Il grande gioco delle nascite: così il calo demografico cambierà il mondo
di Marta DassùEntro la fine di questo secolo, la popolazione mondiale potrebbe diminuire, invece che aumentare, per la prima volta dalla devastante pandemia (la peste nera) della metà del 1300. Ma la causa non sarà il numero di morti; sarà la diminuzione delle nascite, in particolare nelle economie avanzate, a cominciare dall'Europa in rapido invecchiamento.
Dal baby boom al baby bust. Con la grande eccezione dell'Africa sub-sahariana. Perfino il vantaggio demografico degli Stati Uniti, parte integrante della costruzione della superpotenza americana, comincia parzialmente a ridursi; mentre un vero e proprio inverno demografico investe ormai non solo i casi tradizionali di Italia e Giappone ma anche la Cina, soppiantata dall'India, e la Russia, dove il declino delle risorse umane rafforza lo scarto esistente fra la realtà dei numeri e le illusioni imperiali di Vladimir Putin.
La riduzione delle nascite riguarda ormai paesi "inattesi", come Brasile,…
Entro la fine di questo secolo, la popolazione mondiale potrebbe diminuire, invece che aumentare, per la prima volta dalla devastante pandemia (la peste nera) della metà del 1300. Ma la causa non sarà il numero di morti; sarà la diminuzione delle nascite, in particolare nelle economie avanzate, a cominciare dall'Europa in rapido invecchiamento.
Dal baby boom al baby bust. Con la grande eccezione dell'Africa sub-sahariana. Perfino il vantaggio demografico degli Stati Uniti, parte integrante della costruzione della superpotenza americana, comincia parzialmente a ridursi; mentre un vero e proprio inverno demografico investe ormai non solo i casi tradizionali di Italia e Giappone ma anche la Cina, soppiantata dall'India, e la Russia, dove il declino delle risorse umane rafforza lo scarto esistente fra la realtà dei numeri e le illusioni imperiali di Vladimir Putin.
La riduzione delle nascite riguarda ormai paesi "inattesi", come Brasile, Messico e Thailandia. A ritmi più ridotti di un tempo, continuerà invece a crescere una parte del Medio Oriente e dell'Asia meridionale.
La nuova geografia della demografia avrà nel tempo implicazioni molto rilevanti: per gli equilibri economici globali, il peso relativo degli Stati, i flussi migratori e la sostenibilità dei sistemi di "welfare". Se la demografia non è certo un destino, per gli studiosi di geopolitica - osserva Nicholas Eberstadt su Foreign Affairs - ci va abbastanza vicino.
E resta aperto, guardando a un mondo che oggi supera gli 8 miliardi di persone, il "grande dibattito": siamo già troppi (viste le risorse del pianeta e l'urgenza dei problemi ambientali) o siamo troppo pochi? Se questo secolo sarà fortemente influenzato da una doppia rivoluzione - demografica e tecnologica - i paesi capaci di generare, educare od attrarre le risorse umane migliori saranno anche destinati a prevalere. Ma, come si vedrà subito, questa visione diventa eccessivamente deterministica (la trappola malthusiana) se non viene correlata a variabili socio-economiche cruciali.
Partiamo dalle parole. "Demografia" ha a che fare, etimologicamente, con la popolazione, che a sua volta nell'accezione da noi ereditata dal mondo greco classico è indissolubilmente legata alla "polis", cioè alle istituzioni politiche. Non a caso, la demografia nasce praticamente come vera "scienza di Stato", una disciplina con un ruolo fondante per la strutturazione e il consolidamento degli Stati moderni. Il censimento - strumento indispensabile per raccogliere dati demografici di base - è un'operazione statistica (la stessa radice della parola "Stato") che viene dal latino censere, cioè giudicare, dare una valutazione, annoverare. Come si vede, si tratta di un'operazione complessa che, partendo da dati quantitativi, punta a un obiettivo qualitativo.
C'è poi un'evidente assonanza e consonanza tra la parola demografia e un altro termine cruciale: democrazia. Demografia e democrazia condividono ovviamente una parte dell'etimo - appunto, quello relativo al "popolo". La condivisione è in realtà anche più profonda, perché in entrambi i settori è fondamentale il processo del conteggio, cioè la quantificazione delle persone in quanto cittadini: nel primo caso a fini di conoscenza e pianificazione, nel secondo caso a fini di espressione del grado di consenso politico e costruzione di maggioranze. I sondaggi e le analisi statistiche sulla composizione dell'elettorato sono proprio il punto di incontro tra diritto di voto, istituzioni rappresentative e studio rigoroso della popolazione.
Un ulteriore elemento in comune è forse meno intuitivo ma ugualmente importante: i due termini descrivono fenomeni dinamici e processi in continuo mutamento. Il meccanismo democratico, nella sua accezione più piena, non avrebbe senso se dovesse soltanto fotografare o congelare una maggioranza e una minoranza, entrambe permanenti; parallelamente, la demografia riflette e incorpora rapporti intergenerazionali, ossia avvicendamenti incessanti. Questo aspetto dinamico viene spesso sottovalutato quando si parla di Stati, nazioni, comunità di vario tipo, dentro o attraverso confini amministrativi.
Il concetto stesso di "nazione", infatti, si riferisce etimologicamente alla società degli antenati (da cui si è nati, letteralmente), al territorio in cui hanno vissuto e dunque al succedersi e al coesistere di generazioni diverse: il termine crea insomma un legame (biologico e culturale, non solo geografico) tra passato e futuro. Nelle società contemporanee, quel legame è in vari modi mediato da istituzioni complesse e multi-livello, a cominciare dallo Stato e dai meccanismi di mercato, per arrivare alle comunità locali e alla cerchia familiare (comunque sia definita).
Possiamo quindi immaginare un triangolo composto di Stato-mercati-popolazione che racchiude larga parte della vita collettiva. I vertici del triangolo sono in relazione reciproca, producendo scelte ed effetti in campo politico, economico, socioculturale.
Per avere un quadro più realistico e completo, dobbiamo però inserire l'altra variabile decisiva nel mondo di oggi (e in parte anche del passato): il livello globale - che è al tempo stesso internazionale, interstatuale, transfrontaliero. Ecco allora che la demografia "classica", quella raffigurata e quantificata dai censimenti, incontra i fenomeni globali; diventa così ancora più dinamica, incorporando i flussi migratori ma anche le influenze indirette dei mercati del lavoro e delle filiere produttive in luoghi fisicamente lontani.
In altre parole, le tendenze demografiche locali vanno inserite necessariamente in quelle macroregionali, continentali e mondiali, in quanto i grandi o perfino piccoli squilibri nell'andamento della popolazione, delle nascite, dell'invecchiamento, degli spostamenti geografici si traducono in rapporti di potere, di scambio, di competizione e cooperazione.
Per rendere concreti questi ragionamenti generali, basti pensare alla Cina che invecchia (prima di avere superato la "trappola del reddito medio"), alla ricca Europa che continua ad invecchiare (ed è incerta su come gestire l'immigrazione), all'Africa giovane che preme sul vecchio continente, agli Usa che riescono ancora a crescere demograficamente ma meno che in passato e che temono di perdere il controllo del confine con il Messico, alla Russia che vede fuggire centinaia di migliaia di suoi giovani cittadini non perché è sotto attacco da parte della Nato (la tesi strumentale di Vladimir Putin) ma perché è un aggressore, il cui leader autoritario ha imposto una "mobilitazione parziale".
La prospettiva demografica intreccia, di fatto, tutte le relazioni umane; eppure, non si deve cadere nella tentazione di assumerla come lente unica e come fattore deterministico. Al contrario, è evidente l'esigenza di guardare simultaneamente alle varie spinte, a volte contrastanti tra loro, prodotte dai trend demografici.
Come si è appena visto, la crescita della popolazione è spesso considerata come un segnale di vitalità di una società (lo è letteralmente, se si pensa all'incremento delle nascite rispetto ai decessi), ma va comunque rapportata al tasso di crescita economica - per non cadere nella trappola malthusiana, prevedendo un declino inevitabile del benessere collettivo.
D'altro canto, il calo demografico (o quantomeno un incremento contenuto) è stato a volte auspicato e attivamente incentivato da osservatori e governi, al fine di frenare lo sfruttamento di risorse limitate e favorire un aumento del reddito medio. In chiave di politica di potenza, è naturale considerare avvantaggiati gli Stati con popolazioni numerose; ma è ovvio che il reddito pro capite ha a sua volta un'influenza decisiva sul livello tecnologico delle forze armate e dunque sulla loro efficacia ed efficienza - cioè sulla potenza militare.
È così che si può valutare il raffronto tra il gigante demografico degli ultimi decenni, la Cina, e quello dei prossimi, l'India: i numeri che contano di più sono quelli che tracciano la traiettoria economica (non solo demografica), e semmai istituzionale (lo stato di diritto come chiave di uno sviluppo realmente sostenibile).
Del resto, una fotografia globale sulle politiche per la natalità offre un quadro "misto": l'ultimo rapporto Onu sul tema ("World Population Policies 2021 - Policies related to fertility") sottolinea che una maggioranza di paesi sta tuttora puntando a ridurre i tassi di crescita della popolazione, ma il numero di governi che tentano di aumentare la fecondità è triplicato dalla metà degli anni Settanta.
Altri studi recenti dimostrano che è comunque difficile invertire le tendenze in atto, come indicano in particolare i casi (con i tassi di natalità tra i più bassi al mondo) di Giappone e Corea del Sud, a fronte di grandi risorse investite per incentivare le nascite.
Il punto è che davvero non ci sono ricette demografiche buone per tutte le stagioni, per tutti i luoghi e per tutti i livelli di benessere: molto, moltissimo, dipende dal contesto economico e istituzionale.
Sappiamo inoltre, e lo confermano esperienze storiche anche recenti, che le politiche demografiche possono avere effetti indesiderati, poco prevedibili o dannosi perché le circostanze cambiano rispetto agli scenari pianificati. Il caso più macroscopico è quello della "politica del figlio unico" nella Repubblica Popolare Cinese tra il 1980 e il 2016, che costringe ora Pechino a gestire una situazione demografica da paese avanzato con gli strumenti di un'economia priva di un efficiente sistema di welfare.
È soprattutto in campo socio-economico che i trend strutturali legati alla demografia producono effetti tangibili di grande portata. In prima approssimazione, una popolazione più anziana consuma meno e investe meno nel futuro; inoltre, in paesi con garanzie pensionistiche costose, aumenta la pressione sui bilanci pubblici, visto che la quota di popolazione attiva non è più in grado di sostenere il sistema di welfare.
Tenere il sistema in equilibrio è naturalmente più difficile nei paesi, come il nostro, con una forte disoccupazione giovanile (il 25% degli under 25), ad alto debito pubblico, e dove il problema migratorio genera pressioni polarizzanti (esigenza di manodopera per vari settori del mercato del lavoro e delle aziende ma al tempo stesso questione di sicurezza legata all'immigrazione illegale).
L'Italia non è certo un caso isolato: la traiettoria demografica della Germania è altrettanto preoccupante. Il caso tedesco ci ricorda però (con l'assorbimento dei rifugiati dalla Siria nel 2015-2016) quanto conti la capacità di attrarre capitale umano qualificato e giovane per mitigare i trend demografici interni.
La spia più evidente della difficoltà di immaginare soluzioni convincenti all'inverno demografico europeo è il divario che si è ormai creato, in Italia e in larga parte dell'Ue, tra figli desiderati e figli effettivamente nati. Le nuove generazioni non hanno smesso di desiderare di avere figli; ma si sentono anche libere di non averne e rimandano spesso questa decisione per un contesto generale di incertezza.
Di fatto, il rinvio della decisione diventa col tempo rinuncia. Si genera così quel "deficit riproduttivo" - analizzato da Alessandro Rosina nel nuovo numero di Aspenia - che spiega il declino demografico dell'Europa, precursore possibile di una perdita progressiva di competitività del Vecchio Continente.
L'attuale tasso di fecondità dell'Ue è poco superiore a 1,5 con nessuno degli Stati membri in grado di raggiungere la soglia necessaria (poco più di 2 figli per donna) a garantire un equilibrio nel rapporto fra generazioni. Sulla carta, la risposta al deficit riproduttivo è ovviamente quella di riuscire a costruire un ecosistema favorevole alle giovani famiglie. Nella pratica, esiste una vasta differenza di misure adottate in Europa.
I paesi meno lontani dalla soglia di equilibrio demografico sono quelli (Francia e Svezia) che in modi diversi hanno ottenuti dei risultati combinando sostegno alla natalità e all'occupazione femminile. Colmare il divario fra figli desiderati e figli nati è una sfida sociale primaria, per evitare che la procreazione sia vissuta solo come un "costo privato" invece che come investimento collettivo.
Il problema, si diceva all'inizio, non è solo europeo. Nelle quindici principali economie del mondo, per livello di PIL, il tasso di fecondità è oggi inferiore al tasso di sostituzione. Questo pattern include Cina e India, che assommano più di un terzo della popolazione mondiale.
Ne risulteranno difficoltà evidenti per le nuove generazioni, in un mondo in cui la quota di popolazione anziana aumenterà progressivamente. Sviluppo economico e riduzione della fecondità si sono spesso combinati: questo varrà in futuro anche per l'Africa, dove conviene comunque investire nel capitale umano.
Si può aggiungere che politiche pro-natalità ben mirate sono importanti (Francia e Svezia lo confermano); ma in vari casi hanno dato pochi risultati. Alla fine, quindi, è probabile che il baby bust continuerà. E che una risposta alla rivoluzione demografica possa venire dalla rivoluzione tecnologica.
Se sarà l'Intelligenza artificiale a smentire le previsioni di Malthus o a innescare, al contrario, il suicidio dell'umanità, è il nuovo grande dibattito che si è aperto. Un dibattito un po' estremo, certo; ma che ormai si combina a quello più tradizionale fra ambientalisti (siamo comunque troppi) e natalisti (saremo in realtà troppo pochi).