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La destra e i tristi complotti di mezza estate

La premier Giorgia Meloni
La premier Giorgia Meloni (ansa)

Da una parte Giorgia Meloni impasta il solito fango. Dall’altra Antonio Tajani sogna una nuova Forza Italia. All’apparenza, sembrano due cose che non stanno insieme. In realtà, sono sintomi della stessa patologia: il fragile e instabile bipolarismo all’italiana

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Come il pozzo che guarda il cielo, la destra tricolore rimbalza tra Licio Gelli e Alcide De Gasperi. Giù nel baratro, la bassa cucina pseudo-giornalistica assoldata da Giorgia Meloni impasta il solito fango e sforna l’ennesimo auto-complotto piduista che non c’era. Su nell’empireo, l’alta politica post-berlusconiana incarnata da Antonio Tajani sogna una nuova Forza Italia che riunisce i moderati e i cattolici nel segno del grande statista democristiano.

All’apparenza, sembrano due cose che non stanno insieme: la prima è risibile, la seconda è improbabile. In realtà, sono sintomi della stessa patologia, cioè il fragile e instabile bipolarismo all’italiana.

Partiamo dallo Ius scholae: nel merito, l’offensiva azzurra è sicuramente apprezzabile. Non c’è cosa più buona e più giusta di una legge che dia la cittadinanza a bambini e ragazzi che crescono insieme ai nostri figli, seduti sugli stessi banchi, a studiare sugli stessi libri. E fa bene il Pd a offrire una sponda a Tajani, non proponendo “inciuci” nei sottoscala ma cercando accordi in Parlamento. Si tratta di capire se la proposta, oltre che valida, è anche sincera.

È vero che nel 2022 Berlusconi si dichiarò contrario allo Ius soli. Ed è ancora più vero che nel 2009, da padre-padrone del Popolo delle Libertà, bloccò Fini che aveva proposto una legge sulla stessa materia. Ma intanto cercare coerenza nel passato berlusconiano è puro masochismo. E poi, come ha detto lo stesso Tajani nell’intervista a Repubblica, «ragazzi, l’Italia è cambiata«. La stessa cosa che teorizzava proprio De Gasperi, già negli Anni Cinquanta: «Siamo una civiltà in marcia». Non accostiamo Antonio ad Alcide, per carità: ma la politica, a volte, vive anche di suggestioni.

Per questo, nel metodo, il progetto pare assai temerario. Riflette il tentativo degli eredi politici e biologici del Cavaliere di ridare un nuovo protagonismo al centro, schiacciato tra due destre che in Europa e in Italia si rincorrono ormai sull’ala più estrema dello schieramento. Tajani l’ha detto tante volte: noi occupiamo l’area politica che va da Meloni a Schlein. Ma finora, in tutta onestà, non se n’era accorto nessuno.

Rimini, 22 agosto: Antonio Tajani al Meeting di Cl
Rimini, 22 agosto: Antonio Tajani al Meeting di Cl (agf)

Dopo l’imprevisto successo forzista delle europee, e soprattutto dopo la sterzata sfascista e sovranista della premier contro la “maggioranza Ursula”, il quadro è cambiato. Il processo di autonomizzazione ha subito un’accelerazione. Marina e Pier Silvio, Fedele Confalonieri e Gianni Letta hanno imposto una presenza molto più incisiva nella coalizione e molto più inclusiva nella rappresentanza sociale. Se volessero resuscitare la Balena Bianca ci sarebbe da chiamare la neuro: sarebbe grottesco anche solo pensarlo. Di nuovo, si tratterebbe di ampliare la definizione di De Gasperi, che nell’aprile del ’48 parlò della Dc come di «un partito di centro che guarda a sinistra». Forza Italia — nei sogni degli stakeholder, come li ha definiti Ezio Mauro — dovrebbe diventare una forza di centro che guarda a sinistra e a destra.

Così da De Gasperi passiamo ad Andreotti e alla politica dei due forni, scendendo un po’ di livello com’è giusto che sia, visto che stiamo parlando pur sempre del partito del conflitto di interesse, delle leggi ad personam, di Ruby nipote di Mubarak. Ma l’idea sembrerebbe proprio quella: riuscire dove hanno miseramente fallito Renzi e Calenda. Ricreare spazi di manovra fuori dai due poli.

Evadere dalla gabbia del bipolarismo costruita dal confronto-scontro esclusivo tra Meloni e Schlein. Un obiettivo sul quale potrebbero emergere geometrie variabili e inedite: non è un caso che sullo Ius scholae l’apertura più convinta a Forza Italia sia arrivata dai 5Stelle di Giuseppe Conte, che con il Pd ha gli stessi problemi di Tajani con FdI.

La cospirazione contro il governo, invece, è il marcio “sogno di mezza estate” del biografo della presidente del Consiglio, direttore del Giornale, che domenica 18 agosto spara un titolo a caratteri cubitali: “Vogliono indagare Arianna Meloni”. Nel finto scoop, si delira di un “assalto giudiziario”, di “un asse giornali-sinistra-procure”, di una fantomatica accusa per “traffico di influenze” nei confronti della sorella della premier, eminenza nera in tutte le partite di potere decise a Palazzo Chigi. Il giorno dopo, sempre il Giornale riporta il commento di Giorgia: «Verosimile l’agguato contro mia sorella, è gravissimo se dal fango si passa ai teoremi fantasiosi, vuol dire che il sistema che tiene in ostaggio l’Italia ci teme».

Purtroppo per loro, le procure smentiscono. Non c’è nessun golpe nell’aria, nessun “tintinnare di sciabole” che minaccia le Sorelle d’Italia: sono solo ostaggio di loro stesse e di un dispositivo di comando che abbiamo imparato a conoscere. Si costruisce il nemico fittizio: non più “i comunisti”, perché c’è un limite anche al ridicolo, ma i misteriosi “Poteri Forti”. E a questi si attribuisce la trama oscura per far cadere il governo scomodo al “sistema”, sull’asse “giornali-sinistra-procure” (qualunque cosa voglia dire).

Questo meccanismo, basato sulla menzogna sistematica, è in funzione ormai da due anni. Dalla vittoria alle elezioni del 25 settembre 2022, non passa mese che i Fratelli d’Italia non denuncino un colpo di Stato, una congiura di palazzo o una mezza “intentona” ai loro danni. Tutta merce contraffatta, spacciata per Vangelo sul mercato della politica.

Il caso più clamoroso è stato quello dei “dossieraggi” fatto esplodere ad arte alle “idi di marzo” dai cesari post-missini, quelle 10 mila “Sos” acquisite dal finanziere Pasquale Striano dagli archivi informatici della Dia. I soliti squadristi di partito e di redazione marciarono con gli scarponi chiodati sulla verità, urlando allo scandalo del secolo.

In quei file c’era di tutto, da Salvini a Conte, da Gravina a Lotito, da Andrea Agnelli a Fedez. Ma la Trimurti patriottica evocò “la nuova P2”, la Spectre che “vuole affossare la maggioranza”, il “verminaio sedizioso”. Meloni insorse: «È un fatto gravissimo, vogliamo sapere chi sono i mandanti, perché la democrazia è a rischio». Nordio chiosò: «Serve subito una commissione d’inchiesta».

Sono passati sei mesi, e dell’affare Striano se ne sono dimenticati tutti. A partire da loro stessi, che l’avevano montato come il Watergate italiano, mentre era solo Totò, Peppino e i fuorilegge. Questa sindrome vittimistico-aggressiva serve a mascherare i fallimenti dell’esecutivo, dal suicidio politico sulle nomine europee di luglio al dissesto economico della prossima manovra d’autunno. Ma serve soprattutto a blindare la coalizione, trasformata in una trincea dove la donna sola al comando non tollera generali né colonnelli, e dove ogni distinguo diventa tradimento.

Per questo, oggi, l’offensiva di Tajani sui diritti e sull’integrazione appare velleitaria. La stessa ragione che spinge il leader di Forza Italia ad insistere — ricavarsi uno ruolo autonomo al centro — costringe Meloni a bloccarlo. Anche se il web non perdona, e restituisce un video di tre anni fa nel quale la padrona di FdI si dichiarava favorevole allo Ius scholae, oggi la premier non può arretrare su un terreno politicamente sensibile per il suo elettorato più reazionario, lasciando campo libero a possibili “intelligenze col nemico” a sinistra.

Dunque, facciamo i migliori auguri a Tajani, in cerca di questa nuova radicalità di centro che dovrebbe farci dimenticare il berlusconismo da combattimento, che di moderato e di liberale aveva ben poco. Temiamo però che i suoi sforzi vadano frustrati. Per quanto rinvigorito dagli eredi con una forte innovazione valoriale e una ricca fideiussione materiale, il partito-azienda dovrebbe essere pronto a tutto. Anche a far saltare il tavolo.

Ipotesi irrealistica, salvo in un caso: che Meloni vada a sfruculiare i “beni di famiglia”, mettendo mano al canone Rai o ai tetti pubblicitari. Allora potrebbe accadere di tutto. È anche questa una lezione di De Gasperi, alla Conferenza di Parigi del 10 agosto 1946: «C’è sempre tempo per gli errori irreparabili».

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