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I distinguo M5S segni di debolezza

Il punto del 5 maggio 2022
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In tempi normali, una forza politica che non condivide la linea della maggioranza di cui fa parte non si limita a dire: “vogliono spingerci fuori dal governo”. Frase che trasmette un’idea di debolezza, come se chi la pronuncia volesse cercare la benevolenza di qualche misterioso interlocutore da cui si sente minacciato. Sarebbe assai più comprensibile se quella forza politica e il suo leader ponessero precise condizioni per la permanenza nel governo, così da far capire che non lasciano l’iniziativa ad altri.


Ma c’è di più. Se il distinguo è sulla guerra, o meglio sulla questione cruciale se inviare o no, nell’ambito delle nostre alleanze, armi moderne a un paese aggredito, non c’è tatticismo che tenga: chi non è d’accordo o riesce a modificare la linea dell’esecutivo di cui fa parte — peraltro con ministri di primo piano, a cominciare dal responsabile degli Esteri — , oppure esce dalla maggioranza e si pone come alternativa al governo accusato di essere “bellicista”. Ripetere che c’è qualcuno nell’ombra che trama per liberarsi di quel certo partito, significa confondere le acque senza ottenere risultati apprezzabili. Se poi l’obiettivo è guadagnare qualche consenso per tamponare l’emorragia elettorale in atto, probabilmente la tattica è errata: oltre a essere una manifestazione di cinismo. In genere i messaggi nati su queste basi non portano fortuna.
Al momento i Cinque Stelle di Conte sembrano un pugno di uomini indecisi a tutto, secondo il noto aforisma di Maccari. Per mascherare le loro incertezze, mescolano l’opposizione all’invio di armi con la difesa del “bonus” edilizio del 110 per cento e magari con il “no” al termovalorizzatore di Roma. Questioni più eterogenee non si possono immaginare, messe una sopra l’altra nell’intento di creare una massa critica in grado di intimorire il presidente del Consiglio, il quale fino a oggi sappiamo che non se ne cura granché. Sa di essere il bersaglio del disagio crescente di Conte, ma sa anche che il capo ufficiale dei 5S è troppo condizionato dai sondaggi. Li vede e in base al loro responso aggiusta il tiro. Tuttavia, prima di accentuare l’offensiva verso Draghi, quasi sempre in tandem con il quotidiano di riferimento, Conte deve chiarire i termini del dissenso con Di Maio.


Il ministro degli Esteri è, come tutti sanno, un fedele seguace della linea pro-atlantica imposta dal premier ed è destinato a trarre beneficio dal plausibile successo dell’imminente visita di questi a Washington. In altri termini, Di Maio si è collocato da tempo nella scia del rapporto Draghi-Mattarella che la guerra all’Est ha cementato di nuovo. Viceversa Conte non solo è fuori da tale asse, ma è consapevole di non avere il pieno dominio dei suoi gruppi parlamentari. Qualsiasi iniziativa concreta, cioè non solo a parole, contro Draghi dovrebbe essere concordata con l’ “alter ego” della Farnesina. E c’è dell’altro. Quello che davvero preoccupa l’avvocato pugliese è la fine del rapporto privilegiato con la segreteria del Pd. Enrico Letta lo lascia intendere in modo sempre più chiaro. E in fondo si capisce: la stretta alleanza era figlia del passato e dell’emergenza Covid. Ora la guerra ha modificato i termini della questione. Ecco dove nasce la frase: “temo che vogliano cacciarci dal governo”. È un modo per denunciare la fine di quella relazione speciale. Con la paura che sotto sotto il Pd si stia preparando anche alle elezioni anticipate.

 

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