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Quale sbocco politico dopo le piazze piene

(ansa)

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Il punto di Folli del 4 ottobre 2025
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Lo sciopero generale, inutile negarlo, è stato un successo di numeri. Lunghi cortei, centinaia di migliaia di partecipanti, l’Italia bloccata come si proponevano gli organizzatori. Un caleidoscopio di slogan, alcuni inquietanti. Il più ripetuto: “Palestina libera dal fiume al mare”, ignorando o fingendo d’ignorare che la frase postula la cancellazione di Israele. Il più vergognoso, ascoltato a Roma: “Uccidere un sionista non è reato”, parafrasi di quello che negli anni Settanta si riferiva a un “fascista” anziché a un ebreo sionista.

La domanda che ora tutti si pongono, magari senza ammetterlo, è: qual è lo sbocco di questa manifestazione corale, forse persino più imponente delle attese? Solo uno slancio di “riscossa civile”, come ha detto Bersani a Repubblica, un sollievo per i ranghi esausti della sinistra? Ovvero c’è qualcosa di più, l’idea quanto meno di costruire una proposta politica partendo dalle piazze e dalle autostrade intasate nel segno di Gaza e della Flotilla, il cui fa…

Lo sciopero generale, inutile negarlo, è stato un successo di numeri. Lunghi cortei, centinaia di migliaia di partecipanti, l’Italia bloccata come si proponevano gli organizzatori. Un caleidoscopio di slogan, alcuni inquietanti. Il più ripetuto: “Palestina libera dal fiume al mare”, ignorando o fingendo d’ignorare che la frase postula la cancellazione di Israele. Il più vergognoso, ascoltato a Roma: “Uccidere un sionista non è reato”, parafrasi di quello che negli anni Settanta si riferiva a un “fascista” anziché a un ebreo sionista.

La domanda che ora tutti si pongono, magari senza ammetterlo, è: qual è lo sbocco di questa manifestazione corale, forse persino più imponente delle attese? Solo uno slancio di “riscossa civile”, come ha detto Bersani a Repubblica, un sollievo per i ranghi esausti della sinistra? Ovvero c’è qualcosa di più, l’idea quanto meno di costruire una proposta politica partendo dalle piazze e dalle autostrade intasate nel segno di Gaza e della Flotilla, il cui fantasma incombeva sui manifestanti a dispetto di tutte le contraddizioni? È evidente che lo sciopero ieri ha fatto un salto verso una dimensione politica. I partiti, dal Pd ai 5S, non hanno avuto alcuna funzione di guida della massa: si sono lasciati trascinare dalla corrente e si sono limitati a incendiare gli animi già infuocati. La leadership, se vogliamo cercarne una, se l’è attribuita Landini, ma pagando un prezzo: frattura con Cisl e Uil, cioè con una tradizione non trascurabile del movimento operaio; nonché obbligo anche per lui di inseguire le sigle a sinistra della Cgil che un tempo il sindacato maggiore avrebbe trattato con infastidita sufficienza.

Landini: "Sciopero legittimo, il governo dovrebbe baciare i piedi di queste persone"

Ma non basta. Di fronte ai rilievi dell’autorità garante circa l’illegittimità dello sciopero, per via del mancato preavviso, la risposta del segretario generale della Cgil ha evocato l’emergenza costituzionale, ossia la possibilità che la Repubblica sia minacciata nel suo assetto democratico. Probabile che sia stato solo l’errore di un momento, ma c’è da dubitare che il Quirinale abbia gradito l’allusione, contenente una critica implicita a Mattarella. Del resto, non potrebbe essere diversamente, se il capo del sindacato ritiene di dover difendere in prima persona, con lo sciopero generale, quell’equilibrio costituzionale la cui tutela sarebbe dovere prioritario del presidente della Repubblica. Come si capisce, siamo entrati nel territorio sdrucciolevole dello sciopero politico. Cioè non rivolto a ottenere vantaggi economici o normativi e nemmeno a migliorare le condizioni di vita di questa o quella categoria di lavoratori. Lo sciopero politico tende a darsi obiettivi politici. In questo caso la sconfitta della premier Meloni. Non proprio la caduta del governo, ma solo perché l’opposizione in piazza non ha abbastanza forza. O meglio, non l’ha ancora: nelle prossime settimane tenterà di guadagnarla, senza disperdere il legame con l’opinione pubblica (il popolo) che pensa di aver conquistato facendo leva sulla tragedia mediorientale. Intanto il traguardo a medio termine resta una Meloni più debole, mortificata nel suo profilo internazionale, ammaccata sul piano interno. Eppure proprio qui, come insegna la storia, nascono le maggiori insidie per il partito della piazza.

Nel 1968 la Francia, in maggio, fu travolta da un’incredibile rivolta di studenti e operai che scavalcarono senza mezze misure i partiti politici anchilosati e le sigle sindacali. Niente da spartire con le giornate italiane di questo 2025, se non la convinzione di rappresentare una massa enorme di cittadini, maggioritaria di fatto nel Paese. In Francia tale convinzione fu delusa in modo crudele. Circa 600-800mila francesi sfilarono lungo i Campi Elisi esprimendo fiducia nel presidente De Gaulle. Fu sciolta l’Assemblea e si andò a votare: trionfo indiscusso per le liste golliste, aiutate dal sistema elettorale maggioritario. Una lezione su cui riflettere.

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