Il tempio di Kinkakuji a Kyoto
Giappone, il fascino dell’eterno dilemma tra tradizione e modernità. Da scoprire ora, che lo yen è basso (voli permettendo)
di Daniela SolitoI templi silenziosi dove meditare a occhi aperti, le passeggiate nei giardini impeccabili e rigogliosi, il rumore delle scodelle a Omoide Yokochō, gli aerei che volano bassi su Shibuya, la passione di uno chef ottantenne che prepara i nighiri e condivide i suoi segreti, la luna che si riflette in un ruscello fra le strade antiche di Kyoto e regala una fotografia immortale. E’ un viaggio di contrasti e grandi emozioni, di paesaggi che cambiano veloci e scorrono dal finestrino del treno proiettile, di tradizioni scolpite nelle pietre. Un Giappone lento e veloce, accogliente e sicuro. Un Paese incredibile e un mondo che prima di partire possiamo soltanto immaginare, ma che soltanto percorrendo le strade ed entrando nelle locande tradizionali possiamo veramente riconoscere. E apprezzare.
Il Giappone non si può non amare, è impossibile. Nonostante il caldo e l’umidità che caratterizzano la stagione estiva e che rendono il viaggio più faticoso, questa terra mi resterà per sempre nel cuore. …
I templi silenziosi dove meditare a occhi aperti, le passeggiate nei giardini impeccabili e rigogliosi, il rumore delle scodelle a Omoide Yokochō, gli aerei che volano bassi su Shibuya, la passione di uno chef ottantenne che prepara i nighiri e condivide i suoi segreti, la luna che si riflette in un ruscello fra le strade antiche di Kyoto e regala una fotografia immortale. E’ un viaggio di contrasti e grandi emozioni, di paesaggi che cambiano veloci e scorrono dal finestrino del treno proiettile, di tradizioni scolpite nelle pietre. Un Giappone lento e veloce, accogliente e sicuro. Un Paese incredibile e un mondo che prima di partire possiamo soltanto immaginare, ma che soltanto percorrendo le strade ed entrando nelle locande tradizionali possiamo veramente riconoscere. E apprezzare.
Il Giappone non si può non amare, è impossibile. Nonostante il caldo e l’umidità che caratterizzano la stagione estiva e che rendono il viaggio più faticoso, questa terra mi resterà per sempre nel cuore. Per capirci, è uno di quei posti che quando vai via fa male e il rientro in Italia può essere difficile: il mal d’Oriente esiste? La cultura giapponese è profondamente diversa dalla nostra: quando sbarchi qui non capisci niente della lingua e dei segni, rimani sbigottito dai giapponesi che si mettono in coda, ordinatamente, prima di salire sul metrò. Ti arrabbi perché non ci sono i cestini per i rifiuti, ma poi resti piacevolmente colpito nel vedere ogni angolo di strada pulito.
Passano i giorni e cominci a comprendere, a tenere il passo, ad apprezzare. Non si può raccontare tutto di questo viaggio. Ma qualche sensazione che chi ci è già stato potrà ritrovare e magari farà venire voglia agli altri viaggiatori di partire verso Oriente per la prima volta, considerato anche che è un buon momento per partire perché il valore dello yen giapponese è debole rispetto all’euro. Meno convenienti i voli, invece, che hanno subito un forte aumento rispetto ai tempi pre-Covid. Quindi può essere una buona idea, se si ha tempo a disposizione, fermarsi più giorni nel Paese, con il consiglio di acquistare il Japan Rail Pass, un abbonamento che consente di utilizzare quasi tutti i treni proiettile e l’alta velocità per spostarsi in Giappone risparmiando sulle singole corse. Il pass ha un costo diverso in base alla durata di sette giorni (192 euro), 14 (306 euro) e 21 giorni (392 euro).
Il santuario di Fushimi Inari-taisha a Kyoto
Osaka
Il sole è alto e splendente nel cielo di Osaka. Sono le 8 del mattino e la calura è già insopportabile: il caldo si insinua sotto i piedi e mi schiaccia pure dall’alto, ma quando arrivo davanti al castello (Osaka-jo) sopporto quei due minuti lunghissimi di sudore in faccia per fotografarlo da ogni angolazione. E’ il primo assaggio di Giappone e non si può non rimanere incantati. I ghirigori dorati spalmati alla perfezione sulla base di legno bianchissima lo rendono quasi finto. Dall’ultimo piano, la vista su una città moderna fatta di palazzoni vetrati e grattacieli lascia sbigottiti. E’ il fascino del Giappone e delle sue città, questo connubio fra antico e moderno, l’avanguardia che si sforza di competere con la bellezza dei templi antichi ma resta sempre indietro. Se penso a Osaka, però, mi viene in mente subito Dotonbori: insegne luminose e coloratissime, granchi giganti che segnalano l’ingresso del ristorante e una faccia sproporzionata di uno chef giapponese che sembra parecchio arrabbiato. Dotonbori è soprattutto street food: okonomiyaki (una sorta di frittata agrodolce che qui viene preparata in maniera particolare rispetto al resto del Giappone, visto che è il suo piatto tipico), takoyaki (polpette di polpo fritte), ma anche spiedini e tanta tempura: friggono anche le ostriche giganti. La dritta per chi vuole pranzare qui, evitando file chilometriche, è quella di venire prima delle 12.
Dotonbori a Osaka
Sono arrivati presto per accaparrasi il posto in prima fila sul fiume, abbastanza vicino per assistere alla cerimonia del Tenjin matsuri, uno dei festival più importanti nel Paese del Sol Levante che si celebra a Osaka a fine luglio. Ci sono tanti italiani, spagnoli e francesi assieme ai giapponesi, alcuni indossano il kimono tradizionale in occasione della festa. E quando i carri cominciano a sfilare, adagiati sulle chiatte che li portano in processione lungo il fiume, i colori oro e rosso si riflettono nell’acqua amplificando l’effetto visivo. Poi iniziano a cantare in coro e a suonare, così mi vengono in mente le feste patronali che si celebrano nel nostro Sud e penso che alla fine siamo un po’ tutti uguali, con la stessa passione nel celebrare i riti e le tradizioni.
Kyoto
Kyoto è un fiume che scorre lento la sera fra le luci delle locande in legno scuro, dove si sentono in lontananza le urla e le risate di chi ha esagerato con il saké. Un ristorante con dieci posti al bancone dietro il quale gli chef parlano soltanto giapponese, ma non importa perché il piatto principale è l’anguilla laccata servita su un letto di riso in un cofanetto di legno bordeaux. La bellezza immortale dei giardini nascosti, custoditi dalle cicale che cantano forte, con fiori e piante protetti come gioielli. Nei laghetti pesci arancioni e bianchi scivolano evanescenti sott’acqua. Kyoto è una geisha piena di fascino che racconta le sue mille storie soltanto a chi ha la pazienza di saper ascoltare.
Poi c’è l’altra faccia della città. La sua bellezza di fama mondiale attira inevitabilmente frotte di turisti che si concentrano nei suoi luoghi più famosi: il santuario di Fushimi Inari-taisha lo si può apprezzare soltanto a metà del percorso, quando i turisti più stanchi tornano indietro perché i torii (i portali rossi) iniziano a diradarsi; la foresta di bamboo di Arashiyama rimbomba delle voci dei forestieri maleducati e il tempio di Kiyomizu-dera è invaso in ogni punto sacro. Sono luoghi bellissimi - per chi come me viene per la prima volta in Giappone non si possono non visitare - però è anche vero che con il turismo di massa hanno perso un po’ la magia. Il consiglio è di andarci la mattina presto o dopo le 17 (facendo attenzione alle chiusure), di trovare un angolo silenzioso in cui fermarsi, isolarsi e ammirare queste meraviglie. Kyoto ha due anime, insomma, o forse anche di più, ma io sono riuscita a cogliere queste due.
Tenjuan garden a Kyoto
Almeno per una notte bisogna provare l’esperienza di dormire in un ryokan (locanda tradizionale giapponese) per entrare nel cuore della cultura di questo paese, capirci un po’ di più anche se certe cose non si capiranno mai. Appena entrata al Yoshi Ima sono stata travolta dal calore familiare di questa locanda nascosta fra le izakaya e i negozi di ceramica nella zona Gion, il quartiere delle geishe. Credevo di essere in un manga, era tutto così diverso e allo stesso tempo entusiasmante: i futon (materassi per dormire) con fantasie floreali stesi a terra e pronti per la notte, i kimono e le ciabatte da camera nell’ingresso, i fusuma a separare le stanze, le porte scorrevoli che avevo visto soltanto nei film. Un altro mondo. Anche la colazione giapponese è stata una riscoperta: mangiare pesce grigliato e bianchetti (spuma di mare) di prima mattina è stato più stimolante per le mie papille gustative di quanto immaginassi. La colazione giapponese fa anche da pranzo, ma mette tanta sete. Per fortuna in giro per la città ogni 200 metri ci sono distributori automatici di bevande che d’estate, con le temperature roventi, sono una manna dal cielo.
Pontocho a Kyoto
Di ritorno dai templi, dopo una giornata molto intensa fra un bagno di folla e di sudore, trovo su Google Maps una sala da tè deliziosa (Gion Komori) di cui mi innamoro subito. Dopo aver fatto i consueti dieci minuti di fila, come succede per i posti più amati dai giapponesi, mi ritrovo in una saletta di tatami adagiata sul fiumiciattolo, una sorta di palafitta con grandi finestre dove affacciarsi e vedere chiazze verdi che scivolano nell’acqua. Qui, assieme a tè matcha freddo con latte, ho mangiato una delle coppe gelato più buone della mia vita, difficile da descrivere: in cima gelato al tè verde e alla vaniglia, poi un mochi (il tipico dolce giapponese ripieno di fagioli rossi) accompagnato dalla sua salsina, poi una crema e un pandispagna sempre al tè verde. “Questo dolce è molto popolare da noi, vengono qui apposta da Tokyo per assaggiarlo”, mi spiega la cameriera. E le credo. Dove vanno tutti all’ora del tramonto, quando il sole si placa e scende placido nel fiume, colorando il cielo di un arancione fosforescente? A Pontocho, il quartiere a ovest del fiume Kamo, noto per le antiche case da tè e le palafitte sull’acqua, che ospitano locali dove fare l’aperitivo o una cena molto romantica sotto un cielo di stelle. Pontocho al calare della luce è un posto magico, una cartolina d’Oriente che fa sognare. Che poi tutta Kyoto alla fine ti fa innamorare.
Hiroshima
Hiroshima ti strappa il cuore. Ti fa riflettere, ti fa commuovere, ti scuote dentro. Hiroshima è una ferita dolorosa che non riesci a cicatrizzare: fa ancora male vedere le fotografie con i volti dei bambini che la bomba si è portata via lentamente, con dolore e strazio, e le divise scolastiche a brandelli indossate quel giorno. Nell’audioguida ascolto il racconto di quell’orrore, le storie delle famiglie dilaniate dal fuoco, la disperazione, le urla e le richieste strazianti “Ho sete, aiutami” e mi viene da piangere. Come è potuto succedere? Eppure sta succedendo ancora. Penso che dovrebbero portare nelle scuole italiane e di tutto il mondo queste testimonianze, questi racconti e queste fotografie così crudeli e atroci, forse aiuterebbe a sensibilizzare. Fuori dal museo è rimasto lo scheletro del palazzo simbolo della strage e fa impressione. A mezz’ora di treno da qui si raggiunge il molo con i traghetti per Miyajima, un’isola incantata che ha come simbolo un torii che quando si alza la marea sembra galleggiare sull’acqua. Qui tutto è incantevole e avvolto nella pace, i cervi passeggiano fra i turisti che li scambiano per peluche e i pensieri della strage di Hiroshima rimbombano nella testa ancora più forte.
Hiroshima
Le Alpi giapponesi
L'anima del Giappone è un treno lento che attraversa le prefetture di Gifu, Toyama e Nagano, scivola fra le montagne verdi e sormonta i corsi d'acqua. Lì dove lo Shinkansen cede il passo a un vecchio treno con soltanto due carrozze e le sedute in legno. L'anima del Giappone è un tramonto sull'ultima corsa per Takayama, un raggio di sole debole che filtra dal finestrino di un vagone deserto. Accanto a me, un monaco buddista giovanissimo usa lo zaino come cuscino: torna a casa per salutare la famiglia. Il treno entra nelle montagne, sfonda una macchia di verde e mi stupisco di quanti alberi ci siano rispetto alla manciata di case. La stazione di servizio a Inotani ha una panca in legno troppo scomoda per i viaggiatori stanchi e un odore di legna bagnata che non si asciuga mai. Sono spariti anche i wc ultratecnologici con l’opzione musica per coprire i rumori, ma c’è soltanto una turca (pulitissima) a disposizione di uomini e donne. Un Giappone che non ti aspetti, qui dove tira aria di montagna. E’ la parentesi di viaggio lento attraverso le alpi Giapponesi e i paesini di montagna nei quali il turismo di massa non è ancora arrivato. Dove il Giappone conserva le sue tradizioni più antiche.
A Kanazawa ho incontrato Touma Seiji, lo chef 81enne che assieme alla moglie manda avanti il Sushi Tora, ristorante aperto da due generazioni. E’ stata una delle cene più belle della mia vita: senza capire una parola di giapponese mi sono affidata a Touma, che mi ha fatto assaggiare i tagli di pesce più particolari, serviti direttamente nel mio piatto dalle mani esperte di chi quel mestiere ce l’ha nel sangue. A fine cena mi ha messo sotto il naso una vaschetta piena di granchietti e per un attimo ho temuto che dovessi mangiarli crudi. Poi ha preso un lettore dvd preistorico e ha fatto partire la registrazione di quando vent’anni prima aveva partecipato a una trasmissione per spiegare come vanno cucinati quei granchi. Un’esperienza che vale la visita a Kanazawa.
Il villaggio di Shirakawa-go
Da qui il viaggio prosegue per Takayama, poi Matsumoto, con una tappa al villaggio Shirakawa-go, riconosciuto dall'Unesco come sito patrimonio mondiale dell'umanità, ai piedi del monte sacro Hakusan. Mi sembrava di essere in un luogo della mia infanzia, eppure a Shirakawa-go non ci ero mai stata. Le case con i tetti di paglia, il torrente che la separa dalla città, il rumore dell'acqua e le montagne verdi. Ma soprattutto quel profumo di legna bagnata. Quell’odore mi ha riportato alle estati a Villabassa in Alto Adige: ci sono posti del cuore, conservati nella nostra memoria, che magicamente ritroviamo dall'altra parte del mondo. A Takayama il tempo si è fermato e decido di farlo anche io rilassandomi con un onsen privato (bagno termale all’aperto) sul balcone della mia camera nel ryokan e cedendo al massaggiatore di piedi automatico, prima della cena kaiseki (che prevede un assaggio completo della cucina tipica giapponese). La mattina dopo visito il mercato locale che si tiene sul fiume e un bellissimo museo (il Takayama Showa Museum) che raccoglie oggetti del passato nella riproduzione fedele di alcuni ambienti come il barbiere, un’aula scolastica, una cameretta e un negozio di fotografia.
Il castello di Matsumoto
A Matsumoto piove, la prima pioggia dopo dieci giorni di viaggio, e la temperatura è scesa tanto da concedermi di tenere su il golfino e di entrare in un caffè per bere un cappuccino, di quelli che ti servono con un gatto disegnato sulla schiuma. Quando il cielo si fa buio mi sembra un buon momento per andare a vedere il castello, cupo e solitario, fra i quattro più belli del Giappone. Poi una ciotola di udon in brodo e a letto presto perché la stanchezza si fa sentire e il giorno dopo si parte per l’ultima tappa: Tokyo.
Tokyo
Quando scendo dal treno alla fermata Shinjuku, con la presunzione che dopo due settimane di itinerari e trasporti in Giappone un po’ ormai me la so cavare, il primo impatto con la metropolitana di Tokyo è devastante. Non capisco niente di quel labirinto sotterraneo: dieci uscite diverse, gallerie di negozi e ristoranti, parcheggi di biciclette. Eppure il mio hotel doveva essere a cinque minuti dall’uscita South della stazione. Qui mi rendo conto che Tokyo ha una città sotterranea sopra la città. Il modo migliore per visitarla è muoversi a piedi fra i quartieri, utilizzando la metropolitana per percorrere le lunghe distanze. Così nella stessa giornata si può passare dal mercato di Tsukiji la mattina presto per fare colazione fra i banchi di pesce crudo e i ricci esageratamente grossi a Odaiba, la grande isola artificiale nella baia di Tokyo che ricorda vagamente Dumbo a Brooklyn, forse anche per la riproduzione della statua della Libertà.
Il quartiere Shinjuku a Tokyo
Tokyo è un groviglio di strade, un luna park che ti prende, ti stritola, ti stordisce, ti emoziona e poi ti lascia stanco e appagato in una camera d’albergo a Shibuya. Dalla Tokyo Sky Tree, la torre d’acciaio a 634 metri d’altezza - la struttura indipendente più alta al mondo - si riesce a percepire la vastità di questa città. E io a Tokyo voglio fare tutto, anche se il caldo e la stanchezza dei giorni passati mi rallentano. Non basterebbero mesi per vedere tutti i luoghi e provare i piatti che mi sono segnata. Ma ci sono cinque posti davvero imperdibili secondo me: provare la sensazione del caos che ti avvolge quando attraversi l’incrocio più trafficato del mondo a Shibuya e ti viene voglia di rifarlo ancora e ancora; perdersi nel mondo dei manga, dell’elettronica e dei videogame ad Akihabara, il sogno degli appassionati di anime; passeggiare nei giardini più belli della città come il Rikugi-en o lo Shinjuku Gyoen garden, oasi di pace per staccare dal caos della metropoli; tornare bambini al teamLab Borderless fra le installazioni interattive e l’arte digitale a 360 gradi.
La vista dal Tokyo Sky Tree
E infine una cena o anche solo una passeggiata a Omoide Yokocho, una ragnatela di vicoli, epicentro di street food e divertimento notturno, dove turisti e giapponesi condividono lo stesso tavolo e quasi lo stesso piatto in uno spazio molto ristretto. Luci di lanterne, fumi delle griglie e delle sigarette, odore di birra sul bancone si mischiano e tengono viva la notte in questo quartiere molto animato. Devo lasciare Tokyo con l’amaro in bocca di aver avuto troppo poco tempo per scoprire questo Paese: venti giorni non sono neanche un assaggio. Se non fosse per la stanchezza e per il caldo che per tutti questi giorni non ha mollato il colpo, avrei preso un treno per Osaka e ricominciato tutto daccapo.
Shinjuku Gyoen garden a Tokyo