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Socialdemocrazia in crisi, la ricetta di Starmer

È significativa la strada indicata nel Regno Unito: consiste nel non lasciare ai conservatori il monopolio di alcuni temi, primo fra tutti il contrasto all’immigrazione irregolare e il bisogno di sicurezza dei cittadini

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Qualcosa si muove nella socialdemocrazia europea. Socialdemocrazia uguale socialismo riformista con elementi liberali e comunque rispettoso del metodo liberale, di cui ha fatto propri gli aspetti fondamentali. Più volte criticata, più volte addirittura data per morta, la socialdemocrazia affronta in questi anni un passaggio molto difficile.

In Germania, sua storica patria, è scesa ai livelli più bassi e ha ceduto il cancellierato a un esponente della Cdu, e non dei più malleabili. Altrove ha perso posizioni. In Francia subisce l’iniziativa mediatica del massimalista Mélenchon, il quale peraltro non ha ottenuto di recente risultati all’altezza delle sue ambizioni. Ciò nonostante non demorde. In un’intervista al Corriere della Sera, ha riproposto la sua ricetta, che è anche il titolo del libro ora tradotto in italiano: Ribellatevi!.

Un po’ poco come programma della rivoluzione, ma il vecchio demagogo comincia di qui: dalla distinzione tra il popolo nell’accezione di sinistra e il popolo come lo interpreta la destra. Da un lato il socialismo rigenerato, dopo la distruzione dell’assetto socialdemocratico, inutile dirlo; dall’altro il rilancio del modello neo-liberista che accomuna forze diverse, compresa una porzione della sinistra moderata e ormai priva di slancio ideale.

E l’Italia? Per Mélenchon è sbagliato persino il nome: Partito democratico non significa nulla, figuriamoci il resto. Del resto è evidente la crisi della sinistra di governo in Italia, messa in angolo da una destra meloniana capace, almeno fino a oggi, di coprire tutte le contraddizioni interne, trasformandole addirittura in argomenti vincenti.

Ma come si esce, in tutta Europa, da uno scenario così poco incoraggiante? È significativa la strada indicata dal laburista Starmer nel Regno Unito. La sua idea consiste nel non lasciare ai conservatori il monopolio di alcuni temi, primo fra tutti il contrasto all’immigrazione irregolare e il bisogno di sicurezza dei cittadini.

E quando si parla di “conservatori” non s’intende più il partito ormai estenuato, sconfitto alle elezioni proprio dai laburisti. No, la nuova destra è quella di Nigel Farage, una sorta di Trump britannico attivo da molti anni, padre della Brexit, ma solo ora arrivato a godere di un consenso di massa. Il tentativo di Starmer consiste nell’inseguire Farage sul terreno che gli è congeniale, appunto la lotta all’immigrazione, riportando a sinistra alcune soluzioni di cui la destra ha fatto i propri cavalli di battaglia.

Certo, siamo lontani dal rilancio di un progetto socialdemocratico. Al momento si tratta di combattere per la sopravvivenza. Starmer però ha colto un punto: la gestione dell’immigrazione è stata troppo timida a sinistra e ciò provoca uno slittamento dei consensi verso destra. Lo stesso è accaduto in Germania e altrove.

In Italia invece il Pd e una parte dei suoi alleati (Avs, +Europa) seguono la vecchia linea: accoglienza e integrazione, nel solco aperto dalle organizzazioni cattoliche e dall’azione di papa Bergoglio, non a caso molto amato dalla nostra sinistra che aveva visto in lui una sorta di leader politico.

Hanno ragione o torto? Presto lo sapremo. L’impressione è che le posizioni intransigenti dei Paesi del nord — dalla Germania alla Polonia e ora la Gran Bretagna — stiano guadagnando spazio. La parziale novità è che Starmer è un esponente della sinistra.

Tuttavia già Tony Blair a suo tempo si era spostato su di una linea centrista per recuperare voti da Margaret Thatcher. Che a sua volta li aveva in precedenza sottratti ai laburisti. È tutto da capire se Starmer riuscirà nello stesso gioco. Al di là dei luoghi comuni, non sempre la storia si ripete.

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