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Dalla Moldova alla Georgia, le sfide della Ue allargata

L’Europa non può permettersi il lusso di continuare a fare promesse che non è in grado di mantenere

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Due scadenze elettorali in due Paesi a cui l’Unione europea ha promesso l’adesione hanno richiamato l’attenzione sulle incognite che circondano la prospettiva di una nuova fase di allargamenti.

In Moldova al secondo turno delle presidenziali la leader in carica, Maia Sandu, impegnata da anni a sostegno di un irreversibile avvicinamento del Paese alla Ue, è riuscita a sconfiggere (con circa il 55% dei suffragi) il suo avversario, Alexandr Stoianoglo, leader di un partito socialista populista di sinistra sensibile alle lusinghe di un rapporto privilegiato con la Federazione russa. Solo due settimane prima un referendum sull’adesione alla Ue era stato vinto di strettissima misura, e unicamente grazie ai voti della diaspora moldava all’estero.

Sia il referendum che le elezioni presidenziali sono state oggetto di campagne di intimidazione e di disinformazione di origine russa. E hanno confermato le difficoltà di un Paese diviso tra l’attrazione per l’Europa e il richiamo di un rapporto privilegiato con la Russia.

In Georgia le elezioni del 26 ottobre per il rinnovo del Parlamento hanno fatto registrare il successo del partito del Sogno georgiano, con una maggioranza del 54% dei voti. Il risultato è stato contestato dalla presidente della Repubblica, dai quattro partiti di opposizione (che insieme sono riusciti a ottenere solo il 35%) e da ampi settori dell’opinione pubblica che per giorni hanno manifestato contro un’elezione che sarebbe stata viziata da episodi di violenza e accuse di brogli.

Tbilisi (Georgia), 4 novembre: in piazza con le bandiere europee davanti al Parlamento
Tbilisi (Georgia), 4 novembre: in piazza con le bandiere europee davanti al Parlamento (afp)

Le proteste hanno confermato che settori importanti della società georgiana non condividono la linea del partito di maggioranza che sulla carta si dichiara impegnato a sostegno di una progressiva integrazione nella Ue, ma in pratica è apparso più sensibile alle interferenze della Russia e propenso a seguirne i metodi e le politiche. Anche in questo caso le elezioni hanno fatto registrare una inquietante spaccatura dell’opinione pubblica proprio sul tema dei rapporti con la Ue.

Sono sviluppi da seguire con attenzione anche perché quest’anno si celebra il ventesimo anniversario del “grande allargamento” che nel 2004 aveva segnato l’adesione alla Ue di otto Paesi dell’Europa centro-orientale (e di due Paesi insulari e mediterranei), uno sviluppo che aveva definitivamente sancito la fine della Guerra fredda.

Perché ormai 21 anni fa la Ue aveva solennemente garantito la prospettiva di adesione ai Paesi dei Balcani occidentali usciti dalle guerre civili che avevano contraddistinto la fine della Jugoslavia, senza che per ora questa prospettiva si sia concretizzata.

E soprattutto perché più di recente la Ue ha promesso una prospettiva di adesione all’Ucraina, alla Moldova e alla Georgia, con una decisione tanto politicamente significativa quanto impegnativa da realizzare.

Tbilisi (Georgia), 28 ottobre
Tbilisi (Georgia), 28 ottobre 

Quello che è successo in Moldova e in Georgia ci ricorda le due premesse minime indispensabili per il successo di nuove adesioni alla Ue. Certamente la determinazione dei governi dei Paesi membri, oltre al sostegno di Parlamenti e opinioni pubbliche. Ma anche l’esistenza di un consenso, se possibile bipartisan, nei Paesi candidati. Un consenso che, ad esempio nei Balcani occidentali, è messo alla prova dalle lungaggini dei negoziati di adesione e dalla evanescenza della prospettiva di adesione.

Ma se il consenso è condizione necessaria non è detto che da solo sia sufficiente. I Paesi candidati devono completare processi di riforma interna che spesso incontrano resistenze. La Ue dovrà invece garantire che nuovi allargamenti non comportino ulteriori difficoltà per processi decisionali interni già oggi complessi e inefficaci.

Da qui l’urgenza di mettere in cantiere riforme del funzionamento delle istituzioni europee e di alcune politiche comuni, condizioni irrinunciabili per il successo di nuovi allargamenti. Questa dovrebbe essere una delle priorità per la legislatura che sta per iniziare. Anche perché l’Unione non può permettersi il lusso di continuare a fare promesse che non è in grado di mantenere.

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