Le regole di governo dell’economia europea non hanno mai rappresentato un nucleo compatto. Sono sempre state, piuttosto, un coagulo di risposte a questioni multiple: come evitare le tentazioni di un Paese di indebitarsi a danno degli altri? Come coordinare i cicli economici (e la spesa pubblica) di venti Stati con un’unica politica monetaria? Come prevenire una crisi finanziaria nell’euro-area? Come porre le basi finanziarie per dare risposte comuni ai grandi problemi condivisi? E altre ancora.
Questi temi sono eterogenei e, in federazioni unitarie come gli Stati Uniti, vengono armonizzati dal confronto tra i poteri pubblici. In Europa un tale grado di unità fiscale e politica non esiste ancora. Per questo è necessario servirsi di regole, talvolta nette, per offrire trasparenza al governo dell’economia e creare così fiducia tra paesi che, a seconda del momento, possono trovare sacrificio o beneficio dalla governance comune. La fiducia è necessaria perché garantisce il ripetersi nel t…
Le regole di governo dell’economia europea non hanno mai rappresentato un nucleo compatto. Sono sempre state, piuttosto, un coagulo di risposte a questioni multiple: come evitare le tentazioni di un Paese di indebitarsi a danno degli altri? Come coordinare i cicli economici (e la spesa pubblica) di venti Stati con un’unica politica monetaria? Come prevenire una crisi finanziaria nell’euro-area? Come porre le basi finanziarie per dare risposte comuni ai grandi problemi condivisi? E altre ancora.
Questi temi sono eterogenei e, in federazioni unitarie come gli Stati Uniti, vengono armonizzati dal confronto tra i poteri pubblici. In Europa un tale grado di unità fiscale e politica non esiste ancora. Per questo è necessario servirsi di regole, talvolta nette, per offrire trasparenza al governo dell’economia e creare così fiducia tra paesi che, a seconda del momento, possono trovare sacrificio o beneficio dalla governance comune. La fiducia è necessaria perché garantisce il ripetersi nel tempo di questi scambi di benefici/sacrifici, con la ragionevole aspettativa che nel corso degli anni i benefici prevarranno per tutti.
L’eterogeneità degli obiettivi rende ingiusto un giudizio secco sulle regole che l’Ecofin approverà (o cambierà?) nei prossimi giorni. Mi limito a tre questioni: le regole concilieranno disciplina fiscale e accettabilità politica? Aprono la strada a fondi comuni per le grandi politiche necessarie su scala europea, come sicurezza, difesa o clima? Eviteranno, infine, nuove crisi finanziarie?
Nel primo caso la risposta è che l’accettabilità politica è stata “comprata” spostando l’applicazione della disciplina alle future legislature. Solo allora sarà possibile misurare il loro effetto sulla stabilità dei debiti pubblici. Fino ad allora le regole saranno svuotate da deroghe di vario tipo e poggeranno su previsioni che, per Paesi come Italia e Francia, sono ben poco credibili. Nel secondo caso, la risposta è purtroppo negativa e deriva proprio dal fatto che il rispetto delle regole è incerto, rendendo improbabile un salto in avanti nella condivisione dei bilanci e delle politiche fiscali. Nel compromesso, infatti, non si trova cenno, per quanto è noto, alla replica di fondi come Next-Generation.
Quanto alla terza istanza, cioè evitare nuove crisi finanziarie, la proposta originaria della Commissione aveva in serbo, immagino consapevolmente, un escamotage interessante: istituzionalizzando un tavolo di negoziato bilaterale e prolungato con ogni Paese ad alto debito, la Commissione assicurava che le politiche opportune e le riforme necessarie fossero già discusse e affrontate dal governo di quel Paese. In tali circostanze, nel caso di una crisi finanziaria, sarebbe stato difficile dare colpa dell’instabilità finanziaria al solo Paese in questione e imporgli altre severe misure. Inoltre, in assenza di “colpe” del Paese, la Banca centrale europea avrebbe potuto intervenire a immediato contrasto di eccessi speculativi. Il compromesso attuale riduce invece il ruolo della Commissione che fissa una traiettoria di sostenibilità dei debiti, ma resta soggetta a vigilare i criteri di spesa e disavanzo – a quanto è noto – senza maggior condivisione delle policy con lo Stato membro. In caso di crisi, l’intervento della Bce non sarebbe dunque automatico, perché il Paese colpito potrebbe violare quei criteri o non essere coinvolto in un esercizio di stretto coordinamento della Commissione. Se a ciò si aggiunge il rinvio dell’applicazione delle nuove regole, nei prossimi anni i Paesi indebitati saranno esposti a incertezza, e all’interpretazione che di essa daranno gli investitori finanziari.
Il compromesso al tavolo dell’Ecofin non è dunque criticabile perché potrebbe riportare un po’ di disciplina nei bilanci degli Stati membri, ma perché non rafforza abbastanza la condivisione della sovranità fiscale, come era intento originario della riforma, ma con regole più nette e senza ritardi.
Le conseguenze sono a carico di Paesi come l’Italia, che temono la disciplina dei bilanci, rifiutano la sovranità condivisa e si espongono così al giudizio non negoziabile dei mercati finanziari.