Del resto due chilometri su centoquaranta non sono niente. Tanto è lunga la Via degli Dei, tanto è lunga la strada che percorreremo, zaino in spalla, per andare da Bologna a Firenze, a piedi. Cinque giorni consecutivi di cammino contro i trentacinque minuti dell’Alta Velocità. Prima di iniziare però, l’ansia è tale, il pensiero fisso sulla domanda “e se non ce la faccio?” che cerchi di ridurre al minimo le deviazioni, studi possibili alternative, togli dallo zaino la metà delle cose che ci avevi messo dentro un attimo prima per renderlo più leggero. Prima di iniziare, non immagini che una volta sulla strada penserai solo a mettere un piede davanti all’altro e andare, che la fatica per una salita, per quanto ripida, si supera non appena si fa il primo passo sul piano, che non piove mai troppo o che non è mai troppo caldo. Ma tutto questo arriva nella mente dopo, quando sei già su quella strada che prende il nome dai monti da scalare, Adone, Venere, Giunone.
Bologna, Firenze e la Via degli Dei
La Via degli Dei è l’itinerario di trekking che collega Bologna con Firenze. Cinque giorni di cammino per percorrere centoquaranta kilometri (se si sceglie il percorso classico, quello consigliato sulla maggior parte delle guide e cartine. Ma c’è anche qualche coraggioso, ben allenato, che decide di ridurre l’escursione a quattro giorni e chi, invece, se la prende comoda e suddivide il viaggio in sei o sette giorni). Attraverserete i boschi dell’Appennino, scalerete i monti che danno il nome al Cammino (Adone, Venere, Giunone) e passeggerete tra le campagne toscane. E nelle pause per riprendere fiato, informatevi sulle storie e le leggende di queste zone: quella dei 666 archi del portico di San Luca, quella dell’Osteria Bruciata o quella del partigiano “Lupo” Musolesi
Giorno 2: Monte Adone – Madonna dei Fornelli Solitamente la prima tappa si conclude a Badolo, noi ci siamo fermati ai piedi del Monte Adone per essere in vantaggio sulla tappa successiva. La scalata inizia all’improvviso, non te l’aspetti: dopo una discesa si apre un sentiero sulla sinistra. È il primo vero sforzo, cominci ad entrare nell’ordine di idee che questo viaggio ti porterà a superare non pochi limiti. Le vertigini, ad esempio. Quando sei su un crinale e devi necessariamente andare avanti, non guardare né pensare al vuoto è più facile. Sulla vetta (600m) una croce a due facce, una bianca e una nera, accoglie gli escursionisti col respiro corto. E un cassettino in latta nasconde un quaderno dove è possibile raccogliere un pensiero, una frase, ma se la vista mozzafiato lascia senza parole, si può anche semplicemente leggere cosa ha scritto chi ci ha preceduto.
Da Monte Adone verso Monzuno (Mons Iunonis, il Monte di Giunone) è uno “strappettino” dietro l’altro. Da Le Croci al Monte del Galletto è quasi tutto bosco. Forse anche per questo motivo trovarsi poi di fronte al “parco eolico” di Monte Galletto lascia una strana sensazione. Sai che è stato costruito per una giusta causa, ma un giorno e mezzo di immersione totale nella natura è sufficiente per spingerti a condannare l’intrusione umana (come del resto era già successo guardando la variante di valico e pensando alle frane della valle del Setta e come succederà nel Mugello per la Tav) . Mancano però appena tre kilometri di strada sterrata all’arrivo: l’Hotel Musolesi a Madonna dei Fornelli, “un’istituzione” ci hanno detto. Ci convinciamo allora che, se è davvero così, non può che essere per qualche legame con il “comandante Lupo”, il leggendario partigiano Mario Musolesi, fondatore della Brigata “Stella Rossa”, nato a Monzuno e caduto a Marzabotto. Partigiano apolitico, autore di sanguinosissime azioni contro i nazifascisti e i collaborazionisti e “animatore instancabile” come recita la lapide sulla sua tomba.
L’hotel non aveva niente a che vedere con il partigiano Lupo, ma ricordare quella storia ci ha aiutato ad affrontare gli ultimi kilometri
Tornati sulla strada, un cartello dà il benvenuto nel comune di Barberino di Mugello.
Giorno 4: Monte di Fo' – San Piero a Sieve La quarta tappa inizia subito in salita. Così, se mai l’idea di essere oltre la metà del viaggio ti rinfrancasse, è la strada a importi di abbassare la testa e restare concentrato. Fino alla vetta di Monte Gazzaro, la strada è talmente stretta che è percorribile solo in fila indiana. E allora, con la croce bianca che ci attende in cima, è impossibile non sembrare dei pellegrini in processione. Con questa tappa acquisisci una consapevolezza: se c’è qualcosa di peggio della salita, è la discesa. E se si considera che da Monte Gazzaro all’arrivo ci sono 900m di dislivello, le ginocchia sono decisamente messe a dura prova. Anche i cartelli ti avvisano: sentiero stretto e scivoloso…insomma, da qui non si va da nessuna parte se non si ragiona su dove affondare ogni singolo passo. Ad un certo punto la strada si apre e forma uno spiazzo, è l’occasione per riprendere fiato finché qualcuno non esclama: “Ah ma questo è il Passo dell’Osteria Bruciata!”. Secondo un’antica leggenda raccontata dagli anziani dell’alto Mugello, i viandanti che, esausti, cercavano ristoro nella locanda, erano attesi da un terribile destino: l’oste li derubava, li uccideva e poi serviva la loro carne come portata principale agli ospiti del giorno successivo. Scoperta l’orribile usanza, l’Osteria è stata bruciata.
La deviazione di un kilometro circa dal cammino, vale la visita a Sant’Agata, per la Pieve e perché ti prepara ad affrontare gli ultimi sette kilometri del percorso, fuori dal bosco, su strada a tratti sterrata e a tratti asfaltata che taglia nel mezzo le colline toscane. Arriviamo a San Piero attraverso il ponte a mattoncini sulla Sieve, con il sole che sta tramontando dritto in faccia.
La prima volta che scorgiamo la cupola della cattedrale di S. Maria del Fiore sono le 12:30, è lontanissima (arriveremo solo alle 19) ma l’emozione è talmente forte che non ci poteva essere stimolo migliore per non pensare alla fatica. Questa tappa è una summa, un continuo sali e scendi, ti trovi ad attraversare tutti i tipi di superficie: una strada sterrata, una provinciale asfaltata, ancora bosco con le vette de Le Croci e del Pratone e il primo assaggio di città dopo quattro giorni, Fiesole. Ti rendi conto che sta per finire quando, in strada, torni ad essere uno qualunque: durante il Cammino saluti con sguardo di complicità qualsiasi sconosciuto incontri, solo perché sai che state condividendo un’esperienza. In strada, in città, ognuno guarda dritto davanti a sé. A Fiesole altri viaggiatori scelgono di prendere l’autobus per arrivare a Firenze: “non lo sapete? Ufficialmente la Via degli Dei finisce qui”. Ci guardiamo e ci viene quasi da ridere. “Assolutamente no”. E quest’ora e mezza che ci separa da Piazza della Signoria è probabilmente la più bella di tutto il viaggio. Con il sorriso stampato in faccia perché sai che ormai è fatta, procedi come se fossi stordito, ebbro, fino all’arrivo.
Un suggerimento. La fontana del Nettuno è avvolta nell’impalcatura per i lavori di restauro, prendere l’acqua non è stato possibile. Potete iniziare il vostro cammino direttamente con la salita che porta a San Luca.