Se l’obiettivo era tenere a bordo Trump, allora si può dire che, tra silenzi e vertiginose cadute di stile, il summit Nato del 24 e 25 giugno questo obiettivo lo ha raggiunto. Dunque l’Ucraina può tirare un sospiro di sollievo, e in fondo è questo che conta nell’immediato. Quattro mesi dopo la vergognosa scena nello Studio ovale il disimpegno americano sembra rinviato. Ma è bene che i leader europei, quelli che Trump ha descritto come «bravi ragazzi» al tavolo Nato, non si facciano troppe illusioni sulle intenzioni della Casa Bianca.
Il sostegno economico all’Ucraina è sempre più europeo. Gli aiuti Ue — per un totale di circa 158,6 miliardi dallo scoppio della guerra — sono ormai nettamente superiori a quelli degli Stati Uniti. Anche quelli per l’assistenza militare, 60 miliardi. Questo sostegno è andato avanti nonostante i tentativi di incrinarlo da parte dell’Ungheria di Orbán che non è riuscita a bloccare neanche il diciassettesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca. Quest’anno il…
Se l’obiettivo era tenere a bordo Trump, allora si può dire che, tra silenzi e vertiginose cadute di stile, il summit Nato del 24 e 25 giugno questo obiettivo lo ha raggiunto. Dunque l’Ucraina può tirare un sospiro di sollievo, e in fondo è questo che conta nell’immediato. Quattro mesi dopo la vergognosa scena nello Studio ovale il disimpegno americano sembra rinviato. Ma è bene che i leader europei, quelli che Trump ha descritto come «bravi ragazzi» al tavolo Nato, non si facciano troppe illusioni sulle intenzioni della Casa Bianca.
Il sostegno economico all’Ucraina è sempre più europeo. Gli aiuti Ue — per un totale di circa 158,6 miliardi dallo scoppio della guerra — sono ormai nettamente superiori a quelli degli Stati Uniti. Anche quelli per l’assistenza militare, 60 miliardi. Questo sostegno è andato avanti nonostante i tentativi di incrinarlo da parte dell’Ungheria di Orbán che non è riuscita a bloccare neanche il diciassettesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca. Quest’anno il contributo europeo raggiungerà i 31 miliardi (l’80% degli aiuti al bilancio di Kiev). Quello americano chissà.
Il fatto più importante, per certi versi storico, è che il vertice dell’Aia ha chiuso la porta all’adesione dell’Ucraina alla Nato. Sempre per tenere a bordo Trump. Chi pensava che questo avrebbe indotto Putin a concessioni è stato subito smentito da ondate di bombardamenti russi, particolarmente sanguinosi per la popolazione di Kiev, proprio ieri (domenica 29 giugno) culminati nel più massiccio attacco aereo dall’inizio della guerra. La porta chiusa della Nato non ha dunque avvicinato la pace. Ha però aperto due problemi molto delicati.
Il primo riguarda le forme di deterrenza alternative che dovranno essere offerte — in mancanza della Nato e del suo articolo 5 — per assicurare a Kiev una pace duratura. La mancata adesione alla Nato e al suo ombrello nucleare renderà più arduo il compito per chi vorrà farsi carico di preservare un’intesa di pace. Il Consiglio europeo, il giorno dopo il vertice Nato, ha ribadito che i 27 sono «pronti a contribuire a garanzie di sicurezza sostenendo le capacità di deterrenza dell’Ucraina». Ma senza la deterrenza Nato questo impegno potrebbe rivelarsi piuttosto gravoso per la coalizione dei “volenterosi” europei.
La seconda conseguenza è che senza adesione alla Nato si rende ancora più necessario fornire una prospettiva di ingresso nell’Unione europea all’Ucraina. Ma qui il veto ungherese si fa sentire eccome. La Commissione ha fatto il lavoro istruttorio, anche raggruppando per blocchi i capitoli del negoziato previsto, ma Orbán tiene tutto fermo e nessun negoziato formale è finora partito, su nessun capitolo. E tutti sanno che una volta raggiunta, non si sa bene come, l’unanimità, si entrerà in una discussione difficile e con serie implicazioni per il bilancio Ue, soprattutto per i fondi di coesione e la politica agricola comune.
Intanto l’Ucraina resiste. Le sofferenze terribili inflitte alla popolazione civile e la superiorità numerica delle truppe russe, talvolta mandate allo sbaraglio assieme a migliaia di soldati nordcoreani, non hanno piegato una capacità di combattere non solo eroica, ma anche tecnicamente molto sofisticata.
A tre anni e mezzo dal lancio della sua “operazione speciale” la superpotenza militare russa avanza sul terreno a minuscoli passi, attualmente concentrati attorno a Sumy e Dnipro. La guerra dei droni prosegue tra alti e bassi, ma gli ucraini mantengono una certa superiorità, sia pure ridotta ora che i droni di origine iraniana vengono fabbricati direttamente in Russia e che i russi hanno ottenuto qualche successo con modelli meno avanzati ma anche meno rintracciabili di droni a fibra ottica.
La percezione di quanto sia decisivo l’esito di questo conflitto è molto differenziata tra i cittadini europei, come ha mostrato di recente un sondaggio condotto da un think tank, l’Ecfr; convivono nell’Unione Paesi che già si preparano a resistere a un’aggressione russa, ad esempio uscendo dalla Convenzione antimine di Ottawa (come ha annunciato Kiev), e Paesi che guardano le cose da lontano.
Sono differenze comprensibili, dipendono dalla storia e dalla geografia. Ma in ballo c’è il destino dell’integrità europea e l’Italia non può acconciarsi a sottovalutarlo. Per fortuna, dopo la riluttanza iniziale, all’Aia la presidente Meloni si è unita alla coalizione dei volenterosi che ha incontrato Zelensky. E la prossima settimana proprio a Roma ospiteremo l’importante conferenza annuale sulla ricostruzione dell’Ucraina.
Essere dalla parte dell’Ucraina, dare a questo conflitto l’importanza che merita, accanto alla carneficina di Gaza e alle tensioni in Medio Oriente, è il modo migliore per dire che l’Europa conta ed è baluardo di libertà. Per la prima volta dalla sua nascita l’Ue deve fare i conti con una doppia ostilità, non solo il revanscismo di Putin ma anche il disimpegno competitivo di Trump. Per questo sarà la guerra ucraina a decidere il destino di noi europei. Forse anche più delle percentuali della spesa militare sul Pil tra dieci anni.