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Mulè-Guerra, il presepe laico e la culla della lingua

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La vicenda risale al 29 dicembre quando la deputata del Pd, con un gesto dada davanti al quale si può solo applaudire, si rivolge al vicepresidente della Camera chiamandolo “signora presidente”
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Il presepe laico di questi ultimi giorni dell’anno ha come protagonisti Giorgio Mulè, Forza Italia, vicepresidente della Camera, e Maria Cecilia Guerra, Partito Democratico, deputata, stretti intorno alla culla della lingua italiana e della semantica. In secondo piano, ma ben visibili, stanno Marco Perissa, Forza Italia, deputato, Elly Schlein, segretaria del Pd, la madre di Giorgio Mulè, citata da lui medesimo — «Sono finito in mezzo a una diatriba semantica, mia madre di 84 anni mi ha mandato un messaggio: non sapevo di avere una figlia femmina» — Giorgia Meloni, presidente del Consiglio e la prima pagina di Libero, quotidiano, del giorno 29 dicembre ultimo scorso.

La storia, come ci si aspetta da tradizione, si svolge in un deserto. Il deserto è il Mes.

La vicenda risale al 29 dicembre quando Maria Cecilia Guerra, con un gesto dada davanti al quale si può solo applaudire, durante una discussione in aula, si rivolge a Giorgio Mulè, chiamandolo «signora presidente».

Giorgio Mulè, com…

Il presepe laico di questi ultimi giorni dell’anno ha come protagonisti Giorgio Mulè, Forza Italia, vicepresidente della Camera, e Maria Cecilia Guerra, Partito Democratico, deputata, stretti intorno alla culla della lingua italiana e della semantica. In secondo piano, ma ben visibili, stanno Marco Perissa, Forza Italia, deputato, Elly Schlein, segretaria del Pd, la madre di Giorgio Mulè, citata da lui medesimo — «Sono finito in mezzo a una diatriba semantica, mia madre di 84 anni mi ha mandato un messaggio: non sapevo di avere una figlia femmina» — Giorgia Meloni, presidente del Consiglio e la prima pagina di Libero, quotidiano, del giorno 29 dicembre ultimo scorso.

La storia, come ci si aspetta da tradizione, si svolge in un deserto. Il deserto è il Mes.

La vicenda risale al 29 dicembre quando Maria Cecilia Guerra, con un gesto dada davanti al quale si può solo applaudire, durante una discussione in aula, si rivolge a Giorgio Mulè, chiamandolo «signora presidente».

Giorgio Mulè, composto come si addice al suo ruolo istituzionale, eccepisce: «Onorevole Guerra, avrei qualcosa da ridire. La mia identità è quella e se si rivolge a me lo faccia come presidente, non si può rivolgere a me come Signora presidente».

Maria Cecilia Guerra, senza scomporsi, così come si addice al suo ruolo istituzione, spiega: «Il deputato Marco Perissa ha parlato della segretaria del mio partito, Elly Schlein, chiamandola al maschile, “segretario”, ritenendo che questa sia una scelta che a lui compete. Quindi se è permesso rivolgersi a una donna con appellativo maschile, allora è consentito anche a me rivolgermi a lei al femminile a meno che non richiami tutti quelli che continuano a chiamare le donne al maschile. Lei tiene al suo genere, io tengo al mio».

Giorgio Mulè, a leggere l’intervista su Repubblica, sta dalla stessa parte di Maria Cecilia Guerra, cioè ciascuno tiene al suo genere, ciascuno è d’accordo di chiamare l’altro come l’altro vuole essere chiamato.

Concordo, inoltre, con Mulè quando dice, nella stessa intervista, che «perdiamo tempo a lambiccarci con le parole quando c’è un abisso di inciviltà nelle questioni di genere che dovremmo affrontare tutti insieme».

E mi aspetto infatti che la maggioranza di governo, che ne ha l’onore e l’onere, non perda tempo, sia anzi il motore, a fatti prima ancora che a parole, che giri e giri per colmare questo abisso di genere, che molto prima delle parole riguarda i salari, i congedi parentali, la proporzione tra donne e uomini in comparti e settori essenziali della nostra democrazia e che sfocia in femminicidi, aggressioni e discriminazioni di vario genere e gravità.

Mentre ascoltavo l’intervista, sempre del giorno 29 ultimo scorso, di Lanfranco Palazzolo a Giorgio Mulè per Radio Radicale, continuavo a concordare con Mulè, in parte, sul fatto che alcune cariche sfuggono alla semantica — sì, va bene, ma chi decide quali e quando? — e che bisognerebbe riuscire anche a ridere — rivangava l’aneddoto di «aggiustare la microfona» e quello dell’onorevole Giacomoni che si rivolge al «Presidente Figa», perché il Presidente Figo ha sbagliato il suo cognome, chiamandolo Giacomini (adesso che lo scrivo però non mi fa ridere) — concordavo ancora sulla critica alla prima pagina del quotidiano Libero che titolava “Uomo dell’anno” sopra la foto di Giorgia Meloni. Mulè sottolineava che avrebbero dovuto titolare “Donna dell’anno” perché Meloni ci tiene — rivendica — alla sua identità di genere.

Insomma, ero in pieno esercizio di quel dissenso della sinistra con la sinistra quando Mulè ha detto al microfono: «Si hanno gli attributi anche se non si è uomini, e il nostro presidente del Consiglio ha molti attributi e quindi è la donna dell’anno in virtù degli attribuiti che ha, non devono essere fisici ma mentali».

In chiusura di frase, Mulè con l’abilità che mi aspetto da un politico di lungo corso, sottolinea che gli attributi di Meloni a cui fa riferimento sono mentali. Anche se il significato della parola “attribuiti”, derivante dall’utilizzo statistico in riferimento a qualcuno che occupa una posizione decisionale, è solo uno.

Molti anni fa, avevo sentito Anna Nadotti, traduttrice, rispondere a una domanda riguardante la grandezza di Dante Alighieri che sì, sì, Dante Alighieri era una grandissima scrittrice italiana. Anche qui, grande gesto dada che smaschera chi crede alla gerarchia di genere. Superior stabat lupus, inferior agnus, narra la favola.

Non credo che l’appellativo scrittrice vada a detrimento di Dante (infatti Dante non ha avuto da ridire), e nemmeno credo che l’appellativo Signora — tralasciando per un momento il timoroso, ambiguo e sussurrante tono in cui viene usato ne I Promessi Sposi per la Monaca di Monza — possa offendere nessuno. Si offende solo chi pensa che il genere femminile sia una diminutio. Nel presepe rifletterei su questo.

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