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L’antisemitismo rossobruno

Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi (fotogramma)

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Le parole di Piantedosi suonano come un espediente retorico, che non occulta il proprio reale intento
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Va detto: come strategia diversiva e tecnica di dissimulazione, la mossa del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, non appare particolarmente sofisticata. Risulta, piuttosto, un po’ goffa. L’opinione pubblica e la classe politica — di fronte ad alcune manifestazioni antisemite e filonaziste in settori giovanili di Fratelli d’Italia — si interrogano se si sia in presenza di espressioni di incontinenza verbale e gestuale o di segni di una cultura fascistoide che si riproduce, indisturbata, all’interno delle democrazie contemporanee. Questione molto seria, che turba e preoccupa due vittime della Shoah, come Edith Bruck e Liliana Segre, diventate coscienza critica del tempo presente e della vulnerabilità dei sistemi democratici.

Rispetto a ciò le parole di Piantedosi suonano come un espediente retorico, che non sembra capace di occultare il proprio reale intento, che è quello di «sopire, troncare». La forma espressiva di un simile dispositivo — perenne come la volontà di potere — è il…

Va detto: come strategia diversiva e tecnica di dissimulazione, la mossa del ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, non appare particolarmente sofisticata. Risulta, piuttosto, un po’ goffa. L’opinione pubblica e la classe politica — di fronte ad alcune manifestazioni antisemite e filonaziste in settori giovanili di Fratelli d’Italia — si interrogano se si sia in presenza di espressioni di incontinenza verbale e gestuale o di segni di una cultura fascistoide che si riproduce, indisturbata, all’interno delle democrazie contemporanee. Questione molto seria, che turba e preoccupa due vittime della Shoah, come Edith Bruck e Liliana Segre, diventate coscienza critica del tempo presente e della vulnerabilità dei sistemi democratici.

Rispetto a ciò le parole di Piantedosi suonano come un espediente retorico, che non sembra capace di occultare il proprio reale intento, che è quello di «sopire, troncare». La forma espressiva di un simile dispositivo — perenne come la volontà di potere — è il benaltrismo: l’antisemitismo «non si è evidenziato da quel gruppo giovanile, ma da ben altri. Che nelle nostre piazze e nelle nostre università hanno bruciato le bandiere di Israele, gli assalti alla Brigata ebraica il 25 aprile, cose molto più pericolose che non sono state poste in essere da quel gruppo giovanile». Ma è mai possibile che l’analisi di un fenomeno tanto inquietante possa ridursi alla formulazione di una classifica dell’ignominia: e, di conseguenza, alla distinzione tra un antisemitismo schifoso e uno un po’ meno schifoso? L’errore in cui incorre il ministro dell’Interno è dovuto inequivocabilmente al fatto che le sue parole rispondono a una precisa esigenza politica: quella di ridimensionare, facendola apparire pressoché irrilevante, la persistenza di elementi antisemiti all’interno del partito guidato dalla Presidente del Consiglio. Con ciò Piantedosi compromette il proprio ruolo, così alto e delicato, di massimo responsabile dell’ordine pubblico e della sicurezza nazionale. È tale ruolo che dovrebbe imporre di monitorare e controllare tutti i fenomeni di antisemitismo, prescindendo da qualsiasi calcolo di opportunità politica. Al contrario, le considerazioni del titolare del Viminale appaiono tutte dentro la logica angusta dell’interesse congiunturale del governo. Il che si collega alla reazione della destra italiana (da Giorgia Meloni a Ignazio La Russa, fino all’intero gruppo dirigente) di fronte all’antigiudaismo e ai Sieg Heil di un segmento della possibile futura leadership di Fratelli d’Italia. Emerge, cioè, una grave carenza di consapevolezza del peso della storia nazionale e del suo terribile carico di tragedie, in un paese dove è stato possibile emanare le leggi razziali. Una classe politica degna di questo nome dovrebbe assumersi la responsabilità di combattere qualsiasi forma di intolleranza (etnica, religiosa, politica…) rinunciando alla asfittica tentazione dell’Eterna Ripicca: e allora voi? E allora quelli?

Un revanscismo meschino e settario che, invece di assumersi il faticoso compito di una maturazione delle coscienze (di tutte le coscienze), si attorciglia nel colpo su colpo, nella rivalsa vittimistica e nella indecente comparazione tra misfatto e misfatto. È da qui che nascono le parole di Piantedosi sulla «ben altra» pericolosità dell’antisemitismo che si manifesta «nelle nostre piazze e nelle nostre università». Il che porta fatalmente alla sottovalutazione di quello che si esprime in altre sedi e in altre circostanze.

La verità è altrove: l’ostilità verso gli ebrei, che attraversa dolorosamente la storia umana, conosce fasi di immersione e altre di recrudescenza, come quella attuale. E il pericolo più insidioso è che le pulsioni e gli umori oscuri e latenti possano saldarsi con le manifestazioni pubbliche di intolleranza e aggressività, mentre persino in Italia si palesano tracce di una ideologia «rossobruna», risalente alla fine degli anni ‘60 del secolo scorso. È su questo che il ministro dell’Interno dovrebbe condurre le sue analisi e attuare le conseguenti strategie di prevenzione e repressione. Sarebbe grave se, a impedire la realizzazione di una simile politica, fosse la finalità opportunistica di tutelare l’immagine del governo.

Non abbiamo bisogno di un ministro dell’Interno che metta il proprio corpo (e la propria funzione) a salvaguardia dell’onorabilità dell’esecutivo. Abbiamo la necessità, piuttosto, di riflettere sulle parole più recenti di Edith Bruck, quando ipotizza che questa spazzatura antisemita possa essere il risultato, tra l’altro, della caduta di «tutti i freni inibitori», determinata dall’avvento del governo di destra. In altri termini, è un bene nazionale e, se permettete, un «interesse patriottico», che il nazismo e il fascismo in tutte le loro forme restino un tabù.

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