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Trump, Zelensky e il convitato di San Pietro

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Perché il “miracolo” si compisse veramente sarebbe stato necessario che l’ormai famosa terza sedia, che uno zelante sacerdote si è affrettato a portare via, fosse stata occupata da Vladimir Putin
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All’inizio degli anni ’70 il segretario di Stato Agostino Casaroli, il grande architetto dell’Ostpolitik vaticana, venne a Mosca accompagnato dal suo braccio destro Achille Silvestrini. Motivo ufficiale della visita era l’adesione al Trattato di non proliferazione nucleare, ma quello vero, e non detto, era trattare condizioni migliori per la vessata Chiesa cattolica.

Alle domande di noi cronisti, in attesa all’aeroporto Sheremetevo, su come avrebbe potuto affrontare con i suoi arcigni interlocutori sovietici la situazione dei cosiddetti “preti impediti”, Casaroli rispose con un sorriso soave: «We are open, and we hope to open» (noi siamo aperti e speriamo di aprire). E si dileguò rapidamente scortato da funzionari e agenti del Kgb.

Sabato 26 aprile, quando prima del funerale del Papa Donald Trump e Volodymyr Zelensky si sono incontrati nella basilica di San Pietro, mi è tornata alla mente quella frase iconica di Casaroli, il Kissinger del Vaticano.

Perché immutabile nei decen…

All’inizio degli anni ’70 il segretario di Stato Agostino Casaroli, il grande architetto dell’Ostpolitik vaticana, venne a Mosca accompagnato dal suo braccio destro Achille Silvestrini. Motivo ufficiale della visita era l’adesione al Trattato di non proliferazione nucleare, ma quello vero, e non detto, era trattare condizioni migliori per la vessata Chiesa cattolica.

Alle domande di noi cronisti, in attesa all’aeroporto Sheremetevo, su come avrebbe potuto affrontare con i suoi arcigni interlocutori sovietici la situazione dei cosiddetti “preti impediti”, Casaroli rispose con un sorriso soave: «We are open, and we hope to open» (noi siamo aperti e speriamo di aprire). E si dileguò rapidamente scortato da funzionari e agenti del Kgb.

Sabato 26 aprile, quando prima del funerale del Papa Donald Trump e Volodymyr Zelensky si sono incontrati nella basilica di San Pietro, mi è tornata alla mente quella frase iconica di Casaroli, il Kissinger del Vaticano.

Perché immutabile nei decenni, se non nei secoli, quello è sempre stato lo spirito della diplomazia della Santa Sede. Che crede poco nei miracoli, anche se il cardinale Matteo Zuppi, che proprio su mandato del defunto Papa si è speso molto per i bambini ucraini deportati in Russia, ha detto che quel faccia a faccia nella Cappella del Battistero è stato «l’ultimo miracolo della diplomazia di papa Francesco». Ma crede nei gesti di buona volontà, che diventano segnali di possibili aperture.

E quell’incontro in San Pietro, su curiali sedie damascate, tra due che non tanto tempo prima si era erano azzuffati nello studio ovale della Casa Bianca, è stato certamente un segno di apertura. Se non altro perché sembra aver finalmente aperto gli occhi di Trump sul suo amico Putin: per la prima volta ha ammesso che lo zar forse «mi sta prendendo in giro» e che può essere opportuno usare con lui anche il bastone, invece che soltanto la carota dei buoni affari bilaterali.

E poi perché sembra aver dato la spinta finale alla firma, più volte rinviata, dell’accordo sulle “terre rare” dell’Ucraina, che sta molto a cuore a Trump e mitigherebbe l’antipatia del presidente americano verso il suo omologo ucraino («Non sono un suo fan», ha ribadito ancora ai giornalisti in occasione della visita di Giorgia Meloni alla Casa Bianca).

Perché in San Pietro il “miracolo della diplomazia di Papa Francesco” si compisse veramente sarebbe stato necessario che l’ormai famosa terza sedia, che uno zelante sacerdote si è affrettato a portare via, dando la stura alle malignità della stampa meloniana su un tentativo di Macron di imbucarsi, fosse stata occupata dal convitato di pietra, Vladimir Vladimirovic Putin.

Ma a parte gli impedimenti giudiziari, essendo pendente sull’aspirante zar di tutte le Russie un mandato di cattura della Corte penale internazionale, anche se libero e invitato Putin non si sarebbe voluto sedere su quella sedia. Perché lui a una trattativa diretta con Zelensky non vuole aderire, a meno che l’Ucraina non accetti condizioni capestro, che equivalgono a una capitolazione. E lo ha ribadito con i fatti e con le parole, dando una risposta a stretto giro alle immagini di speranza («hope to open», avrebbe detto Casaroli) che sono uscite sul circuito internazionale dopo il summit in San Pietro.

I fatti sono stati 149 attacchi con i droni, tra sabato e domenica, su varie cittadine del Donbass, su Dnipro, Sumy, Zhytomyr, Odessa. Che hanno fatto seguito al più sanguinoso bombardamento di Kiev da un anno a questa parte, mentre, sempre secondo il Cremlino, le truppe russe, con l’aiuto “eroico” dei nordcoreani, hanno completato la riconquista della regione di Kursk, quella fetta di confine in Russia che poteva essere moneta di scambio per l’Ucraina.

Le parole sono quelle del ministro degli Esteri Lavrov, che al programma 60 Minutes dell’americana Cbs ha ripetuto le condizioni “imperative” di Mosca per una trattativa: il riconoscimento dell’annessione della Crimea e di tutti i territori occupati dall’inizio “dell’operazione militare speciale”. De jure, cioè per sempre, e non de facto, come forse l’Ucraina sarebbe oggi disposta ad accettare, con l’aggiunta di garanzie di sicurezza e ricostruzione, perché manterrebbe comunque il controllo dell’80 per cento del suo territorio.

Di fronte all’arruffamento di Trump, seguito da una velata minaccia del segretario di Stato Rubio di rovesciare il tavolo («Questa sarà una settimana decisiva»), Putin ha subito provato a lisciargli il pelo: un cessate il fuoco temporaneo di tre giorni per «motivi umanitari» in occasione della «festa della Vittoria» su Hitler, che ricorre il 9 maggio.

È lo stesso schema di finta condiscendenza usato per la Pasqua: allora furono 30 ore, ora sono 3 giorni. Vediamo se, dopo l’incontro in San Pietro, Trump stavolta si convince che se il negoziato di pace non è ancora iniziato, dopo i fatidici cento giorni dal suo insediamento, la colpa è più di Putin che di Zelensky.

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