Il 17 gennaio del 2021 Aleksej Navalny sale su un volo per Mosca, il primo passo verso l’inferno delle carceri russe, da cui uscirà senza vita. Gli oppositori, dai più famosi ai meno noti, devono tutti affrontare lo stesso dilemma: continuare a vivere nel paese d’origine e rischiare la vita, oppure emigrare? E la seconda opzione li condanna inevitabilmente ad un ruolo marginale, come hanno scritto di recente diversi commentatori americani?
Chi torna mette il proprio corpo disarmato nelle mani del carnefice, per dimostrare di non aver paura. Tale scelta ha anche altre funzioni. Machiavelli ha scritto che il Principe per governare con efficacia deve vivere nel suo regno. Si può ben dire lo stesso di chi aspira a prenderne il posto. Un russo che risiede all’estero viene inevitabilmente assoc…
Il 17 gennaio del 2021 Aleksej Navalny sale su un volo per Mosca, il primo passo verso l’inferno delle carceri russe, da cui uscirà senza vita. Gli oppositori, dai più famosi ai meno noti, devono tutti affrontare lo stesso dilemma: continuare a vivere nel paese d’origine e rischiare la vita, oppure emigrare? E la seconda opzione li condanna inevitabilmente ad un ruolo marginale, come hanno scritto di recente diversi commentatori americani?
Chi torna mette il proprio corpo disarmato nelle mani del carnefice, per dimostrare di non aver paura. Tale scelta ha anche altre funzioni. Machiavelli ha scritto che il Principe per governare con efficacia deve vivere nel suo regno. Si può ben dire lo stesso di chi aspira a prenderne il posto. Un russo che risiede all’estero viene inevitabilmente associato all’élite liberale che non rappresenta il paese. Non stupisce che per molto tempo Navalny, per rendersi credibile, fosse riluttante a concedere interviste a giornalisti occidentali. Come ebbe a dire Janusz Onyszkiewicz, un esponente di Solidarnosc negli anni Ottanta, “la classe media da sola non rovescia un regime”. Di certo non si libera un paese facendo lezione a Princeton.
Tornare in patria non serve solo a mettere il leader in sintonia con il suo popolo. Può anche indurre molti a credere che la fine del regime sia più vicina di quanto non sembri. Si potrebbe ragionare così: “il dissidente che rientra in patria sa qualcosa che noi non sappiamo”. Più persone lo pensano, più la fine si avvicinerà. Quel gesto che appare folle può quindi servire ad accelerare un esito già scritto. Ogni giorno di vita del prigioniero politico è una sconfitta del dittatore, il quale non a caso ha fatto in modo che Navalny morisse dietro le sbarre. Allo stesso tempo, l’indignazione per un atto così crudele può avere l’effetto di rinvigorire l’opposizione interna, come è avvenuto qualche giorni fa ai funerali che si sono tenuti nella Chiesa dell’Icona della Madre di Dio. Eppure, se questi calcoli razionali si rivelano errati, il costo per il movimento e per la famiglia della vittima è altissimo. La Russia avrà perso un potenziale leader e i suoi cari un figlio, un padre, un marito. Quando si decide di tornare si deve mettere in conto che il dittatore può ucciderti e farla franca. Rimanere all’estero può dunque essere una strategia molto utile alla causa della libertà, come fecero molti antifascisti italiani rifugiati a Parigi durante il ventennio.
Maurizio Molinari: "Chi è andato ai funerali di Navalny testimonia di non avere paura di Putin"
Da marzo del 2022 ad oggi ho seguito la vita di quattro oppositori russi, Ludmila Vasil’eva, Ivan Astashin, Grigorij Judin e Ioann Burdin. Un’anziana pensionata che è sopravvissuta all’assedio di Leningrado, un giovane attivista per i diritti umani, uno studioso di scienze sociali ed un prete, persone che non potrebbero essere più diverse tra loro per età, ceto, istruzione e ideologia. Quando li ho sentiti la prima volta erano tutti in Russia e nessuno voleva andarsene. “La Russia è il mio paese e non intendo emigrare,” mi disse Grigorij. Oggi, solo Ludmila continua a vivere nella Federazione. Gli altri sono in Germania, Stati Uniti e Bulgaria.
Dei quattro, Ivan Astashin è colui che ha conosciuto più da vicino la macchina repressiva putiniana e l’uomo più coraggioso che ho conosciuto: all’età di 17 anni lancia una bottiglia contro una sede dell’FSB e viene condannato a dieci anni di carcere duro. Sopravvive all’inferno del penitenziario di Irkutsk, noto per gli stupri sistematici cui è sottoposto chi non si adegua ai diktat delle guardie e dei kapò criminali. Qualche mese dopo il rilascio torna a manifestare, questa volta contro la guerra in Ucraina. Malmenato, arrestato, rilasciato innumerevoli volte, resiste un anno poi decide, insieme alla fidanzata, di scappare. Comprano un biglietto ferroviario San Pietroburgo-Kaliningrad e, quando la locomotiva si ferma in Lituania, si gettano dal treno per consegnarsi alla polizia locale. In questa avventura li segue il loro cane. Ivan oggi vive in un piccolo centro non troppo lontano da Berlino. Lo definisce “un luogo sperduto”. Sta cercando un lavoro e gli manca Mosca. Emigrare significa trasferirsi in un paese di cui spesso non si parla la lingua e dove si viene visti con sospetto, soprattutto nel caso dei russi oggi in Europa.
Ma Ivan non ha smesso di impegnarsi. Ha fondato il progetto di base Zona solidarnosti (Zona di solidarietà) per assistere i prigionieri politici perseguitati per azioni dirette contro la guerra. Secondo Ivan, questi attivisti sono ignorati dai media e dalle organizzazioni per i diritti umani perché considerati troppo radicali. Mi spiega: “Questi dissidenti, come me, sono contrari alla guerra e li vogliamo aiutare. Identifichiamo chi sono, seguiamo le notizie che li riguardano e, se ci sono segnalazioni, cerchiamo di informarci sui luoghi dove sono detenuti, in modo che compagni e parenti possano scrivere loro lettere, inviare pacchi e organizzare la difesa. A volte raccogliamo fondi per pagare gli avvocati.” La Zona accetta donazioni e si trova su Telegram.
I governi dell’Unione Europea, in primis quello italiano, dovrebbero facilitare il rilascio di visti umanitari per chi decide di emigrare per ragioni morali. Dall’estero, i cittadini e le cittadine russe possono avere un ruolo cruciale nell’erodere il consenso del regime, continuare a parlare a parenti ed amici, ricordando loro che un altro mondo è possibile. Inoltre, non tutti sono leader del calibro di Navalny. La maggior parte sono persone normali ignote al grande pubblico. Ivan non lo troveremo con i suoi compagni sulle camionette, nelle stazioni di polizia, nelle celle. Eppure anche da quel “luogo sperduto” dove oggi vive, compie atti minimi che rendono il mondo migliore. E lo fa anche per noi.
Federico Varese è autore, insieme a Maria Chiara Franceschelli, di La Russia che si Ribella. Repressione e opposizione nel paese di Putin, Altra Economia, data di pubblicazione 15 marzo 2024.