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La Moldova e quello schiaffo al Cremlino

L’alta affluenza alle urne è un segnale confortante. Nel gioco delle sfere d’influenza nell’ex impero sovietico Vladimir Putin è ancora perdente
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La Russia cerca sistematicamente di avvelenare i pozzi in Europa. Soprattutto in quella parte orientale che, prima del 1989, l’Unione Sovietica controllava politicamente e militarmente attraverso la costellazione satellitare chiamata Patto di Varsavia.

Ora che tutti quei Paesi sono sull’altra sponda dell’ex cortina di ferro, membri della Ue e della Nato, o candidati a diventarlo, Vladimir Putin, nella sua ossessione di resuscitare l’Urss, cerca di riportarli nella sua sfera d’influenza. Usando i droni capaci di penetrare nelle urne elettorali: attacchi cibernetici, corruzione, false informazioni, ambasciate dove pullulano gli agenti del Fsb (il vecchio Kgb) travestiti da diplomatici e incaricati di sedurre e finanziare politici locali nostalgici.

Per questo le elezioni in Moldova — che fino al 1991 era una delle quindici repubbliche sovietiche — erano uno stress test, come lo furono le presidenziali di maggio in Romania, della capacità delle più giovani democrazie europee di resi…

La Russia cerca sistematicamente di avvelenare i pozzi in Europa. Soprattutto in quella parte orientale che, prima del 1989, l’Unione Sovietica controllava politicamente e militarmente attraverso la costellazione satellitare chiamata Patto di Varsavia.

Ora che tutti quei Paesi sono sull’altra sponda dell’ex cortina di ferro, membri della Ue e della Nato, o candidati a diventarlo, Vladimir Putin, nella sua ossessione di resuscitare l’Urss, cerca di riportarli nella sua sfera d’influenza. Usando i droni capaci di penetrare nelle urne elettorali: attacchi cibernetici, corruzione, false informazioni, ambasciate dove pullulano gli agenti del Fsb (il vecchio Kgb) travestiti da diplomatici e incaricati di sedurre e finanziare politici locali nostalgici.

Per questo le elezioni in Moldova — che fino al 1991 era una delle quindici repubbliche sovietiche — erano uno stress test, come lo furono le presidenziali di maggio in Romania, della capacità delle più giovani democrazie europee di resistere alle infiltrazioni russe. E il capo della missione di monitoraggio Ocse (l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) ha attestato «gravi interferenze straniere sulle operazioni di voto».

È comprensibile perciò il sollievo dei palazzi comunitari di Bruxelles per un risultato che non era per nulla scontato e che è stato in bilico fino all’ultimo voto scrutinato. La Moldova ha sempre oscillato, fin dalla sua indipendenza, tra le sirene del palazzo Berlaymont e quelle del Cremlino.

Se il filorusso Igor Dodon avesse prevalso sull’europeista Maia Sandu la candidatura alla Ue, che risale al 2022, sarebbe con ogni probabilità finita in un cestino e l’Unione avrebbe buttato al vento oltre un miliardo di euro di sostegno economico per propiziare i sentimenti filo-europei di un Paese con 2,4 milioni di abitanti, schiacciato dalla sua posizione geografica e da una complicata situazione economica.

Il voto in Moldova era ancora più delicato di quello di maggio in Romania. Perché la frontiera con l’Ucraina è in grande parte segnata dall’enclave filorussa della Transnistria, dominata economicamente e politicamente dalla holding Sheriff (proprietaria dell’omonima squadra di calcio, lo Sheriff Tiraspol, che si è affacciato anche in Champions League), che persegue apertamente la secessione da Chisinau in favore di Mosca. Se la maggioranza dei 101 seggi del Parlamento fosse andata al Blocco Patriottico di Dodon c’era il rischio di avere un ponte levatoio russo tra l’Ucraina e la Romania, membro della Nato.

Ci sono state polemiche nei media filo-russi, a partire dal canale televisivo Accent (finanziato da un oligarca riparato a Mosca dopo una condanna a 15 anni per corruzione), sul voto che sarebbe stato negato a 200mila moldavi residenti appunto in Transnistria. Così come ci saranno insinuazioni, da parte dei putiniani notoriamente molto vocianti in Italia, sul voto della diaspora: circa un quinto della popolazione è emigrata e difficilmente ha votato contro il partito filo-europeo di Maia Sandu.

Ma l’alta affluenza alle urne, un record, in un Paese etnicamente diviso e ancora così poco allenato all’esercizio democratico di libere elezioni, è un segnale confortante che nel gioco delle sfere d’influenza nell’ex impero sovietico Vladimir Putin è ancora perdente.

Lo stesso era accaduto in Romania a maggio per il ballottaggio delle elezioni presidenziali, che erano la ripetizione di quelle del novembre dell’anno scorso, vinte a sorpresa dall’ultranazionalista Calin Georgescu e poi annullate dalla Corte costituzionale. Anche in quel caso perché erano state riscontrate interferenze russe. Al primo turno aveva avuto più voti il sovranista George Simion, considerato il candidato favorito dal Cremlino.

Ma al secondo turno l’affluenza alle urne è salita dal 53,2 del primo al 64,72 e questa corsa al voto ha dato la vittoria al filo-europeista Nicusor Dan, sindaco di Bucarest con dottorato alla Sorbona e grande fustigatore della corruzione, la piaga endemica dei Paesi ex comunisti, dominati per decenni da nomenklature avide e privilegiate.

A così poca distanza temporale l’uno dall’altro, i test elettorali in un ex membro del Patto di Varsavia e in un’ex repubblica sovietica, così simili nell’esito, sono un segnale significativo a chi ancora sostiene che è stata la Nato a soffocare la Russia e non la Russia ad aggredire l’Ucraina.

E ricordano una famosa intervista di Giampaolo Pansa a Enrico Berlinguer alla vigilia delle elezioni del 1976. Alla domanda che implicava una scelta tra due sistemi, quello rappresentato dalla Nato e quello del Patto di Varsavia, Berlinguer, pur con tutti i suoi sofisticati distinguo, rispose: «Mi sento più sicuro stando di qua».

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