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L’ossessione del test

(ansa)

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Impossibili da tarare scientificamente per renderli uno strumento impermeabile introdurrebbero un criterio di selezione dei futuri magistrati sufficientemente discrezionale
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Nell’agenda di una maggioranza di governo che si nutre di ossessioni, trasformandole prima in parole d’ordine e poi in norme, i test psicoattitudinali per l’immissione in ruolo dei magistrati erano e restano un archetipo. E per ragioni che non hanno naturalmente nulla a che vedere con la condivisibile preoccupazione che chi esercita una funzione costituzionalmente rilevante sia nel pieno delle proprie capacità psichiche e cognitive. Ma perché anche i test, come del resto ogni singolo capitolo della sedicente “riforma della giustizia” avviata dalla destra, tradiscono un unico tratto. Politico e psicologico. Svuotare il principio di autonomia e indipendenza della magistratura rendendone friabili le garanzie che ne sono il presidio.

Per dimostrarlo, sarebbe facile ritornare indietro al “Piano di rinascita democratica” del gran maestro della loggia massonica P2 Licio Gelli (correva l’anno 1976) che indicava nell’introduzione dei test psicoattitudinali per i magistrati uno dei capisaldi de…

Nell’agenda di una maggioranza di governo che si nutre di ossessioni, trasformandole prima in parole d’ordine e poi in norme, i test psicoattitudinali per l’immissione in ruolo dei magistrati erano e restano un archetipo. E per ragioni che non hanno naturalmente nulla a che vedere con la condivisibile preoccupazione che chi esercita una funzione costituzionalmente rilevante sia nel pieno delle proprie capacità psichiche e cognitive. Ma perché anche i test, come del resto ogni singolo capitolo della sedicente “riforma della giustizia” avviata dalla destra, tradiscono un unico tratto. Politico e psicologico. Svuotare il principio di autonomia e indipendenza della magistratura rendendone friabili le garanzie che ne sono il presidio.

Per dimostrarlo, sarebbe facile ritornare indietro al “Piano di rinascita democratica” del gran maestro della loggia massonica P2 Licio Gelli (correva l’anno 1976) che indicava nell’introduzione dei test psicoattitudinali per i magistrati uno dei capisaldi della riforma della giustizia. O, per non andare troppo indietro nel tempo, al florilegio datato 2003 dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: “Questi giudici sono doppiamente matti. Per prima cosa, perché lo sono politicamente, e secondo sono matti comunque. Per fare quel lavoro devi essere mentalmente disturbato, devi avere delle turbe psichiche. Se fanno quel lavoro è perché sono antropologicamente diversi dal resto della razza umana’’. E ancora: si potrebbe ricordare che l’introduzione dei test era stata prima tentata dal ministro leghista della Giustizia Castelli (sempre il 2003) e quindi rispolverata dall’allora ministra della pubblica amministrazione Giulia Bongiorno (2018).

E tuttavia si potrebbe obiettare che le radici politiche e la dimensione psicologica di chi oggi torna a proporre l’introduzione di questo strumento non siano sufficienti a concludere per la strumentalità della mossa. Perché questo non sposterebbe nel merito della questione. Dal momento che non risponderebbe a due semplici domande. Perché i magistrati italiani non dovrebbero sottoporsi a test che pure trovano spazio in altri ordinamenti di Paesi democratici? E, soprattutto, perché questi benedetti test dovrebbero rappresentare un vulnus per l’autonomia e l’indipendenza della magistratura? A maggior ragione se la concreta disciplina di questo strumento dovrà comunque essere poi definita rispettando — si dice — il ruolo e il peso del Csm, che della magistratura è l’organo di autogoverno.

Ebbene, torna in soccorso un preziosissimo, e a suo modo definitivo scritto, datato anch’esso 2003, ma non per questo meno attuale di fronte al riproporsi di un’ossessione intatta nei suoi argomenti e nei suoi obiettivi. Parliamo di un appello che, quell’anno, venne redatto e firmato da 134 soci della “Società Psicoanalitica Italiana e da 35 psichiatri e psicologi della “Società Italiana di Psicoterapia Psicoanalitica”. E che è stato recentemente e con merito ripubblicato da “Questione Giustizia”, il periodico di Magistratura democratica.

In quell’appello, con la pulizia intellettuale che è propria di chi separa l’approccio scientifico da quello politico, si afferrano due verità. Accessibili persino a chi non riesce a discutere di giustizia se non con occhi iniettati di sangue o con il mortifero rosario di luoghi comuni sul “ruolo politico della magistratura”. La prima: “Nessun tecnico, anche soltanto minimamente competente in materia — scriveva quel consesso di psichiatri e psicologi — saprebbe in coscienza avallare una forma di valutazione predittiva psicologico-psichiatrica del futuro magistrato. E questo non per un’attuale insufficienza dei nostri strumenti di indagine, ma in ragione di più cogenti criteri metodologici, che impediscono la costruzione di griglie riduttive attendibili, atte a testare funzioni così complesse, che coinvolgono ideali, motivazioni, passioni, interessi, come se si trattasse di mere capacità oggettivamente standardizzabili”. La seconda: la mancanza di griglie scientificamente solide per una valutazione “predittiva” delle attitudini psicologiche del futuro magistrato avrebbe un’unica conseguenza: “Gli ‘esperti’ esaminatori (da chi scelti, secondo quali criteri?), non avendo alcun vero ancoraggio scientifico per validare i propri giudizi, si troverebbero, nella migliore delle ipotesi, in balìa di suggestioni intuitive ed empatiche; o, più facilmente, sarebbero indotti a surrogare la mancanza di appropriati criteri ordinativi nella propria ‘disciplina’ di competenza con un ‘disciplinato’ affidamento, se non con una subordinazione, all’ordinamento politico del momento. L’operato di simili esperti correrebbe così il rischio di adeguare le proprie risposte ‘diagnostiche’ all’aspettativa di quella domanda ‘politica’ che li ha cooptati come suoi funzionari”.

Eccoci al punto, dunque. Impossibili da tarare scientificamente per renderli uno strumento impermeabile agli umori soggettivi dell’esaminatore o alle attese dei committenti, i test psicoattitudinali assolverebbero a un’unica funzione. Introdurre un criterio di selezione dei futuri magistrati di questo Paese sufficientemente discrezionale da minare sin dall’inizio la loro sfera di autonomia e indipendenza. Che fosse il sogno di Gelli e quello di Berlusconi, lo sapevamo. Che sia diventato anche quello di Meloni, la ragazza di destra cresciuta nell’epica di Paolo Borsellino, la dice lunga sul suo cinismo e la sua spregiudicatezza.

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