Un anno fa era stata proprio la sorella di Giulia Cecchettin a chiedere di fare rumore: basta silenzio, diceva, dobbiamo farci sentire, dobbiamo urlare la nostra collera e il nostro dolore, dobbiamo denunciare il patriarcato che si nasconde dietro ogni femminicidio.
Fare rumore tutti insieme, quindi, perché il dramma di Giulia non è solo un dramma personale, ma la punta dell’iceberg di un problema sistemico, il prodotto di una cultura dello stupro che considera la donna come un oggetto di possesso, a disposizione di chi, che sia perverso, fratturato o semplicemente narciso, pensa di poter decidere del suo destino.
E allora perché fermare questo rumore? Perché, come ha scelto di fare Luca Piccolo, il dirigente del liceo classico Tito Livio di Padova — dove aveva studiato anche Giulia Cecchettin — invocare un «silenzio rispettoso», quasi che il rispetto e le parole fossero inconciliabili?
È difficile capire come tanti adulti possano credere ancora di sapere cosa sia giusto fare megl…
Un anno fa era stata proprio la sorella di Giulia Cecchettin a chiedere di fare rumore: basta silenzio, diceva, dobbiamo farci sentire, dobbiamo urlare la nostra collera e il nostro dolore, dobbiamo denunciare il patriarcato che si nasconde dietro ogni femminicidio.
Fare rumore tutti insieme, quindi, perché il dramma di Giulia non è solo un dramma personale, ma la punta dell’iceberg di un problema sistemico, il prodotto di una cultura dello stupro che considera la donna come un oggetto di possesso, a disposizione di chi, che sia perverso, fratturato o semplicemente narciso, pensa di poter decidere del suo destino.
E allora perché fermare questo rumore? Perché, come ha scelto di fare Luca Piccolo, il dirigente del liceo classico Tito Livio di Padova — dove aveva studiato anche Giulia Cecchettin — invocare un «silenzio rispettoso», quasi che il rispetto e le parole fossero inconciliabili?
È difficile capire come tanti adulti possano credere ancora di sapere cosa sia giusto fare meglio dei ragazzi e delle ragazze. Che oggi, invece, sanno perfettamente muoversi all’interno di un universo in cui, quando si tace, si viene cancellati.
I giovani sanno meglio di chiunque altro che il vero problema, oggi, sono le parole che mancano. Sono proprio le parole che mettono ordine nel caos, sono loro che possono disinnescare la violenza che distrugge perché è quando le parole mancano o si perdono che la brutalità trionfa.
Gli studenti e le studentesse dell'università di Padova ricordano Giulia Cecchettin con un minuto di rumore
A un anno dal femminicidio di Giulia, il rumore è l’unico strumento che resta ai giovani per farsi sentire, l’unico modo per provare a cambiare le cose. Dietro le violenze contro le donne, d’altronde, non c’è mai solo un fatto privato: ci sono gli stereotipi di genere, c’è il culto della virilità, c’è il patriarcato, c’è l’idea folle per cui un uomo potrebbe disporre della vita di una compagna o di una moglie, c’è l’illusione di avere controllo e la paura del fallimento.
C’è tutta quella retorica del “sei mia” e “non puoi andartene” — perché ho bisogno di te, e senza di te non posso vivere — che è l’opposto esatto dell’amore. Ci sono secoli di esclusione, oppressione e invisibilità: “è colpa tua”, “te la sei cercata”, “potevi pensarci prima”.
Ecco perché il rumore voluto dalla sorella di Giulia Cecchettin, e poi rivendicato dai giovani a un anno dal femminicidio, è necessario: serve a decostruire ciò che si nasconde dietro le violenze di genere. Perché i femminicidi non possono essere contrastati semplicemente punendo i colpevoli.
Senza un serio lavoro di prevenzione e di educazione continueranno; e questo lavoro è fatto di parole, appunto, non di silenzi imposti — perché sarebbe solo nella «calma» e nella «riservatezza» che si può rielaborare «una tragedia più grande di noi», come ha scritto il preside del Tito Livio nella circolare inviata agli studenti del suo liceo per dire “no” al minuto di rumore.
Ma i femminicidi non sono tragedie più grandi di noi, caro dirigente. Pretenderlo significa deresponsabilizzarsi. E deresponsabilizzarsi, quando si parla di violenze di genere, significa essere conniventi e quindi contribuire, anche se inconsapevolmente (inconsapevolmente?), alla perpetuazione del patriarcato e della cultura dello stupro.
I femminicidi non sono mai casi isolati, incidenti familiari o fatti di cronaca, ma frammenti di un problema strutturale che permea la nostra società, fatto di una violenza che si insinua pian piano nella vita delle donne e che, talvolta celata dietro frasi piene di buoni propositi, finisce per cancellare la loro identità. La violenza di genere è un continuum che inizia con i commenti sessisti e arriva fino al femminicidio: la violenza fisica arriva sempre dopo quella verbale e quella psicologica, può cominciare con un banale “stai zitta” e trasformarsi in una pugnalata.
Tante ragazze e tanti ragazzi ormai lo sanno, ma ci vorrà molto tempo (e tanto lavoro) prima che diventi un sapere condiviso, prima che si spezzi il circolo vizioso della violenza, prima che si demolisca una volta per sempre la cultura dello stupro.
È per questo che non ha senso vietare il rumore, e che vietarlo significa avallare il cumulo di stereotipi che portano ancora oggi, ogni tre giorni, un uomo ad ammazzare una donna. Non bastano le candele accese: servono le parole, i discorsi, i rumori, la lotta. Come ha scritto Cristina Torres Cáceres: “Se domani sono io, se domani non torno, distruggi tutto”.