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Romania, la minaccia russa per l’Europa

Bucarest, 5 dicembre: una manifestazione a sostegno della candidata filo-europea (afp)

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L’obiettivo di Putin è destabilizzare le nostre società non con le armi (almeno per ora) ma con la manipolazione delle opinioni pubbliche
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Ai tempi della guerra fredda e della cortina di ferro, la Romania di Nicolae Ceausescu era considerata dal Cremlino la pecora nera del Patto di Varsavia. Lo spietato dittatore di Bucarest non partecipava alle riunioni della “Nato dell’Est” e non si faceva baciare in bocca da Leonid Breznev, a differenza di Erich Honecker e degli altri proconsoli di Mosca.

Quando Ceausescu fu travolto come tutti dal crollo del Muro di Berlino, nelle strade di Bucarest il canto liberatorio era “l’unica soluzione è un’altra rivoluzione”. Il sogno non si è mai avverato e una vera rivoluzione non c’è mai stata. La Romania è stata governata per tre decadi dagli ex comunisti, discendenti del partito di Ceausescu, con una sequela di scandali e una corruzione diffusa, che ne ha fatto uno dei Paesi più poveri e malgovernati d’Europa. Però è entrata prima nella Nato e poi nell’Unione europea.

Ma ora, nei corsi e ricorsi della Storia che stanno seminando di malumori e di manifestazioni ex dominii sovietici com…

Ai tempi della guerra fredda e della cortina di ferro, la Romania di Nicolae Ceausescu era considerata dal Cremlino la pecora nera del Patto di Varsavia. Lo spietato dittatore di Bucarest non partecipava alle riunioni della “Nato dell’Est” e non si faceva baciare in bocca da Leonid Breznev, a differenza di Erich Honecker e degli altri proconsoli di Mosca.

Quando Ceausescu fu travolto come tutti dal crollo del Muro di Berlino, nelle strade di Bucarest il canto liberatorio era “l’unica soluzione è un’altra rivoluzione”. Il sogno non si è mai avverato e una vera rivoluzione non c’è mai stata. La Romania è stata governata per tre decadi dagli ex comunisti, discendenti del partito di Ceausescu, con una sequela di scandali e una corruzione diffusa, che ne ha fatto uno dei Paesi più poveri e malgovernati d’Europa. Però è entrata prima nella Nato e poi nell’Unione europea.

Ma ora, nei corsi e ricorsi della Storia che stanno seminando di malumori e di manifestazioni ex dominii sovietici come la Georgia e la Moldova, c’è qualcuno che punta a riportare la Romania nell’orbita di Mosca, annacquando la sua appartenenza al blocco occidentale e democratico, magari con il fine ultimo di riportarla nel limbo di una rischiosa neutralità. Sulle orme del miliardario georgiano Bidzina Ivanishvili, il filo-putiniano che ha fatto sospendere il processo di accesso alla Ue fino al 2028, provocando una rivolta di piazza che ricorda tanto la Maidan ucraina del 2014.

Calin Georgescu e Elena Lasconi (ansa)

Calin Georgescu, che domani (domenica 8 dicembre) avrebbe dovuto contendere alla centrista e filo-Ue Elena Lasconi l’elezione presidenziale se non fosse intervenuta la Corte costituzionale a fermare tutto dopo la desecretazione di documenti rivelatori di una campagna orchestrata da un “attore statale” (cioè la Russia), è un dichiarato ammiratore dei leader fascisti romeni degli anni ’30 e ’40: Corneliu Codreanu, il capo della famigerata Guardia di ferro, dichiaratamente anti-semita; il dittatore filo-nazista Ion Antonescu. Definiti da Georgescu “eroi nazionali”.

Fatale per un personaggio del genere, trasformista e senza scrupoli, l’attrazione per Vladimir Putin, “un uomo che ama il suo Paese”, come ha detto una volta. E, secondo un’iconografia che imita il nuovo “zar di tutte le Russie”, Georgescu si è fatto ritrarre in un video che circolava su TikTok (sul cui ruolo si sono opportunamente accesi i fari sia dell’Unione europea che del Dipartimento di Stato Usa) mentre cavalca al galoppo, capelli al vento, un cavallo bianco. Un’immagine eroica e mistica, accoppiata a ripetute invocazioni di Dio, imitando il linguaggio messianico tipico della Chiesa ortodossa romena, che ha ancora una fortissima influenza sulla popolazione.

E questo ci porta al ruolo della Chiesa ortodossa russa (guidata peraltro da un ex agente del Kgb come Putin) nella guerra ibrida che la Russia conduce su vasta scala, accanto a quella classica con cannoni e carri armati in Ucraina, in Europa, soprattutto in quelle aree che erano le propaggini dell’impero sovietico e che ora sono il ventre molle di quell’Occidente che il presidente russo ha eretto a suo grande nemico: dall’ambigua Serbia (che vuole entrare nella Ue ma rifiuta le sanzioni contro Mosca) alla debole ed esposta Moldova, dalla Bosnia alla Georgia e all’Armenia, per andare fino alle ex Repubbliche asiatiche, come il Kazakistan e l’Uzbekistan, dove recentemente il tentativo delle autorità locali di imporre la lingua nazionale al posto del russo nelle scuole ha causato un serio incidente diplomatico.

La Corte costituzionale romena ha dunque certificato, con il suo asettico linguaggio, una realtà inquietante: “Operation Destabilise” l’ha chiamata l’Agenzia anti-crimine britannica svelando una gigantesca rete di spie russe in Europa, finanziata con il riciclaggio di denaro. Perché l’obiettivo di Putin è destabilizzare le nostre società non con le armi (almeno per ora), ma con la manipolazione delle opinioni pubbliche.

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