Due gradi e non di più. Questa volta i sette Grandi lo hanno messo nero su bianco in maniera non equivocabile: l'aumento di temperatura del pianeta non può superare i 2 gradi perché l'alternativa è il rischio concreto di una catastrofe climatica. E hanno deciso di tagliare la maggior parte delle emissioni di gas serra dai loro settori energetici nazionali entro il 2050 per arrivare a riduzioni delle emissioni globali del 40-70% entro la metà del secolo. E' quello che i climatologi dell'Ipcc chiedono inutilmente da anni ricordando che ogni giorno perso è un costo aggiuntivo in termini di danni collettivi e vite umane. Dunque, dal punto di vista dell'analisi della situazione e del traguardo, il salto è netto perché finora il target dei 2 gradi era stato inserito in maniera non così determinata e i tempi della disintossicazione dall'era dei combustibili fossili restavano sul vago. Ma per raggiungere un obiettivo - ancora molto lontano visto che fino al 2013 le emissioni serra sono cresciute anno dopo anno - bisogna cominciare a muoversi con decisione nella direzione giusta: efficienza energetica, fonti rinnovabili, recupero della materia, agricoltura a basso impatto ambientale, trasporti efficienti, smart cities. E da questo punto di vista, per ora, le indicazioni non sono coerenti. Chi si è realmente mosso è stato il mercato, sollecitato da un'opinione pubblica sempre più preoccupata del futuro climatico e sempre più attenta alla coincidenza tra bilancio economico e bilancio ecologico. Gli investimenti sulle rinnovabili sono cresciuti arrivando a 270 miliardi di dollari l'anno; la maggior parte della nuova potenza elettrica installata viene da una fonte pulita (il 58% nel 2013); l'Agenzia internazionale dell'energia prevede che il solare surclasserà le altre fonti, nel settore elettrico, a partire dal 2040. La mano pubblica, quella che dovrebbe guidare il cambiamento virtuoso, è stata invece più lenta: gli aiuti ai combustibili fossili restano, a secondo degli anni, 5 o 6 volte maggiori degli incentivi alle fonti rinnovabili. E l'inquinamento che minaccia la sopravvivenza di centinaia di milioni di persone continua a non essere tassato: senza la carbon tax o uno strumento equivalente i benefici vanno alle aziende, i danni sono pagati dai singoli e dalla collettività. Per questo, pur manifestando soddisfazione per la decisione del G7, le associazioni ambientaliste hanno sollecitato un impegno maggiore e più concreto. Il Wwf ha sottolineato l'esigenza di rafforzare il fondo per il trasferimento delle tecnologie a basso impatto ambientale nei paesi più poveri. Mentre Greenpeace nota che gli obiettivi vanno raggiunti paese per paese e che le ultime norme che penalizzano le rinnovabili rischiano di portare l'Italia in direzione opposta a quella indicata dal G7.