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Gli amministratori locali, riserva del centrosinistra

Roma, Elly Schlein alla festa dell'Unità
Roma, Elly Schlein alla festa dell'Unità 
Chiamarli in causa significa porsi il problema della classe dirigente che dovrà tentare di vincere le elezioni politiche

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Non si può certo dire che sia andata male la riunione a Roma degli amministratori civici (sindaci, assessori, consiglieri) titolari di varie esperienze di governo locale. È un mondo legato al centrosinistra, o per essere più precisi al Pd, convocato dall’assessore al Turismo della giunta di Roma, Alessandro Onorato. Tanto è bastato per alimentare la suggestione che stia nascendo il “partito di Gualtieri”. Ovviamente è un’esagerazione. Gualtieri ha già il suo daffare con il governo della Capitale.

Tuttavia c’è un punto di verità. Chiamare in causa gli amministratori, compresi i sindaci delle maggiori città — Roma ma anche Napoli, Firenze e altri — significa porsi il problema della classe dirigente nel prossimo centrosinistra, quello che dovrà tentare di vincere le elezioni politiche.

Come accadeva un tempo, la sinistra vorrebbe pescare nel serbatoio delle amministrazioni locali e non ha torto. Quindi la questione non è tanto il generico riequilibrio “centrista” contro la deriva radicale del gruppo dirigente, quanto la necessità di restare ancorati ai temi concreti, al di là degli slogan.

Può essere più di una buona idea, è soprattutto una necessità a due anni del voto legislativo. Il punto è che il Pd, partito principale del futuribile “campo largo”, ha bisogno di sviluppare una linea in grado di allargare i suoi consensi. S’intende che sul versante della sinistra radicale Elly Schlein ha già raccolto tutto quello che poteva, nonostante la permanente competizione a cui la costringe il rivale Giuseppe Conte.

Abbastanza confuso invece lo scenario quando ci si rivolge a un’opinione pubblica più moderata: in definitiva a quel ceto medio che è sempre essenziale per decidere la sorte di una contesa elettorale. È un pubblico riformista, in qualche caso, o più semplicemente desideroso di vivere senza scossoni, dedicandosi ai suoi affari in quanto si sente garantito sul piano della sicurezza e di una giustizia che funziona a favore del cittadino.

Fino a questo momento, ossia dal 2022 a oggi, la destra meloniana è riuscita bene o male a rispondere a queste e altre esigenze e a tenersi vicina il ceto medio. Ora il Pd si trova di fronte al crocevia: restare sul sentiero attuale oppure tornare a farsi capire da un certo mondo per ricostruire a sinistra quello che in anni lontani era chiamato il “blocco sociale”, ossia una piattaforma abbastanza solida e compatta da resistere a sfide e sollecitazioni. Vedremo dunque quali sviluppi avranno iniziative come quella dei sindaci, la più innovativa per certi aspetti.

E qui va registrata una novità a cui non si è data forse la giusta risonanza. Protagonista è Goffredo Bettini, l’esponente romano del Pd, ideologo — diciamo così — del “campo largo”. Un po’ a sorpresa, e dimostrando autonomia intellettuale, Bettini si è pronunciato a favore della separazione delle carriere dei magistrati. In sostanza ha rivendicato una linea liberale, in nome della parità fra accusa e difesa nel processo accusatorio, distinguendo anche sul piano strutturale il pubblico ministero dal giudice.

Potrebbe essere l’indizio che una parte della sinistra ritiene ormai controproducente arroccarsi sulla linea del “no” alla riforma costituzionale voluta dalla destra. Non siamo ancora alla metà dell’iter parlamentare previsto dalla Carta con quattro letture. Qualcuno ritiene che con il passare del tempo il rifiuto molto ideologico della riforma potrebbe danneggiare la sinistra, vista come longa manus di una certa magistratura. E si cominciano a sentire voci dissonanti.

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