Ministro Valditara, sono io a sentirmi straniera
di Concita De GregorioSono io a sentirmi straniera, ministro Valditara, in questo Paese cupo e cattivo in cui state trasformando l’Italia, giorno dopo giorno, lei e il suo governo. Cupo, cattivo e triste. Un Paese immaginario che esiste solo nelle vostre teste, il set di una fiction ispirata a quei regni fantapolitici fatti di ordine, obbedienza e disciplina al despota invisibile, un’ombra sempre fuori campo, o alla realtà dei peggiori regimi, o alla memoria dei regimi passati. In quel poco per cento, sempre meno, di “stranieri” che lei vorrebbe nelle classi — è lì che io mi iscrivo.
So che è un crinale delicato, questo che percorro: perché fra essere arrivati fin qui da un altro luogo del mondo e sentirsi di non appartenere più a questo luogo c’è una differenza profonda, me la ricorda ogni giorno chi vive sulla sua pelle condizione di minorità, esclusione, emarginazione concreta.
Non è la stessa cosa patire una discriminazione reale e sentirsi solidale con chi la patisce, lo capisco, lo so: la solidar…
Sono io a sentirmi straniera, ministro Valditara, in questo Paese cupo e cattivo in cui state trasformando l’Italia, giorno dopo giorno, lei e il suo governo. Cupo, cattivo e triste. Un Paese immaginario che esiste solo nelle vostre teste, il set di una fiction ispirata a quei regni fantapolitici fatti di ordine, obbedienza e disciplina al despota invisibile, un’ombra sempre fuori campo, o alla realtà dei peggiori regimi, o alla memoria dei regimi passati. In quel poco per cento, sempre meno, di “stranieri” che lei vorrebbe nelle classi — è lì che io mi iscrivo.
So che è un crinale delicato, questo che percorro: perché fra essere arrivati fin qui da un altro luogo del mondo e sentirsi di non appartenere più a questo luogo c’è una differenza profonda, me la ricorda ogni giorno chi vive sulla sua pelle condizione di minorità, esclusione, emarginazione concreta.
Non è la stessa cosa patire una discriminazione reale e sentirsi solidale con chi la patisce, lo capisco, lo so: la solidarietà, da posizione oggettivamente dominante, è l’esercizio di un privilegio talvolta fastidioso, persino indesiderato. In via strutturale persino colpevole. Tuttavia nel Paese che lei concepisce e costruisce io non mi sento a casa. Non è più la mia casa.
Qualunque cosa lei intenda per straniero, non lo so con precisione. Immagino si riferisca a chi proviene da un altro Paese, ha un diverso colore della pelle, parla un’altra lingua, prega santi a lei ignoti, conserva radici di abitudini a lei non familiari. Che vergogna.
Che vergogna ergersi a giudice della titolarità di una “norma”, quando si tratta di umanità. Chi è lei, per stabilire chi è di casa e chi no nel mondo. Chi le ha dato la patente di arbitro, come può sentirsi titolare del criterio di selezione che dispone la specie vivente in due file separate: noi, gli altri. Noi chi? In che senso?
Non ha figli, nipoti, amici di parenti o di vicini di casa che sono andati a studiare, vivere, lavorare altrove nel mondo, e che sono stranieri in quei mondi? Non ha mai sentito parlare di come si comportano altrove, nei Paesi democratici, le persone che insegnano, selezionano, assumono?
Non lo sa — non le hanno detto? — che lì nei curricola non è opportuno inserire le foto perché non sia l’immagine del corpo fisico a condizionare la scelta, che non si domanda a uno studente da dove vieni, che non si chiede — in America, in Australia, in Belgio — alla ricercatrice Fatima, al programmatore o al cameriere Kam “tu di dove sei” perché se si trova lì, se studia lì, se lavora lì e vive lì allora è quello il suo posto?
Lei non è mai entrato in una classe, in Italia, non ha mai organizzato una festa di compleanno delle elementari, non ha mai parlato con un ragazzo di dodici o vent’anni? Perché se lo avesse fatto lo saprebbe. Che gli stranieri esistono solo nella sua testa. Che essere straniero è prima di tutto e soprattutto il modo in cui ti trattano gli altri, è come si comportano con te — è il “sentirsi” straniero, quello che determina il tuo senso di te nel mondo.
I ragazzi lo sanno. I miei figli mi redarguiscono sempre, quando per pigrizia, per inerzia, per sciatteria mi succede di dir loro “il tuo amico filippino”, quando chiedo al ragazzo di nome Plato che siede a tavola con noi “che bellezza, sei greco?” e lui mi guarda, mio figlio mi guarda e mi rispondono no, è di Roma, sono di Roma, quartiere Torrino: i miei nonni erano greci, i miei genitori filippini.
Del resto i miei figli, che a momenti e alcuni ancora adesso abitano il mondo, si sono sentiti talvolta e con disagio chiedere sei latino?, sei portoricano? — perché hanno i nomi nostri, diversi dai loro, non si chiamano William né John — hanno risposto di origine, sì: sono latino — italiano — di origine, non sudamericano ma è lo stesso, andiamo avanti col progetto a cui stavamo lavorando.
Quando ero ragazza, ministro, il mio Paese non era così. Era meglio. Vivevo in una città di mare, di porto, una città fondata dando terra agli ergastolani, alle prostitute, agli schiavi — i Quattro Mori in catene, sono la statua simbolo di quella città, Livorno — a cui un Granduca di Toscana, Ferdinando de’ Medici, dette nel Cinquecento una Costituzione, le Livornine, a cui dicono si sia ispirata nel Settecento la Costituzione americana. Lo dicono storici insigni, dev’essere vero.
Come siamo finiti così, quaggiù, così in fondo. Cos’è successo, di tanto involutivo, per portarla ad esser peggiore, meno lungimirante, in definitiva meno intelligente di Ferdinando I, quintogenito di Cosimo de’ Medici e di Eleonora di Toledo. Chiediamocelo tutti. Fermiamoci e chiediamocelo, vi prego.
Infine, ministro. No, non è una giustificazione ricevibile aver dettato un post al telefono, se non osserva la consecutio temporum e non declina correttamente i tempi e i modi dei verbi nella nostra magnifica lingua. Non li detti al telefono, allora. Si prenda il tempo per scriverli di suo pugno: è ministro dell’Istruzione, ricorda? Che altro deve fare se non, in principio, conoscere e parlare correttamente l’italiano. Se è un problema di staff, cambi staff. Lo allarghi, non dico licenziare per carità, ma affianchi. Ci sono centinaia, migliaia di laureati pronti a correrle in soccorso, prima di espatriare esasperati dall’assenza di opportunità di lavoro in questo disgraziato Paese. Lanci un bando, vedrà quante soddisfazioni.