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Ursula von der Leyen e la scelta dissennata di Giorgia Meloni

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L’Italia esce a pezzi dalla partita a poker sulla Commissione europea
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«Dio era con me», dice Trump alla sua gente, rievocando quel pomeriggio fatale a Butler, quel proiettile che poteva sfondargli il cranio come John Kennedy, e poi il suo faccione rigato dal sangue, il pugno alzato al cielo blu dove ondeggia la bandiera a stelle e strisce come su un set hollywoodiano, quel «fight, fight, fight» che urla tre volte al popolo del Maga, nell’allegoria perfetta del Mito Americano, cadi e ti rialzi, e un metro dopo l’altro conquisti la frontiera. Si è detto e scritto che quello sparo avrebbe potuto cambiare la Storia, accendendo la Civil War statunitense, e poi chissà cos’altro.

Ma anche se ha fallito il bersaglio per un paio di millimetri, quel colpo la Storia l’ha cambiata lo stesso. Come dimostra la trionfale kermesse di Milwaukee, The Donald sente già in tasca la rielezione, conquistata sul campo di battaglia con il corpo mai domo del titano, vero Commander in chief di una nazione che schiuma rabbia e pretende protezione, dagli odiati migranti e dai…

«Dio era con me», dice Trump alla sua gente, rievocando quel pomeriggio fatale a Butler, quel proiettile che poteva sfondargli il cranio come John Kennedy, e poi il suo faccione rigato dal sangue, il pugno alzato al cielo blu dove ondeggia la bandiera a stelle e strisce come su un set hollywoodiano, quel «fight, fight, fight» che urla tre volte al popolo del Maga, nell’allegoria perfetta del Mito Americano, cadi e ti rialzi, e un metro dopo l’altro conquisti la frontiera. Si è detto e scritto che quello sparo avrebbe potuto cambiare la Storia, accendendo la Civil War statunitense, e poi chissà cos’altro.

Ma anche se ha fallito il bersaglio per un paio di millimetri, quel colpo la Storia l’ha cambiata lo stesso. Come dimostra la trionfale kermesse di Milwaukee, The Donald sente già in tasca la rielezione, conquistata sul campo di battaglia con il corpo mai domo del titano, vero Commander in chief di una nazione che schiuma rabbia e pretende protezione, dagli odiati migranti e dai temuti cinesi.

E ai suoi figli, dimenticati e affamati di rivalsa, il tycoon dà ora in pasto anche il suo vice J.D. Vance, uomo bianco simbolo di tutti gli Ohio d’America, dove la delocalizzazione ha distrutto le fabbriche e la droga ha devastato le famiglie. Un ticket perfetto, per un Paese fiaccato dai suoi incubi e ripiegato sulla tribù.

Mentre il Nuovo Mondo rivive la sua fragorosa epopea, il Vecchio Continente consuma la sua fase post-eroica. La conferma di Von der Leyen al vertice della Commissione è il segno di un’Europa che cerca l’autodifesa nella continuità e nella stabilità. C’era da respingere l’Onda Nera, che il 9 giugno era montata ma non aveva rotto gli argini. C’era da reggere l’urto delle ultra-destre nazionaliste, che volevano rottamare il sogno della grande Europa federale in nome della piccola Europa degli Stati.

L’Unione ce l’ha fatta, a costo di uscire pressoché uguale a se stessa dall’ordalia delle elezioni e delle nomine. La maggioranza Ursula ha tenuto rispetto al 2019, si è rafforzata grazie alla stampella verde, guadagnando 18 voti in più di cinque anni fa.

È una buona notizia, considerata l’alternativa che incombeva. Se Von der Leyen fosse caduta sotto i colpi dei franchi tiratori, oggi nell’Europarlamento non regnerebbe l’autarchia sovranista, ma l’anarchia diciannovista. Istituzioni comunitarie ingovernabili, contrapposizioni politiche insanabili. Le seconde ci sono lo stesso, ma almeno le prime le abbiamo salvate. Non è poco, anche se non è abbastanza, perché l’Agenda Ursula è ancora carente sul sociale, e soprattutto non spiega chi pagherà i 5.400 miliardi che servono alla transizione ambientale.

Nell’ultimo mese e mezzo l’Atlante Occidentale è stato terremotato da due eventi imprevisti e imprevedibili. In Europa — oltre alla vittoria dei laburisti in Gran Bretagna dopo quattordici anni rovinosi di governo Tory e di disastro Brexit — il sorprendente successo del Fronte Repubblicano ai ballottaggi francesi ha ridato una speranza alle sinistre progressiste: saranno pure “accozzaglie” spurie, avranno anche difficoltà a formare governi e a mettere da parte vecchi odi e nuovi personalismi, ma le coalizioni sono l’unica forma politica praticabile per sconfiggere gli avversari.

Non solo a Berlino e a Parigi. Adesso anche a Bruxelles e a Strasburgo, dove i popolari, i socialisti e i liberali imbarcano i verdi pur di blindarsi dagli assalti dell’Internazionale Sovranista. E in prospettiva anche in Italia, dove al di là degli assist di Conte, dei golazi di Fratoianni e degli abbracci tra Schlein e Renzi alla Partita del Cuore, il risorto “Campo Largo” ha temi e tempi sui quali ricomporsi per stoppare la capocrazia meloniana: i referendum contro il premierato e l’autonomia differenziata, i bavagli da Minculpop all’informazione, gli scellerati pastrocchi post-berlusconiani sulla giustizia, la macelleria sociale sulla sanità, la scuola, il lavoro. Si tratta solo di trovare una base comune e condivisa, che è la Costituzione Repubblica, e su quella costruire non un cartello elettorale, ma un vero programma politico. Se non ora, quando?

Negli Stati Uniti — a prescindere dall’abbandono di Biden, a questo punto sempre più urgente e cogente — il fallito attentato a Trump ha galvanizzato non solo i repubblicani americani, ma anche i sovranisti europei. La reazione epica del candidato-guerriero e il modo scenograficamente perfetto con il quale ha gestito il prima e il dopo (compreso il re del wrestling Hulk Hogan che per lui si strappa la maglietta davanti ai delegati tutti con l’orecchio destro incerottato) gli hanno già quasi riaperto le porte della Casa Bianca.

Anche questo ha inciso sulle mosse dell’establishment comunitario. La maggioranza Ursula ha rafforzato l’arrocco, aprendo alla sinistra ambientalista e chiudendo tutte le trattative con le opposizioni. Le destre radicali hanno accelerato sulla radicalizzazione delle famiglie politiche.

Da una parte il neonato gruppo dei Patrioti formato dagli ungheresi di Orbán, i francesi di Le Pen, gli spagnoli di Vox e i padani di Salvini, oltre e diventare la terza forza nel Parlamento europeo, è ora l’interlocutore privilegiato dell’America di Trump, al quale ciascuno dei leader alleati aveva già tributato il suo endorsement, prima ancora che Thomas Matthew Crooks premesse il grilletto del suo semiautomatico Ar-15.

Dall’altra parte il gruppo dei Conservatori guidato da Giorgia Meloni — che ormai riunisce solo le destre ceche, polacche, danesi, olandesi e poco altro — e che adesso si trova più in difficoltà. Per ragioni numeriche: sono meno di prima, dopo la diaspora patriottica. Ma anche per ragioni politiche: avevano tentato un appeasement con Von der Leyen, non si erano mai sbilanciati su Trump. A questo punto, sono costretti a rincorrere.

L’ultima scelta dissennata della Sorella d’Italia, probabilmente, si spiega anche così. Il no a Ursula ha solo un pregio: chiude la parentesi insostenibile della “Meloni ambidestra”, sempre sospesa tra la tentazione dell’inciucio con il centrodestra europeista e popolare e il richiamo della foresta dell’ultradestra reazionaria e populista. Il voto contrario di giovedì 18 luglio chiarisce una volta di più la vera natura di Giorgia: nonostante tutti gli infingimenti e i travestimenti, se deve scegliere tra la svolta moderata e la deriva sfascista opta sempre per la seconda.

Il motivo è duplice. È ideologico: questa è la sua vera natura. È tattico: come capitava un tempo alla sinistra massimalista, lei non può tollerare nemici a destra.

E così, scavalcata dai Patrioti e da Capitan Matteo, alla fine ha voltato anche lei le spalle a Von der Leyen. Per non tradire i suoi “camerati”, certo. Ma anche per garantirsi uno straccio di green card se a novembre le toccasse davvero andare a Washington, dove non troverebbe più il tenero nonno Joe che la bacia sulla fronte, ma l’arcigno zio Donald al quale lei finora non ha dato alcun sostegno ufficiale.

In fondo, aveva ragione l’Uomo del Papeete. Due settimane fa, dopo aver festeggiato l’epifania dei Patrioti orbanisti-lepenisti-leghisti, Salvini si era lasciato sfuggire una previsione: «Se Giorgia vota Ursula, per lei è la fine…». Poi l’aveva smentita, ma quella frase aveva fotografato esattamente il vicolo cieco in cui si era cacciata la premier. Ne è uscita nel modo che sappiamo: rifugiandosi in una labile «coerenza», proprio per evitare la fine.

Ma il risultato è che l’Italia esce a pezzi dalla partita a poker su Ursula. Il governo tricolore si è seduto al tavolo con tre carte diverse: sì di Forza Italia, no della Lega, boh di Fratelli d’Italia. E dopo mezza giornata si è alzato senza neanche giocare. Bella figura, signora presidente del Consiglio.

E cavarsela dicendo che tanto avremo lo stesso incarichi di peso nella nuova commissione, perché «l’Italia è comunque un Paese fondatore», suona come un clamoroso autogol: vuol dire che chi siede a Palazzo Chigi è irrilevante “a prescindere”. Anche se prima delle elezioni politiche del 25 settembre 2022 aveva giurato alle tecnocrazie brussellesi «la pacchia è finita», e dopo le elezioni europee del 9 giugno aveva promesso «adesso la Ue la cambiamo noi». Provaci ancora, Giorgia. Magari la prossima volta.

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