Quest’anno ricorre il bicentenario dalla morte di George Gordon Noel Byron, meglio conosciuto come Lord Byron, uno dei grandi viaggiatori inglesi dell’800. Cosa c’entra il poeta romantico con il territorio di Agrigento? C’entra, perché la presenza dello scrittore a Milano, Venezia, Ferrara, Monza, Ravenna, Pisa, Liguria, Roma, venne ampiamente raccontata da lui stesso nelle sue opere e nell’epistolario.
Poco noto e documentato è invece il passaggio in Sicilia, proprio nell’antica Terra dei Sicani. Prima di imbarcarsi per la Grecia da Porto Sant’Empedocle, la notte del 30 agosto 1809, Byron alloggiò ad Agrigento, allora chiamata Girgenti, nella locanda Bella Napoli insieme al suo amico John Cam Hobhouse, dopo aver visitato al chiaro di luna l’area archeologica della Valle dei Templi: «I have touched at Cagliari in Sardinia, and at Girgenti in Sicily, and embark to-morrow for Patras» (Sono stato a Cagliari in Sardegna, e a Girgenti in Sicilia, mi imbarcherò domani per Patrasso).
L’autore del Manfred non venne in Italia come tanti giovani aristocratici nordeuropei per scoprire le radici delle civiltà mediterranee, ma come esule, costretto a lasciare l’Inghilterra puritana. I suoi non erano studi archeologici come quelli di Winkelmann, bensì una contemplazione delle rovine alla ricerca del fantastico e del sovrannaturale. È all’insegna dei grandi viaggiatori del Grand Tour, e insieme delle suggestioni byroniane, che è stato concepito (e va vissuto) il “Tour dei Sicani Villages”, una proposta di “pellegrinaggio” culturale, naturalistico e gastronomico che tocca una rete integrata di 29 comuni e 18 piccole imprese, finanziato dal GAL Sicani (i GAL sono i Gruppi di Azione Locale, enti pubblici e privati).
Perché “pellegrinaggio”? Perché molti appassionati del tour lo percorrono a piedi o in bicicletta in più tappe, come fosse la Via Francigena, dal duomo di San Gerlando di Agrigento alla Cattedrale della Santa Maria Vergine di Palermo; un punto di sosta “sacro e profano” obbligato lungo la via, è il portico del ristorante Lo Sperdicchio di Aragona, dove è conservata la “Botte del Pellegrino”: la tradizione vuole che ogni viaggiatore debba toccarla prima di riprendere il cammino.
Il territorio che fu dei Sicani è vasto e con un paesaggio rimasto immutato nel tempo, di un verde mutevole che va da quello brillante della costa sudoccidentale dell’isola (Foce del fiume Platani) a quello più intenso dell’entroterra (Valli Sicane, Monti Sicani), tra le province di Palermo e Agrigento. Quest’ultima città sarà nel 2025 capitale italiana della Cultura.
Il tour nelle Terre dei Sicani, organizzato e coordinato da PURE Sicily per Sicani Villages, ha il costo di 400 euro al giorno per un gruppo di 4 persone trasportate in minivan, comprese le varie esperienze (incontri con agricoltori, pastori, artigiani, pranzi in famiglie locali), degustazioni e visite; info e prenotazioni: https://puresicilytravel.com o sul sito www.sicanivillages.com.
In pullmino si percorrono strade solitarie circondate da colline coperte di boschi e coltivazioni, con rare costruzioni rurali qua e là. Volendo, ad ogni sosta, si possono seguire itinerari di trekking nella Natura e risalire più avanti sul minivan.
Chi erano i Sicani? Circa 4.000 anni fa, ben prima dell’arrivo dei Greci, il territorio della provincia di Agrigento (e parte di quella di Palermo) venne occupato dai Sicani, popolazione proveniente dalla Penisola Iberica, che si stanziò tra i fiumi Himera (Imera) e Halycos (Salso Hymeras). Furono i Greci a chiamare Sicania tutta la Sicilia.
Di loro si sa pochissimo: avevano una propria lingua, ma nessuna forma di scrittura ci è pervenuta; le uniche testimonianze scritte vengono dai greci Filisto di Siracusa e Tireo di Tauromenio. Tucidite, parlando delle popolazioni siciliane preesistenti all’arrivo dei Greci cita i «Sicani provenienti dall’Iberia». Praticavano il culto dei morti, testimoniato da varie tombe rupestri, tra queste, la più importante è la Tomba del Principe, scavata nella roccia, appena fuori dell’abitato di Sant’Angelo Muxaro: è il più grande sepolcro protostorico della Sicilia. Gli oggetti di grande pregio artistico rinvenuti nelle tombe sono conservati al Museo Archeologico di Agrigento, in quello Archeologico di Siracusa e al British Museum. I tesori esposti a Londra furono donati da monsignor Lucchesi Palli all’ambasciatore inglese presso il Regno delle due Sicilie, Lord William Hamilton, alla fine del ‘700. Di quei tesori sicani esiste anche una testimonianza scritta da un viaggiatore del Grand Tour, il pittore francese Jean Houel: «…au found d’un tombeau, dans un village antique aujourd’hui appellé Sant’Angelo» (ritrovati nel fondo di una tomba in un antico villaggio chiamato Sant’Angelo). Il raffinato artigianato sicano è ora visibile in quello che fu il loro stesso territorio, grazie a pezzi originali e copie esposti nell’unico museo dedicato al popolo dei Sicani, il MuSAM nell’ottocentesco Palazzo Arnone di Piazza Umberto I, nel cuore di Sant’Angelo Muxaro.
L’attuale borgo fu l’insediamento sicano più importante e potente, anche per la sua posizione strategica nel centro della Valle del fiume Platani, tra Monte Castello e Pizzo dell’Aquila. L’abitato è protagonista di uno dei miti più celebri dell’Antichità, quello che racconta della fuga da Creta di Dedalo con il figlio Icaro: i due volarono dall’isola greca verso la Sicilia con ali fatte di piume di uccelli incollate con la cera. Icaro, si sa, cadde in volo perché si era avvicinato troppo al sole, facendo sciogliere le ali per il calore. Dedalo riuscì ad arrivare nell’Agrigentino e fu accolto dal leggendario re sicano Kokalos che lo ospitò nella sua reggia a Sant’Angelo Muxaro.
Il museo dei Sicani è nato dalla passione degli abitanti di Sant’Angelo e dalla determinazione delle Amministrazioni Comunali passate e presenti, che hanno sostenuto anche la realizzazione di una serie di murales artistici lungo la centrale Via Elenena.
Una storia e leggende ben diverse riguardano invece Aragona, altra tappa dell’itinerario “Terre dei Sicani”. Il borgo, che conserva edifici di interesse storico come il Duomo, il Palazzo dei principi Naselli e la Torre del Santo d’Angiò, venne fondato all’inizio del ‘600 su volere degli Spagnoli dal conte Don Baldassare III Naselli e intitolato a Beatrice Aragona Branciforti. La Storia più recente racconta delle miniere di zolfo gestite dalla famiglia Pirandello, e in particolare Taccia Caci che il padre del drammaturgo, Stefano Pirandello, voleva fosse diretta dal figlio. La leggenda, o meglio, la diceria popolare, vuole però che la miniera fosse colpita da una maledizione perenne che andava dagli antichi allagamenti ai più recenti fallimenti, dall’incuria di sempre alla concorrenza straniera all’inizio del ‘900, finché venne definitivamente chiusa. Il futuro Premio Nobel raccontò più volte l’economia dello zolfo e la dura vita dei minatori, in special modo nel romanzo I vecchi e i giovani del 1909. Le dicerie popolari, raccontano anche un’altra storia, quella del giovane Luigi che, invece di dedicarsi alla gestione della miniera, veniva ad Aragona per dispendiosi “incontri galanti”. Certo è che il piccolo centro dell’Agrigentino fu per l’autore di Liolà una fonte inesauribile di ispirazione per le atmosfere cupe che si respiravano nel piccolo centro, per le storie di tradimenti e di alienazione e anche per tanti personaggi che portò sul palcoscenico, tra questi: Ciàula, Cacciagallina e Zi’ Scarda protagonisti di Ciàula scopre la luna.
Fu Pirandello a scrivere «Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti»: una grande maschera di pietra di ispirazione pirandelliana che viene “trafitta” dai raggi del sole al tramonto, accoglie i visitatori (e gli spettatori) del Teatro Andromeda in Contrada Rocca a Santo Stefano Quisquina, altra tappa del Tour dei Sicani. Il teatro all’aperto tutto in pietra, impreziosito da sculture di vari artisti locali, che si affaccia su una spettacolare vallata, fu voluto e progettato dal pastore-artista Lorenzo Reina seguendo la disposizione delle stelle della Costellazione Andromeda. La struttura, per la sua ricchezza di suggestioni, è stata scelta come set per alcuni spot pubblicitari.
Altra tappa del tour è il borgo di Giuliana (piccolo comune in provincia di Palermo) con dodici chiese storiche, tra queste, la Chiesa Madre di origine trecentesca, la barocca Chiesa del Santissimo Rosario, il Santuario della Madonna dell’Udienza che conserva le tombe di due figure in odore di santità, Fra Simone Napoli da Calascibetta e Suor Glorietta Restivo. Il monumento più importante è però il Castello di Federico II di epoca sveva che faceva parte di un sistema di fortificazioni del territorio. Qui visse e morì Eleonora d’Aragona, contessa di Caltabellotta (1346-1405), una delle donne più potenti della Sicilia ai suoi tempi, nipote del sovrano del Regno di Sicilia Federico III d’Aragona. La fortezza, affacciata sulla vallata del fiume Sosio, ruota intorno ad una corte centrale ed è dotata di una torre a base pentagonale alta 18 metri; con la buona stagione ospita concerti e mostre.
Fa parte delle esperienze la sosta del tour nel borgo di Burgio (una delle “Città della Ceramica” riconosciuta dal Touring Club) celebre per le sue ceramiche artistiche smaltate colorate di giallo e di verde. Nei laboratori è possibile assistere alla lavorazione dell’argilla che viene estratta da secoli dalle cave; l’epoca d’oro dei vasai di Burgio è alla fine del XVII secolo quando maestri ceramisti locali come Nicolò Lo Cascio imposero il loro stile in tutta la Sicilia per i vasi da farmacia, per le scene sacre e per le mattonelle decorate. Altra tappa dell’artigianato è San Biagio Platani, una delle capitali dei pistacchi siciliani, dove dal XVII secolo, per mesi prima della Pasqua, vengono allestiti laboratori delle Confraternite per addobbare il centro storico con archi provvisori e rappresentazioni sacre.