzati negli aeroporti di Sofia, Bruxelles e Vienna, starebbe lavorando a un “paperless passport”.