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Postignano. La seconda vita del villaggio dimenticato

Mostre d'arte, cultura, un progetto per ricostruire il tessuto sociale che si era perduto. Così un recupero architettonico ha ridato vida a un borgo umbro fantasma
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NON è la bellissima mostra di Dorothea Lange, fotografa che immortalò la grande depressione americana degli anni Trenta, il primo motivo per recarsi a Postignano. Né lo sono gli incontri con lo scrittore Daniel Pennac o con il regista Mario Martone, che si terranno nella chiesetta della Santissima Assunta di questo piccolo borgo dell’Appennino umbro. Né tanto meno lo sono i concerti di musica classica e di jazz che fino a gennaio faranno vibrare l’aria sottile e profumata dei monti che lo circondano. No, la principale ragione per venire fin qui è il paesino stesso, modellato nei secoli da un’architettura spontanea, o meglio naive, che vi ha lasciato un’armonia da presepe, rendendo questo luogo simile alla Gerusalemme celeste raffigurata nei quadri dei fiamminghi primitivi. Tanto che Postignano, frazione del comune di Sellano, a una decina di chilometri dalla Valnerina, in provincia di Perugia, fu definita l’archetipo dei borghi fortificati italiani: non è un caso se il fotografo Norman Carver, che negli anni Sessanta percorse la Penisola alla ricerca delle nostre più struggenti città rupestri, per la copertina del libro che in quell’occasione realizzò, Italian Hilltowns, scelse proprio un’immagine di Postignano. È travagliata, la sua storia recente. Quando Carver lo fotografò, il borgo era stato da poco abbandonato dai suoi abitanti, scacciati da un’ordinanza comunale per un piccolo smottamento ai bordi dell’abitato. Poi, per decenni, Postignano è rimasto un villaggio fantasma, le cui antiche dimore servivano da alcova agli amanti clandestini o da ovili agli allevatori che s’erano trasferiti a un paio di chilometri da lì. A farlo risorgere, stipulando ben trecento rogiti per acquistare l’intero villaggio, è stato un architetto e progettista visionario, Gennaro Matacena, specializzato nel restauro storico (suo è anche quello dei Mercati di Traiano a Roma). Nel 2013, dopo infinite battaglie burocratiche e lavori titanici, e dopo esser sopravvissuto anche al terremoto del 1997, Postignano è tornato più bello di prima, e consiste oggi in una sessantina di appartamenti (dei quali dieci già occupati, soprattutto da nordeuropei). Il problema era ricrearvi un tessuto sociale, ovviamente diverso da quello di una volta, anche perché fino al momento dell’abbandono della sua popolazione c’era ancora chi tesseva la canapa e chi fabbricava raspe e lime, vanto millenario del luogo.
Per vincere la sua scommessa Matacena ha perciò aperto un’enoteca che offre il meglio dei vini e degli oli dell’Umbria, due spazi espositivi, un’elegante sala da biliardo, una biblioteca e una piscina con annessa la sua spa. Last but not least, da un anno c’è anche un’ottima trattoria, “La Casa Rosa”, dove la cuoca Maria rielabora sapientemente piatti tradizionali (notevole il trancetto di trota nostrale su porro croccante), ma anche pietanze contaminate dalla grande cucina partenopea (strepitoso è il calamaro ripieno con tortino di “friariello” e crema all’aglio). Maria panifica una volta al giorno, tre o quattro tipi di pane, e usa il più possibile alimenti cresciuti, allevati o cacciati tra queste montagne. Infine, l’architetto ha anche lanciato un piccolo ma prezioso festival culturale. Nella mostra della Lange spicca l’immagine “Migrant mother”, icona della storia della fotografia, conservata alla Libreria del Congresso di Washington. Della donna ritratta sorprende l’intensità dello sguardo: verosimilmente non troppo dissimile da quello che avevano le moglie e le madri di quei contadini e di quegli artigiani che una volta abitavano il borgo.