Come Antonio Gramsci, a cui forse non amerebbe essere paragonato, Mario Draghi è un ottimista. Il rapporto di oltre trecento pagine che ieri ha presentato a Bruxelles è stato pensato e scritto come il Manifesto della nuova Europa. Di sicuro potrebbe esserlo. Indica con grande urgenza i radicali cambiamenti strutturali, economici, gestionali e politici che sarebbero necessari per riportare la Ue ad essere competitiva, a creare ricchezza e, garantendo il benessere dei suoi cittadini, a ritrovare il consenso che sta rapidamente perdendo attorno ai suoi valori fondanti: democrazia, libertà, coesione sociale.
Ma quel rapporto potrebbe rivelarsi invece l’Epitaffio della vecchia Europa. Perché l’analisi su come i nostri governi nazionali abbiano sprecato gli ultimi vent’anni accumulando miopie, indecisioni, procrastinazioni e ritardi è tanto lucida quanto spietata. E chiunque conosca anche solo superficialmente la realtà di questa nostra Unione sa che le soluzioni radicali proposte da Dragh…
Come Antonio Gramsci, a cui forse non amerebbe essere paragonato, Mario Draghi è un ottimista. Il rapporto di oltre trecento pagine che ieri ha presentato a Bruxelles è stato pensato e scritto come il Manifesto della nuova Europa. Di sicuro potrebbe esserlo. Indica con grande urgenza i radicali cambiamenti strutturali, economici, gestionali e politici che sarebbero necessari per riportare la Ue ad essere competitiva, a creare ricchezza e, garantendo il benessere dei suoi cittadini, a ritrovare il consenso che sta rapidamente perdendo attorno ai suoi valori fondanti: democrazia, libertà, coesione sociale.
Ma quel rapporto potrebbe rivelarsi invece l’Epitaffio della vecchia Europa. Perché l’analisi su come i nostri governi nazionali abbiano sprecato gli ultimi vent’anni accumulando miopie, indecisioni, procrastinazioni e ritardi è tanto lucida quanto spietata. E chiunque conosca anche solo superficialmente la realtà di questa nostra Unione sa che le soluzioni radicali proposte da Draghi hanno ben poche speranze di essere adottate dai governi nazionali con la necessaria risolutezza. Ma questo, per usare le parole dell’ex presidente della Bce, vorrebbe dire «rassegnarsi ad una lenta agonia».
La questione gramsciana dell’ottimismo della volontà e del pessimismo dell’intelligenza si ripresenta dunque in chiave europea. Gramsci, come Draghi, non le considerava in contraddizione. Il primo fu seccamente smentito dalla storia del seguente quarto di secolo. Speriamo che a Draghi (e a noi) vada un po’ meglio e non si debba aspettare il 2050 per scoprire che aveva ragione.
Resta il fatto che l’anamnesi e la diagnosi fatta dal rapporto sulla malattia del “paziente Europa” appaiono tanto gravi quanto incontestabili. Mentre la prognosi rimane aperta. O l’Europa saprà darsi un governo unico in politica estera, difesa, economia, commercio e industria abbandonando la regola dell’unanimità e, se necessario, lasciando indietro i ritardatari. Oppure la «lenta agonia» resta l’unica soluzione possibile. Quella che lui ha posto, spiega Draghi, «è una sfida esistenziale».
L’Europa saprà raccoglierla? Dubitarne è lecito. Oggi la Ue appare in piena crisi non solo economica ma anche politica. Francia e Germania, le due forze propulsive che l’hanno spinta per oltre settant’anni, hanno governi precari sostanzialmente sfiduciati dagli elettori. L’Italia, che in passato ha saputo traghettare l’asse franco-tedesco verso decisioni difficili come l’Atto Unico o il Trattato di Maastricht, è sempre più isolata nella sua deriva sovranista. La stessa coalizione di centro-sinistra, che ha riconfermato la von der Leyen alla guida della Commissione, è attraversata da divisioni e sospetti.
Tutto questo, secondo il pessimismo dell’intelligenza, rende difficile credere che una tale costituente politica possa o voglia abbracciare e realizzare il Manifesto Draghi. Le immediate reazioni del Finanzminister tedesco, che boccia l’idea di nuove emissioni di debito comune per contribuire agli ottocento miliardi di investimenti annui necessari per salvare l’Europa, lascia prevedere il peggio.
D’altra parte, l’ottimismo della volontà riesce a scorgere un’altra strada che trasforma in forza la debolezza del sistema. Proprio la fragilità dei governi, e l’evidente smarrimento dei principali partiti politici, potrebbero favorire la leadership della nuova Commissione guidata da Ursula von der Leyen. Nessuno, oggi, in Europa, ha in sé la forza per opporsi ad un piano di azione radicale che si presenta come l’ultima soluzione possibile per preservare lo stato sociale, salvare i valori fondamentali e riconquistare il consenso perduto. A partire dal dopoguerra, passando per la fine della Guerra fredda, l’Europa è sempre andata avanti quando era più debole. Il Manifesto Draghi potrebbe essere la zattera a cui si aggrappano i naufraghi dell’attuale leadership europea. Il futuro, neppure tanto lontano, ci dirà quale strada prenderà la Storia dell’Unione, a partire dalla scelta dei commissari e dal loro esame in Parlamento per finire con l’inevitabile riforma dei Trattati. A noi resta la curiosità di capire dov’erano e che cosa facevano le nostre classi dirigenti mentre il mondo cambiava e ci voltava le spalle, senza che neppure ce ne accorgessimo, persi nella contemplazione del nostro ombelico.