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Medio Oriente, le mosse sulla scacchiera

Il pianto per le vittime dell'attacco in Libano attraverso cerca persone e walkie talkie 

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L’Iran, il Paese dove secondo alcuni è stato inventato questo gioco, ha iniziato la partita con una mossa innegabilmente abile
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“Gli scacchi sono una guerra”, diceva il grande campione americano Bobby Fischer, “con l’obiettivo di distruggere la mente dell’avversario”. Ebbene, l’odierno conflitto in Medio Oriente somiglia sempre di più a una partita a scacchi. L’Iran, il Paese dove secondo alcuni è stato inventato questo gioco, l’ha iniziata con una mossa innegabilmente abile: assediare Israele con organizzazioni paramilitari, come i palestinesi di Hamas e i libanesi di Hezbollah, a cui Gerusalemme non può rispondere come farebbe contro un legittimo stato sovrano, quale è invece il regime degli ayatollah. È una sfida ben diversa da quella del 1948, quando lo Stato ebraico, proclamato subito dopo la risoluzione dell’Onu che divise in due la Palestina del Mandato britannico, fu aggredito dagli eserciti di cinque nazioni arabe, e dalle successive guerre del 1967 e del 1973.

Ma Israele ha reagito a sua volta con una serie di mosse che spiazzano l’avversario: non potendo distruggere un’organizzazione paramilita…

“Gli scacchi sono una guerra”, diceva il grande campione americano Bobby Fischer, “con l’obiettivo di distruggere la mente dell’avversario”. Ebbene, l’odierno conflitto in Medio Oriente somiglia sempre di più a una partita a scacchi. L’Iran, il Paese dove secondo alcuni è stato inventato questo gioco, l’ha iniziata con una mossa innegabilmente abile: assediare Israele con organizzazioni paramilitari, come i palestinesi di Hamas e i libanesi di Hezbollah, a cui Gerusalemme non può rispondere come farebbe contro un legittimo stato sovrano, quale è invece il regime degli ayatollah. È una sfida ben diversa da quella del 1948, quando lo Stato ebraico, proclamato subito dopo la risoluzione dell’Onu che divise in due la Palestina del Mandato britannico, fu aggredito dagli eserciti di cinque nazioni arabe, e dalle successive guerre del 1967 e del 1973.

Ma Israele ha reagito a sua volta con una serie di mosse che spiazzano l’avversario: non potendo distruggere un’organizzazione paramilitare, distrugge i suoi leader e i suoi singoli componenti. Talvolta con le cosiddette “esecuzioni mirate”, come è accaduto a Ismail Haniyeh, il capo di Hamas ucciso da una bomba nascosta nella sua stanza a Teheran, e a vari comandanti degli Hezbollah, eliminati da ordigni o missili a Beirut. Oppure, con la massiccia invasione di Gaza, che ha eliminato 15 mila militanti di Hamas, secondo l’esercito israeliano, ma ha avuto come “danni collaterali” un numero doppio di civili palestinesi, secondo i dati di Hamas. Infine, come nell’operazione degli ultimi due giorni in Libano, attribuita da fonti americane al Mossad, la leggendaria agenzia di spionaggio israeliana, con un attacco che ha colpito migliaia di militanti dell’organizzazione fondamentalista libanese attraverso microcariche di esplosivo nascoste nei cercapersone e nei walkie-talkie: un’azione senza precedenti, che non solo è avvenuta in contemporanea, raggiungendo i bersagli dovunque si trovassero, al mercato, per strada, mercoledì perfino durante il funerale di uno caduto martedì, ma ha messo le bombe letteralmente nelle mani e nelle tasche del nemico. Una ventina i morti, 4 mila i feriti: per tutti gli altri uno spavento non dimenticabile. Guerra anche psicologica, come negli scacchi.

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Se la metafora degli scacchi è valida, il dubbio è quale sarà il risultato: quella di Israele è stata una mossa giusta, in grado di “distruggere la mente dell’avversario”, secondo la massima del campione Bobby Fischer, o finirà per rivelarsi controproducente, scatenando più rabbia nei militanti di Hezbollah, spingendo i suoi leader a rispondere con un attacco missilistico più ampio di quanto hanno fatto finora o convincendo addirittura l’Iran a entrare direttamente nel conflitto, in modo più drastico del simbolico lancio di 300 razzi di agosto, che non fece praticamente danni? Lo capiremo nei prossimi giorni o mesi di una partita su cui pesano almeno tre elementi: il negoziato mediato dagli Stati Uniti per ottenere un cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi israeliani a Gaza; le elezioni presidenziali americane del 5 novembre, in cui i duellanti Kamala Harris e Donald Trump incarnano posizioni differenti verso Israele e Iran; e la lotta politica interna nello Stato ebraico, dove la resa dei conti fra il primo ministro Benjamin Netanyahu e i suoi oppositori, sempre più aspra e dall’esito incerto, non potrà essere rimandata all’infinito.Sono innumerevoli gli aforismi sugli scacchi applicabili a quanto sta accadendo in Medio Oriente. Basterebbe citarne uno del gran maestro polacco naturalizzato francese Xavier Tartakower: “Negli scacchi, come nella vita, chi rischia può perdere, ma chi non rischia perderà sempre”. Israele ha corso certamente un rischio, facendo saltare migliaia di cercapersone e walkie-talkie dentro ai calzoni dei membri di Hezbollah, così come aveva rischiato di provocare una escalation assassinando il leader di Hamas in Iran. Hamas ha rischiato non di meno, anzi di più, lanciando quasi un anno fa un pogrom contro gli ebrei come non si vedeva dall’Olocausto in poi. La partita rimane aperta. Sarà probabilmente ancora lunga. È presto per prevedere le prossime mosse e chi darà scacco matto.

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