✕

Tra il mare e la pietra. Tutti i “must see” dell’Istria croata

L'Anfiteatro di Pola (foto Isa Grassano) 

Ascolta l'audio

Dalle batane di Rovigno all’arena di Pola, dal Parco di Brioni alle casite di Dignano e ai borghi dell’entroterra: viaggio in una terra che vive di luce e memoria
7 minuti di lettura

«Il pane e i pensieri li ha presi lei, la nostra supa». Il detto rovignese si riferisce a una popolare bevanda, preparata con vino di Terrano scaldato fino a 27-30 gradi, addolcita con zucchero e versata nella bukaleta di terracotta. Eppure a “prendere i pensieri” di chi arriva e a restituirli leggeri non è solo questa tipica specialità golosa: è tutto il borgo di Rovinj (Rovigno) nell’Istria croata, proprio sotto il Canale di Leme, con le sue case colorate addossate le une alle altre che sembrano inseguirsi fino al mare (nello spazio di quella che era un’isola).

Qualcuno lo chiama “piccola Venezia”, ma basta metterci piede per capire che non ha bisogno di paragoni. Rovigno ha una forte identità: fiera, mediterranea, erede di una cultura marinara che ha saputo restare viva, insieme alle sue tradizioni. Lo si avverte al museo della Batana, l’imbarcazione tipica in legno spesso e fondo piatto, usata per la pesca, che ancora oggi - iscritta nel Registro dei beni culturali immateriali pro…

«Il pane e i pensieri li ha presi lei, la nostra supa». Il detto rovignese si riferisce a una popolare bevanda, preparata con vino di Terrano scaldato fino a 27-30 gradi, addolcita con zucchero e versata nella bukaleta di terracotta. Eppure a “prendere i pensieri” di chi arriva e a restituirli leggeri non è solo questa tipica specialità golosa: è tutto il borgo di Rovinj (Rovigno) nell’Istria croata, proprio sotto il Canale di Leme, con le sue case colorate addossate le une alle altre che sembrano inseguirsi fino al mare (nello spazio di quella che era un’isola).

Qualcuno lo chiama “piccola Venezia”, ma basta metterci piede per capire che non ha bisogno di paragoni. Rovigno ha una forte identità: fiera, mediterranea, erede di una cultura marinara che ha saputo restare viva, insieme alle sue tradizioni. Lo si avverte al museo della Batana, l’imbarcazione tipica in legno spesso e fondo piatto, usata per la pesca, che ancora oggi - iscritta nel Registro dei beni culturali immateriali protetti della Croazia - solca il mare e specie al tramonto regala uno spettacolo di meraviglia. All’interno sono visibili molti oggetti donati dagli abitanti: corde, remi, fotografie.

Il museo della Batana e quel sottofondo corale

Tasselli di una memoria condivisa. E a ripetizione scorrono immagini video con una musica originale di sottofondo: la bitinada, canto corale nato tra i pescatori, che trascorrevano lunghe ore in mare o a riparare le reti e non avendo le mani libere per suonare, impararono a imitare con la voce gli strumenti musicali, creando così piccole orchestre improvvisate. Ogni esecuzione è diversa e spontanea. Lo si capisce allo Spacio Matika, una delle cantine rimaste attive, dove una volta si ritrovavano solo gli uomini per bere e giocare a carte (l’unica donna ammessa era la moglie del padrone di casa).

Oggi si può pranzare ascoltando i bitinaduri che intonano brani dedicati alla natura e ai sentimenti, in italiano o in istro-veneto. L’esperienza, prenotabile attraverso l’Ufficio del Turismo, include anche un giro in batana di un’ora e mezza: il modo più autentico per entrare nello spirito del luogo. E l’eco di quei canti risuona ancora a lungo nelle orecchie, mentre si cammina tra le strade di pietra lucida che riflette il sole e che s’intrecciano come fili di una ragnatela: viste dall’alto danno la forma di stella alla pianta urbana. Quelle stesse strade, in un gioco di luci e ombre, che affascinarono i nobili austriaci, i primi a giungere in visita. L’arciduchessa Maria Teresa apri? persino uno stabilimento balneare e climatico nel 1888, dando il via al turismo moderno. I Palazzi in stile veneziano aggiungono un tocco raffinato: l’impronta della Serenissima è comunque ben visibile, del resto ha dominato a lungo, dal Medioevo al Settecento.

La visione della Via Grisia

Uno degli scorci più belli è Via Grisia, la strada degli artisti con la scalinata serpentina, tra botteghe e gallerie di arte contemporanea, che porta fino allo spiazzo davanti alla chiesa di Sant’Eufemia, la patrona della città. All’interno è custodito il sarcofago giunto miracolosamente nell’800 d.C., con il corpo della martire calcedonese nata nel 290 e uccisa il 16 settembre nel 304. Un dettaglio curioso: il braccio della santa è conservato a Irsina, in Basilicata. Accanto, si innalza il campanile, la cui costruzione iniziò nel 1651 su progetto dell’architetto milanese Alessandro Monopolo, e volutamente modellato per essere la copia di quello di San Marco a Venezia.

Casite di Dignano (foto Isa Grassano) 

Ci vollero ventisei anni per completarlo, e in cima, nel 1758, fu posta la grande statua di rame di Sant’Eufemia, opera dei fratelli Vincenzo e Giovanbattista Vallani. La santa, issata su un perno, ruota ancora oggi al soffio del vento, indicando con il braccio la sua direzione. È un segno di grazia e di equilibrio, come se ricordasse a tutti che a Rovigno si vive seguendo il respiro dell’Adriatico. E proprio il mare torna, all’improvviso, si specchia sui muri, accompagna i passi e la memoria, fa capolino dietro una curva o un locale (ce ne sono diversi per la cena, un aperitivo o per assaggiare il pelinkovac, un liquore preparato con assenzio macerato e una miscela segreta di erbe aromatiche; tra questi il ristorante El Bugadur con tavoli sul mare).

L’Arena di Pola e la sua leggenda

Lasciandosi alle spalle le vele delle batane, si prosegue verso sud, fino a Pola, dove la pietra prende il posto del legno. Dante la citò nell’Inferno come città di sepolcri, ma la città è viva di contrasti: romana e austriaca, elegante e popolare. Su un piccolo colle che affaccia sul porto si erge l’anfiteatro, un colosso di pietra calcarea che Andrea Palladio volle disegnare nei suoi schizzi. Fu costruito nel I secolo d.C., nello stesso periodo del Colosseo, e si narra che fu voluto dall’imperatore Vespasiano come dono alla sua amante di allora, la polesana Antonia Cenida.

Eppure l’Arena non sarebbe solo opera d’ingegneria romana. Da secoli, la fantasia popolare le ha attribuito un’origine ben più misteriosa. Si racconta che la penisola istriana fosse abitata da ninfe diafane che di notte danzavano nei prati e all’alba si nascondevano alla vista degli uomini, pronte però a proteggere coloro che praticavano l’arte del costruire. Una notte decisero di costruirsi da sole una città di pietra. Salirono e scesero dal Monte Maggiore portando blocchi di roccia che, uno dopo l’altro, disposero in cerchio sotto la luna. Stavano per concludere l’opera quando, al canto dei galli, dovettero fuggire, lasciandola incompiuta

Da allora, gli abitanti la chiamano anche Divi?-grad, la “città del prodigio”. Quattro torri scandiscono la sua forma ellittica, lunga 133 metri e larga 105, e vista dal mare, sembra una conchiglia aperta. All’interno, si tenevano i combattimenti dei gladiatori mentre acqua profumata di lavanda veniva spruzzata dall’alto per rinfrescare gli spettatori, oltre 23 mila, e addolcire l’aria. È difficile immaginare che per secoli questo monumento sia stato abbandonato, saccheggiato, persino usato come cava per costruire le case e le chiese nei dintorni. Quel che si ammira oggi è frutto di restauri iniziati negli anni Trenta, restituiti alla luce con pazienza.

Veduta di Rovigno (foto Isa Grassano) 

Le porte romane

Fuori, la città conserva altri frammenti del suo passato: la Porta Gemina, con dietro il teatro minore; la Porta di Ercole, la più antica, risalente al 45 a.C., dove ha la sede della Comunità Italiana; e la Porta Aurea, o Arco dei Sergi, eretta da Salvia Postuma in onore dei suoi cari, come monumento privato e funerario, sorretto da possenti colonne con capitelli corinzi e sul quale spicca l’effigie della Vittoria alata.

In via dei Sergi, la via dello shopping, si nasconde anche un tesoro poco noto, il mosaico romano della “Punizione di Dirce”, scoperto per caso dopo i bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Sui lati si aprono i clivi, le strade strette radiali che portano al colle dominato dalla fortezza veneziana, mentre alla fine del percorso si trova Piazza Forum con il municipio e diversi bar per una pausa caffè. Sembra quasi di vedere James Joyce passeggiare tra una pausa e l’altra delle sue lezioni di inglese, anche se non nascose mai il suo disamore per il luogo e del resto fu sfrattato più volte perché non pagava l’affitto. A Pola è nato, nel 1933, pure il cantautore Sergio Endrigo. La sua casa non è visitabile, ma nel parco a lui dedicato, vicino alla piazza centrale, una scultura in pietra d’Istria ispirata alla canzone “L’Arca di Noè” ne celebra il ricordo. Poco più a sud, sulla penisola di Santa Caterina, il nuovo Monumenti Heritage Hotel di Pola - inaugurato da pochi mesi - fonde storia e design: un’ex caserma austro-ungarica restaurata, oggi monumento culturale protetto, accanto a una moderna ala Deluxe. Dalle terrazze si scorge il porto.

Le casite di Dignano

A pochi chilometri, andando verso l’interno, il paesaggio cambia: dall’azzurro si passa al verde, e la pianura si punteggia di costruzioni basse e rotonde. Sono le casite di Dignano, piccole architetture in muratura a secco dalle cupole a tetto conico, quasi fosse il cappello di un folletto. Nel Parco Kaz?un, all’ingresso del territorio comunale, se ne possono vedere quattro ricostruite nelle diverse fasi costruttive, come un museo a cielo aperto dell’ingegno contadino (sul territorio sparse tra ulivi e vigneti ce ne sono circa 3000).

Dal molo di Fasana, piccolo borgo di pescatori che Pier Paolo Pasolini descriveva come «un dolce paesetto veneto, coi suoi vicoli sul mare, i selciati sconnessi e grigi, i piccoli porticati», partono, invece, le barche dirette all’arcipelago delle Brioni. Lì il mare si apre in dodici isole, distese di verde e silenzio che per trent’anni furono la residenza estiva di Tito. Brioni Maggiore, 690 ettari, è un’oasi dove il tempo sembra dilatarsi tra i lecci che paiono grandi ombrelli aperti e gli ulivi che raccontano la storia: uno di loro, millenario, spaccato da un fulmine negli anni Ottanta, produce ancora olive. Tra le colline si intravedono i resti di una villa romana del I secolo, anche se l’attrazione più grande è il Parco Safari dove si aggirano zebre, struzzi e mucche sacre indiane.

Il parco safari e le ville care ai vip

Una delle “abitanti” più fotografate è l’elefantessa Lanka, quattro tonnellate di grazia, dono nel 1972 della prima ministra indiana Indira Gandhi. Qui tutto racconta un lusso discreto e un’epoca di potere: tre alberghi statali aperti fino a fine ottobre, tre ville affittabili e tre residenze di Tito, chiuse al pubblico, tra cui Villa Brioca, costruita in pietra locale per ospitare regnanti e star del cinema. La regina Elisabetta, Sophia Loren e Gina Lollobrigida solo per fare qualche nome. La Cadillac del 1953 - lunga quasi sei metri e dal cambio automatico - è ancora funzionante: si può noleggiare con autista, per mezz’ora di viaggio indietro nella storia. A separare Brioni Maggiore dal Brioni minore (a forma di ferro di cavallo) sono appena 120 metri d’acqua, ma per ragioni di sicurezza e tutela ambientale la navigazione è vietata: il mare qui è spesso capriccioso, e il vento lo muove come un sipario.

La piazza di Buie (foto Isa Grassano) 

Lasciato l’arcipelago, la costa si fa più aspra, poi più dolce, e la strada sale verso l’interno per ritornare in Italia, fino a Buie. A 222 metri sul livello del mare, con lo sguardo che abbraccia distese di vigne e uliveti, la chiamano “la sentinella dell’Istria”. È un borgo medievale con logge, torri e calli lastricate in pietra arenaria, a lungo conteso tra Roma, Aquileia e Venezia. I muri scrostati sembrano tele astratte, e ogni pietra ha la sua storia: dal Duomo di San Servolo, costruito sul luogo di un antico tempio di Giove, alla loggia civica che domina Piazza Libertà.

Il borgo di Buie

Le distese di uliveti arricchiscono i dintorni, e l’olio è uno dei vanti della zona. Plinio il Vecchio scriveva che quello istriano era il secondo migliore al mondo, subito dopo il venafrano, “insieme a quelli di Andalusia e Istria”. Ancora oggi quell’antica fama non si è spenta: denso, profumato, leggermente piccante, si può assaggiare in percorsi guidati (ad esempio da Terra Eno Olea) e in tutte konobe, le taverne che qui sono l’anima dell’accoglienza. Ce ne sono diverse, ma vale una sosta Morgan o Astarea, entrambe a Verteneglio a gestione familiare, Alla Beccaccia a Fazana, dove carni e verdure cuociono lentamente nel grande camino in pietra, sotto le campane di ferro poste direttamente sulle braci. «Ma non chiamatelo camino», avvertono i proprietari, «sono le nostre cucine».

E dentro quelle cucine, oltre che il fuoco, brucia la passione di chi tramanda gesti antichi. Un calice di malvasia o di terrano accompagna tutti i piatti, e diverse sono le cantine che propongono degustazioni. Cattunar a Brtonigla è una tappa per intenditori, così come il Wine Residence che unisce camere eleganti e spa tra i vigneti. Per chi cerca un rifugio romantico, l’Hotel San Rocco, sempre a Brtonigla-Verteneglio, custodisce l’atmosfera di un’antica dimora di famiglia, tra pietra, profumi d’erbe e silenzio.

Ovunque sentirete parlare l’italiano, e molti si sentono italiani. Lo dicono con naturalezza, come si parlerebbe di una parentela lontana ma mai dimenticata. È un’eredità che resiste negli anni, tra insegne bilingui e il calore dell’ospitalità. Forse è per questo che, andando via, non si ha la sensazione di lasciare un altro Paese, ma piuttosto una parte di casa.

Leggi i commenti