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La forza di difendere la memoria

Il murale “Anti-Semitism, History Repeating” a Roma: Liliana Segre e Sami Modiano 
Liliana Segre è una degli ultimi testimoni di un incubo che può ripetersi
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Lo sterminio del popolo ebraico, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani deportati, quelli ridotti in prigionia, quelli uccisi, nonché coloro che si opposero anche a rischio della vita al progetto di sterminio: l’istituzione del Giorno della Memoria, nell’anniversario dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, è per loro. Per tutti loro. Liliana Segre è tra gli ultimi testimoni diretti delle deportazioni, delle persecuzioni e della Shoah. Poco prima che il Parlamento italiano approvasse la legge, nel luglio 2000, Annette Wieviorka pubblicò il libro L’era del testimone, che non era solo una riflessione su cosa è storia e cosa è testimonianza, sul significato delle esperienze personali, sul loro rapporto con il lavoro della ricerca storica, sul rapporto fra memoria privata e memoria pubblica, sul rapporto fra memoria e oblio, fra ricordo e rimozione del ricordo, fra tracce e cancellazione della tracce, fra documento e monumento, fra parola e silen…

Lo sterminio del popolo ebraico, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani deportati, quelli ridotti in prigionia, quelli uccisi, nonché coloro che si opposero anche a rischio della vita al progetto di sterminio: l’istituzione del Giorno della Memoria, nell’anniversario dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, è per loro. Per tutti loro. Liliana Segre è tra gli ultimi testimoni diretti delle deportazioni, delle persecuzioni e della Shoah. Poco prima che il Parlamento italiano approvasse la legge, nel luglio 2000, Annette Wieviorka pubblicò il libro L’era del testimone, che non era solo una riflessione su cosa è storia e cosa è testimonianza, sul significato delle esperienze personali, sul loro rapporto con il lavoro della ricerca storica, sul rapporto fra memoria privata e memoria pubblica, sul rapporto fra memoria e oblio, fra ricordo e rimozione del ricordo, fra tracce e cancellazione della tracce, fra documento e monumento, fra parola e silenzio: era anche l’affacciarsi preoccupato sulla soglia di un vuoto, di un possibile abisso, di un altro tempo, di un’altra era, in cui non potremo più ascoltare la voce di chi ha visto e sa, di chi ha udito e rammenta, di chi c’è stato ed è ancora qui, per testimoniare.

Liliana Segre parla, e ricorda. Dopo Auschwitz, disse il filosofo Theodor W. Adorno, scrivere una poesia è un atto di barbarie e tutta la cultura non è che spazzatura. Voleva dire: non si può più scrivere, fare teatro o comporre versi come se nulla fosse, come se non fosse mai successo nulla. Non resta, dunque, che tacere. Ogni rappresentazione, ogni libro, ogni opera rischia di suonare falsa e ipocrita, un imbellettamento indecente sopra l’orrore.

Ma è vero il contrario, lo capiamo sempre meglio, col passare del tempo, via via che il ricordo sbiadisce e, se non già la dimenticanza, certo la minimizzazione, la relativizzazione, l’indifferenza prendono sempre più piede. Liliana Segre parla, e non ricorda soltanto. Ricorda che è un dovere morale e civile ricordare. Nonostante sia oggetto costante di campagne di odio sui social, non si fa scoraggiare né si lascia piegare. È successo, può succedere ancora, scriveva Primo Levi. Ed è tanto più vero, purtroppo, quanto più piovono insulti e minacce, quanto più aumentano gli episodi di antisemitismo, crescono intimidazioni e violenze, e si prende di mira persino il cinema dove proiettano il film Liliana, e la guerra a Gaza, come un tappo saltato, fa tornare a galla putridi sentimenti di odio razziale.

Forse l’allarme rientrerebbe più facilmente se non si vedessero in giro braccia tese e cerimonie e rituali in camicie nere. Solo folklore? Solo equivoci ed esagerazioni? Possibile. Ma che dire allora del clima complessivo, della sempre più evidente fragilità delle istituzioni democratiche e dell’avanzata, un po’ ovunque, di formazioni di estrema destra? Solo un esempio. In Austria, Herbert Kickl, capo dell’FPÖ, partito fondato negli anni Cinquanta da un ex SS, riceve l’incarico di formare il governo. Dai popolari conservatori, in passato fermamente intenzionati a fare muro contro l’ipotesi di un governo a guida FPÖ, si leva la voce del leader, Christian Stocker: per il bene dell’Austria, accettiamo di andare a una trattativa, ma — mette subito in chiaro in una dichiarazione pubblica Stocker — non siamo minimamente disponibili a trattare sulla difesa dello Stato di diritto e della libertà di stampa. Cioè: siamo al punto che in un paese dell’Unione europea ci si deve preoccupare di rendere esplicito che diritti e principi fondamentali di libertà non vanno toccati. Evidentemente, si teme che qualcuno ci stia pensando.

Il clima, dunque, è questo. Liliana Segre è stanca. Ma è la democrazia, purtroppo ad essere stanca, a mostrarsi sfilacciata, sfiancata, agitata da vecchi e nuovi fantasmi, esposta a vecchie e nuove minacce. Alla possibilità che il vecchio si saldi col nuovo, e il passato si travesta da futuro.

Adorno tornò sulle sue parole. Corresse così: dopo Auschwitz, un’arte serena non è più possibile. Ma scrisse anche, a chiusura di uno dei suoi libri più importanti, Dialettica negativa, che, se è falso che dopo Auschwitz non si può più scrivere una poesia, è una questione meno culturale ma più grande ancora se dopo Auschwitz si possa ancora vivere, «specialmente se lo possa chi per caso è sfuggito, e di norma avrebbe dovuto essere liquidato».

Si sbagliava un’altra volta. Certo, ci vuole una forza enorme. E una forza ancora più grande e un enorme coraggio civile occorre per vivere e testimoniare ancora e nuovamente: vivere per testimoniare, forse anche testimoniare per poter vivere. Per fare non la propria vita ma la nostra, la vita di tutti noi ancora degna di essere vissuta. Per non darla vinta a chi insulta e odia, a chi diffama e istiga. A chi non ricorda in quale abisso precipitò l’Italia, l’Europa, il mondo intero.

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