Gergiev e l’arte al tempo della guerra
di Ezio MauroA prima vista può sembrare soltanto una scelta inopportuna l’invito a Valery Gergiev di dirigere l’orchestra filarmonica Verdi di Salerno e i solisti del teatro Mariinskij di San Pietroburgo, nel concerto in programma domenica 27 luglio alla reggia di Caserta. Per le sue prese di posizione che rilanciano le tesi del Cremlino dopo l’invasione dell’Ucraina, il maestro russo è di fatto bandito dal podio occidentale, con nove teatri europei che gli hanno revocato inviti e incarichi, come la Carnegie Hall a New York: la Scala, con cui aveva collaborato intensamente in passato, lo ha sostituito tre anni fa con Timur Zangiev, anche lui russo, che ha guidato le recite della Dama di picche.
La regione Campania invece ha scelto Gergiev per un concerto che prevede l’ouverture della Forza del destino di Verdi, la Sinfonia numero 5 di Cajkovskij e il Bolero di Ravel, pochi giorni dopo la chiusura della stagione al Bolshoj di Mosca, dove mentre il maestro dirigeva il Semjon Kotko di Prokofiev, una…
A prima vista può sembrare soltanto una scelta inopportuna l’invito a Valery Gergiev di dirigere l’orchestra filarmonica Verdi di Salerno e i solisti del teatro Mariinskij di San Pietroburgo, nel concerto in programma domenica 27 luglio alla reggia di Caserta. Per le sue prese di posizione che rilanciano le tesi del Cremlino dopo l’invasione dell’Ucraina, il maestro russo è di fatto bandito dal podio occidentale, con nove teatri europei che gli hanno revocato inviti e incarichi, come la Carnegie Hall a New York: la Scala, con cui aveva collaborato intensamente in passato, lo ha sostituito tre anni fa con Timur Zangiev, anche lui russo, che ha guidato le recite della Dama di picche.
La regione Campania invece ha scelto Gergiev per un concerto che prevede l’ouverture della Forza del destino di Verdi, la Sinfonia numero 5 di Cajkovskij e il Bolero di Ravel, pochi giorni dopo la chiusura della stagione al Bolshoj di Mosca, dove mentre il maestro dirigeva il Semjon Kotko di Prokofiev, una gigantografia portava sul palco scene dell’avanzata russa in Ucraina, collegandola alla “grande guerra patriottica” contro i nazisti. Si capisce subito, dunque, che il caso Gergiev chiama in causa questioni politiche e morali che vanno oltre la bacchetta contestata del direttore d’orchestra e riguardano l’arte, la libertà e la responsabilità.
Poiché la condanna più profonda della guerra viene pronunciata in nome della democrazia e dei suoi valori infranti dalla forza, nei giudizi sui comportamenti e le scelte in un’etica di guerra la democrazia ha innanzitutto il dovere di rimanere fedele a se stessa e ai suoi principi: tra cui naturalmente i diritti dei cittadini e la loro libertà d’espressione. Dunque qualunque forma di censura è inaccettabile e non può trovare giustificazione, soprattutto in un Paese come l’Italia che è nella retrovia occidentale del conflitto, e non deve al momento venire a patti con ragioni di sicurezza.
Così, io credo, non è giusto chiedere abiure a cittadini di Paesi coinvolti direttamente nello scontro bellico, che si formano i loro convincimenti in un contesto quotidiano profondamente diverso dal nostro. Questo naturalmente non significa rinunciare a esprimere le nostre idee e la nostra lettura della storia, e a difendere i nostri valori: ma rispettando le idee e le opinioni altrui.
Partendo da qui, nel caso del maestro Gergiev vengono invocate due esimenti: la prima è la sua libertà di pensiero e di espressione, come individuo e come personaggio pubblico, la seconda è la sua condizione di artista. Ma i problemi del mondo occidentale nei confronti del maestro non sono nati — a me pare — per quel che pensa, ma per quel che fa: “Il famoso direttore d’orchestra — ha denunciato su Repubblica Julija Navalnaja, moglie del dissidente numero 1, morto in un carcere russo — è il lacchè di Putin, il cantore della dittatura di Putin e della guerra scatenata da Putin. Dunque non solo un amico e un sostenitore, ma anche un promotore della politica criminale di Putin, suo complice e fiancheggiatore”.
In proposito la vedova dell’attivista scomparso mette in fila una serie di eventi che hanno a protagonista Gergiev: “Nel 2012 non solo ha appoggiato pubblicamente il ritorno illegale di Putin alla presidenza per un terzo mandato, ma era anche uno dei suoi uomini di fiducia. Nel 2014 ha sostenuto a gran voce l’annessione illegale della Crimea, nel 2016 ha tenuto un concerto di propaganda sulle rovine storiche di Palmira, in Siria, dopo la trasmissione di un discorso di Putin”.
Rimane l’arte, chiamata in causa come obiezione speciale, una sorta di liberatoria, nella concezione dell’artista come soggetto che vive in un universo ideale dischiuso solo dal suo talento, un mondo a parte che crea le sue specifiche categorie di giudizio, in una specie di bolla separata dalla realtà, dove l’estetica può prevalere sull’etica.
Ma questa condizione particolarissima, mentre eleva lo status dell’artista mettendolo al riparo dalle miserie quotidiane, lo deprime come cittadino, quasi vivesse su una nuvola che lo tiene lontano dalla vicenda comune, vista non nella realtà ma unicamente nella sua rappresentazione. Soprattutto — ed è ciò che qui importa — questa salvaguardia artistica conduce direttamente all’irresponsabilità, come se le espressioni dell’artista fuori dal suo campo specifico avessero meno valore e meritassero un’indulgenza plenaria speciale.
Credo invece che proprio grazie alla fama costruita con il suo talento, l’artista abbia semmai un dovere supplementare di responsabilità, per l’evidente influenza che la notorietà del suo personaggio e l’autorità del suo lavoro hanno sui cittadini.
È quel che dice l’appello di Memorial sottoscritto da tre premi Nobel, e da oltre mille tra artisti, politici, attivisti: “Il ritorno simbolico di Gergiev sulla scena culturale europea non è un atto neutrale ma un gesto politico che rischia di dare legittimità al regime che rappresenta e alla violenza che continua a scatenare”.
Non c’è nulla di censorio in questa denuncia, aggiunge Memorial, perché il maestro “non è solo un artista, ma un agente visibile della propaganda culturale per un regime accusato di crimini di guerra. Il suo ritorno su un palcoscenico internazionale normalizza un’arma efficace della guerra ibrida, vale a dire la propaganda culturale”.
L’arte, ricorda l’appello, non è mai apolitica in periodo di guerra, e gli spazi culturali non sono zone neutre. Ospitare Gergiev mentre le città ucraine vengono bombardate e i civili uccisi e deportati, “trasforma i teatri in una piattaforma per un brutale whitewashing”, la ripulitura che manipola la realtà.
Siamo dunque di fronte a un doppio esercizio di responsabilità: da un lato l’artista sa di dovere alla sua opera lo spazio pubblico privilegiato in cui si muove liberamente, ma sa pure che non è una zona franca, perché anche lui come cittadino deve rispondere dell’uso della sua libertà; dall’altro il potere pubblico, mentre convoca gli artisti in cartellone deve conoscere non solo l’opera dei personaggi che sceglie, ma anche la loro portata simbolica, che spesso è la cifra e il significato reale della performance.
In questa capacità-dovere di distinguere sta lo spazio della libertà e della responsabilità delle parti in causa. Altrimenti, vale la denuncia di Grossman in Vita e destino: “Combattiamo per la libertà, ma la neghiamo dentro di noi”.