«Confesso che difficilmente riuscirò a non provare un moto di simpatia anche per le ragazze e i ragazzi che scenderanno in piazza contro le politiche del nostro governo. Mi torneranno alla memoria le mille manifestazioni a cui ho partecipato con tanta passione, senza mai prendere ordini da nessuno. Al famoso “siate folli, siate affamati” di Steve Jobs, io vorrei aggiungere: siate liberi…».
Non sono parole di grandi rivoluzionarie del Novecento europeo, come Rosa Luxemburg o Simone de Beauvoir. E neanche di grandi testimoni della Storia italiana, come Nilde Iotti o Liliana Segre. Le ha pronunciate la presidente Meloni il 25 ottobre del 2022, nel discorso in Parlamento per la fiducia al suo governo. Delle due l’una: o non le pensava, o le ha dimenticate.
E allora conviene ricordargliele, quelle parole, dopo le vergognose cariche della Polizia a Pisa e a Firenze, e proprio nel giorno in cui gli studenti tornano in piazza, per protestare contro quell’inusitata violenza di Stato e per te…
«Confesso che difficilmente riuscirò a non provare un moto di simpatia anche per le ragazze e i ragazzi che scenderanno in piazza contro le politiche del nostro governo. Mi torneranno alla memoria le mille manifestazioni a cui ho partecipato con tanta passione, senza mai prendere ordini da nessuno. Al famoso “siate folli, siate affamati” di Steve Jobs, io vorrei aggiungere: siate liberi…».
Non sono parole di grandi rivoluzionarie del Novecento europeo, come Rosa Luxemburg o Simone de Beauvoir. E neanche di grandi testimoni della Storia italiana, come Nilde Iotti o Liliana Segre. Le ha pronunciate la presidente Meloni il 25 ottobre del 2022, nel discorso in Parlamento per la fiducia al suo governo. Delle due l’una: o non le pensava, o le ha dimenticate.
E allora conviene ricordargliele, quelle parole, dopo le vergognose cariche della Polizia a Pisa e a Firenze, e proprio nel giorno in cui gli studenti tornano in piazza, per protestare contro quell’inusitata violenza di Stato e per testare ancora una volta l’immutata “simpatia” che la Sorella d’Italia prova per loro.
Dopo quasi un anno e mezzo di cavalcata impetuosa per le verdi vallate del successo, la valchiria Giorgia ha scoperto in Sardegna i dolori e i livori della caduta. E adesso, a questa destra zoppa — oltre che sorda e cieca agli umori più profondi del Paese — fa paura persino un ostacolo modesto come l’Abruzzo.
La sconfitta in terra sarda è tutta sua. Serve a poco che il camerata “Trux” le faccia ora da scudo umano. La premier ha perso la Regione e la faccia, avendo imposto come candidato governatore un sindaco di Cagliari privo di carisma e di consenso ma dotato almeno di uno dei due soli criteri che lei stessa ha adottato finora per gestire potere e distribuire poltrone: la fedeltà personale (l’altro è il familismo amorale).
Nel farlo, ha peccato tre volte di ubris. Una prima volta perché si è illusa che l’Italia intera sia davvero quella raccontata dai gaudenti Tg di Rai-TeleMeloni e dai plaudenti “giornali d’area” etero-diretti dal Mattinale del Farinacci di Palazzo Chigi, Giovanbattista Fazzolari.
Una seconda volta perché ha creduto che il suo tocco magico, le sue smorfiette da recita scolastica, i suoi sberleffi da comiziaccio di provincia sul campo largo e l’antifascismo, fossero più che sufficienti a garantire l’ennesimo trionfo, colmando il nulla assoluto della sua classe dirigente e convincendo i sardi sulle magnifiche sorti e progressive.
Una terza volta perché ha umiliato l’apposito Salvini, ridotto ormai quasi a buffone di Corte che strilla, sbotta e sclera senza che nessuno più lo stia a sentire, neanche a bordo del Carroccio.
Risultato: il governo ovviamente non andrà a casa per questo “sardo nel vuoto”, ma dopo diciassette mesi Meloni perde il mito dell’infallibilità e dell’invincibilità.
All’Underdog — ormai non più donna di piazza ma leader rinchiusa nelle stanze ovattate dei potenti e circonfusa dall’ossequio degli scherani più zelanti — è sfuggita la presa sul Paese reale, che sta assai peggio di come lei ama pensare e di come i rassicuranti comunicati Istat le fanno immaginare.
Il modo più giusto per reagire al rovescio sarebbe stato un sano gesto di autocritica e un bel bagno di umiltà. Purtroppo Meloni ha fatto esattamente l’opposto. Invece di riconoscere gli errori, di abbassare i toni e di darsi finalmente una misura da “donna di Stato”, ha paradossalmente rilanciato la postura da “Ducetta” illiberale (per usare la formula di Dagospia).
Ha usato le botte di Pisa e di Firenze per riscrivere l’agenda-setting, imponendo all’opinione pubblica un netto volta-pagina rispetto agli schiaffi della Sardegna.
Ha strumentalizzato la vile aggressione di una ventina di anarchici delinquenti a una volante, mettendola sullo stesso piano delle cariche spietate della Celere, fingendo di non capire che il diritto della forza è tutt’altra cosa rispetto alle violenze di strada.
Ma soprattutto ha accusato Sergio Mattarella, “colpevole” di aver denunciato l’ovvio, e cioè che i manganelli contro studenti armati solo dello zainetto di scuola sono «una sconfitta per tutti».
La presidente del Consiglio che attacca così il Presidente della Repubblica è quasi un atto sedizioso. Tradisce una totale irresponsabilità istituzionale, alla quale purtroppo si sono immediatamente allineati tutti i volonterosi carnefici della maggioranza.
Il Capitano della Lega, che da innamorato fisso della democratura putiniana non può resistere al braccio violento delle divise. Il ministro degli Esteri Tajani, che senza mai averne letto una pagina ricicla a sproposito il Pasolini dei famosi scontri a Valle Giulia.
Ma soprattutto il ministro degli Interni Piantedosi, che dopo aver condiviso col Colle il comunicato ufficiale sull’operato delle forze dell’ordine, lo rinnega in Senato, rifiutando «processi sommari alla Polizia» che nessuno ha mai istruito né invocato. Questa è la “destra moderna” e tricolore.
Vicina ai nuovi autocrati alla Orbán, lontana anni luce dai vecchi conservatori alla De Gaulle. Ancorata a una visione dispotica del potere, basata sul consenso forzato e sul dissenso sanzionato.
L’assedio al Quirinale si intensificherà nei prossimi mesi. È funzionale a un’altra campagna elettorale, più importante dell’Abruzzo, del Piemonte e persino dell’Europarlamento. Quella sul Premierato Forte, la «madre di tutte le riforme» che dopo la doppia lettura delle Camere passerà le forche caudine del referendum.
Gli effetti distorsivi di un presidente del Consiglio eletto dal popolo li sottolinea giustamente Montesquieu sulla Stampa, osservando che con la riforma meloniana, avendo perso ogni rapporto diretto con il Capo del governo votato dai cittadini, il Capo dello Stato non si potrebbe neanche sognare un richiamo a un ministro degli Interni, per la condotta inaccettabile di polizia o carabinieri.
Ma il pericolo vero lo ha sottolineato su questo giornale Gustavo Zagrebelsky, sottolineando che quella sciagurata riforma costituzionalizzerebbe un’idea di democrazia del vincitore e del vinto, e il vincitore si potrebbe considerare facilmente legittimato ad usare tutti gli strumenti della vittoria: ce n’è uno più classico del manganello?
Per questo le opposizioni farebbero bene a mobilitarsi. È ancora presto per dire «ora l’alternativa c’è». Il campo largo, che non è più un campo santo, resta un campo minato. Ma la tenacia, la determinazione e la forza tranquilla di Alessandra Todde devono pur insegnare qualcosa.
Al Partito Democratico di Schlein, che riunisce a Roma i vertici del socialismo europeo: con più concretezza nell’azione, più chiarezza nella comunicazione e più fermezza nella polarizzazione con la premier, la chiesa può tornare al centro del villaggio.
Ai Cinque Stelle di Conte che nicchia: l’Avvocato del Popolo lasci stare le fumisterie sul “campo giusto” e le critiche all’alleato “bellicista”, si collochi convintamente a sinistra, dichiari che a prescindere da chi farà il candidato premier non c’è altra scelta possibile se non un solido patto col Pd.
Al Terzo Polo che pone condizioni: Calenda e gli altri la piantino di beccarsi come i polli di Renzi, si convincano che la Dc è morta, Andreotti è morto e i due forni hanno chiuso da un pezzo. La Sorella d’Italia è caduta, si rialzerà, sarà ancora più regressiva e repressiva.
Ma dopo appena un anno e mezzo al comando, ha mostrato la sua fragilità. Potrà ancora pavoneggiarsi alla Casa Bianca, facendo la ruota con Biden nella speranza di rifarla con Trump, e poi lasciando rullare i tamburi della propaganda sulla “Patria tornata al centro del mondo”. Ma deve rassegnarsi a sua volta: Dio è morto, Mussolini è morto e anche la destra non sta poi così bene.