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Cultura, l’inutile occupazione del potere

L'ex ministro della cultura Gennaro Sangiuliano e l'attuale ministro Alessandro Giuli 

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Quando nel 1944 un giovanissimo Mario Castellacci compose Le donne non ci vogliono più bene, la canzone preferita dai reduci della Repubblica di Salò, non immaginava quanto quel motivetto vittimista avrebbe scolpito per decenni la mentalità della destra italiana, in generale e più ancora quando si parla di cultura. Se c’è un mondo dal quale più degli altri la destra ex missina si è sentita rifiutata è quello: la cultura. Se c’è un mondo che ha sempre sognato di espugnare è sempre quello: la cultura. Altri tempi.

La storia di oggi è una destra che ha finalmente conquistato la casamatta nemica. Ministro della Cultura: Alessandro Giuli, il Gramsci nero, più raro del Gronchi rosa. Sottosegretario alla Cultura: Gianmarco Mazzi, ex impresario di Celentano, Morandi e molti altri, taglia e declassa ogni manifestazione considerata estranea o insensibile al volere della Nazione. Presidente di Ales, la società del ministero che gestisce la macchina della cultura in Italia: Fabio Tagliaferri, e…

Quando nel 1944 un giovanissimo Mario Castellacci compose Le donne non ci vogliono più bene, la canzone preferita dai reduci della Repubblica di Salò, non immaginava quanto quel motivetto vittimista avrebbe scolpito per decenni la mentalità della destra italiana, in generale e più ancora quando si parla di cultura. Se c’è un mondo dal quale più degli altri la destra ex missina si è sentita rifiutata è quello: la cultura. Se c’è un mondo che ha sempre sognato di espugnare è sempre quello: la cultura. Altri tempi.

La storia di oggi è una destra che ha finalmente conquistato la casamatta nemica. Ministro della Cultura: Alessandro Giuli, il Gramsci nero, più raro del Gronchi rosa. Sottosegretario alla Cultura: Gianmarco Mazzi, ex impresario di Celentano, Morandi e molti altri, taglia e declassa ogni manifestazione considerata estranea o insensibile al volere della Nazione. Presidente di Ales, la società del ministero che gestisce la macchina della cultura in Italia: Fabio Tagliaferri, ex consigliere comunale di lungo corso a Frosinone, dopo il suo insediamento ha squadernato in una intervista la sua visione del settore: “Vendo auto, la mia è una nomina politica”. Amministratore delegato di Cinecittà: Manuela Cacciamani, tendenza Arianna, nel senso della famiglia Meloni non della mitologia greca, la sua società di famiglia ha coprodotto insieme a Rai Cinema Albatross, film in sala da oggi, su un personaggio mitico del Fronte della gioventù, il reporter Almerigo Grilz: nel trailer si vedono più fiaccole del Fronte che attori.

Aveva cominciato la velleitaria operazione egemonia Gennaro Sangiuliano, predecessore di Giuli e primo a testare sul campo che il titolo della canzone di Castellacci non era più attuale. Hanno occupato tutti i posti disponibili, tagliato e dirottato fondi, promesso azioni dirompenti in nome di un sofisticata analisi intellettuale: è finita la pacchia. Dunque basta registi “comunisti”, basta scrittori impegnati a sinistra, basta teatranti firmatari di appelli sui diritti civili. Lo hanno fatto probabilmente convinti che la Cultura funzionasse come le Poste ai tempi del ministro democristiano Remo Gaspari. Io ti assumo e tu mi voti. Io distribuisco e tu mi segui. Verificato che il mondo della Cultura è un po’ più complesso, e non perché sia una irriducibile riserva leninista, ma solo perché composto di mille mestieri e necessità, il Min.cul. è passato al piano B: distruggere tutto. Dopo gli inizi con toni più che concilianti, Giuli sembra animato da un cupio dissolvi: litiga dentro e fuori la maggioranza, chiede e ottiene dimissioni, infine diserta il premio Strega in un sussulto giovanile di autoghettizzazione. Il tutto mentre sulle macerie di un settore che avrebbe bisogno di nuove regole e certezze, non del diserbante, infuria la guerra tra il clan dei Fratelli e il clan leghista, convinto a sua volta che cinema e spettacolo dovessero ripararsi sotto il tetto del salvinismo. Così la sottosegretaria leghista Lucia Borgonzoni è stata privata in un colpo solo di due pedine fondamentali, la presidente di Cinecittà Chiara Sbarigia e il direttore generale del ministero Nicola Borrelli, entrambi spinti alle dimissioni con contorno di veleni e pettegolezzi. Ora c’è da sostituirli e non sarà facile, un po’ perché Fdi e Lega si contendono le poltrone e un po’ perché i candidati competenti di area non abbondano né nel primo né nel secondo clan. Se nel cinema tutti i ruoli li fa Favino - è una battuta di Boris, ma potrebbe essere una invettiva di Fazzolari - nella lottizzazione non si possono dare una dozzina di incarichi a Giulio Base (“Mi sento un partigiano della riconciliazione a tutti i livelli”, ha dichiarato in una intervista, e tra tutti è l’unico ruolo non ancora formalizzato).

Nel frattempo si fatica a individuare le iniziative che avrebbero dovuto aprire la nuova stagione della cultura libera dal giogo rosso, a meno di non considerare nell’elenco la mostra sul futurismo, sempre lì si va a parare, o il piano dei festeggiamenti per il centenario di Latina. Quanto al buon Castellacci, da grande si mise in sodalizio con Pierfrancesco Pingitore e fondò la più grande e tuttora insuperata impresa culturale della destra italiana del dopoguerra: il Bagaglino.

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