Medio Oriente, la speranza e l’equilibrio fragilissimo della trattativa
di Paolo GentiloniIl filo sottile della nostra speranza è aggrappato ai colloqui previsti per oggi (lunedì 6 ottobre) in Egitto. Se la prospettiva di una pace stabile appare al momento lontana, un cessate il fuoco sarebbe già una benedizione per la martoriata popolazione di Gaza: seppellire i morti, curare i feriti, dare riparo agli sfollati, nutrire gli affamati. E lo sarebbe per gli ostaggi prigionieri di Hamas e le loro famiglie che in queste ore dicono: non possiamo impedirci di sperare.
Un vero cessate il fuoco sarebbe anche il primo stop a Netanyahu. La conseguenza di quel crescente isolamento di cui ha parlato lo stesso Trump annunciando il suo piano. In fondo era questo isolamento l’obiettivo politico dell’onda di indignazione per l’abominio a Gaza, onda alimentata qui in Italia anche dai riflettori accesi dalla Flotilla nonché, forse, dalle male parole usate dalla premier nei confronti di chi scendeva in piazza.
Il fatto che le manifestazioni di questi giorni siano state turbate da attacc…
Il filo sottile della nostra speranza è aggrappato ai colloqui previsti per oggi (lunedì 6 ottobre) in Egitto. Se la prospettiva di una pace stabile appare al momento lontana, un cessate il fuoco sarebbe già una benedizione per la martoriata popolazione di Gaza: seppellire i morti, curare i feriti, dare riparo agli sfollati, nutrire gli affamati. E lo sarebbe per gli ostaggi prigionieri di Hamas e le loro famiglie che in queste ore dicono: non possiamo impedirci di sperare.
Un vero cessate il fuoco sarebbe anche il primo stop a Netanyahu. La conseguenza di quel crescente isolamento di cui ha parlato lo stesso Trump annunciando il suo piano. In fondo era questo isolamento l’obiettivo politico dell’onda di indignazione per l’abominio a Gaza, onda alimentata qui in Italia anche dai riflettori accesi dalla Flotilla nonché, forse, dalle male parole usate dalla premier nei confronti di chi scendeva in piazza.
Il fatto che le manifestazioni di questi giorni siano state turbate da attacchi violenti e da oscene esaltazioni del pogrom compiuto il 7 ottobre dai terroristi di Hamas non va sottovalutato: solidarietà alle forze dell’ordine e nessuna tolleranza verso chi confonde le responsabilità di Netanyahu con Israele o addirittura con gli ebrei. È giusto però dire che nell’insieme quelle piazze indignate hanno mostrato una voglia di partecipazione e un rifiuto a essere turisti della storia che va a merito della nostra democrazia. E dovrebbe anche, sia detto tra parentesi, far capire quanto diventa importante difenderla, questa nostra democrazia, anche dalle minacce esterne.
Per quanto significative, sappiamo tuttavia che non sono state le nostre piazze né le iniziative diplomatiche di alcuni Paesi europei a imporre uno stop al governo israeliano. È stato Donald Trump. Con il sostegno dei Paesi arabi e in particolare di quelli del Golfo esasperati soprattutto dal bombardamento aereo della capitale del Qatar e dalle ripetute minacce di occupazione della Cisgiordania.
L’equilibrio è naturalmente fragilissimo, le fasi successive del piano di pace sono avvolte nella nebbia e i colloqui “indiretti” dei mediatori al lavoro in Egitto potrebbero naufragare in qualsiasi momento.
Ma che cosa ha spinto Trump a imporre a Netanyahu di prendere in considerazione almeno un cessate il fuoco, costringendolo a fermarsi dopo che due mesi fa aveva deciso di occupare Gaza City superando le resistenze dei suoi stessi generali?
Certo, i sondaggi, che negli Stati Uniti per la prima volta vedono i critici di Israele più numerosi dei suoi sostenitori. Ma in altri casi Trump li ignora i sondaggi. Certo, la voglia di un Nobel per la Pace. Al fondo, però, il fattore di gran lunga decisivo va individuato nell’impronta isolazionista del progetto di America First.
La pace imperiale ben descritta da Ezio Mauro è il disegno di un impero autocentrato. Della volontà di dominare il pianeta, ma da remoto. A colpi di tweet esecutivi. Un impero che utilizza soprattutto lo strapotere dei giganti dei dati, padroni degli algoritmi e dell’intelligenza artificiale. Quei giganti che Trump protegge minacciando chiunque, a partire dall’Europa, pensi di regolarne o tassarne l’attività. Un impero che forse pensa anche di utilizzare la forza di attrazione degli stablecoins ancorati al dollaro e al suo «privilegio esorbitante», come lo aveva definito Giscard d’Estaing.
Trump non si pone proprio il problema del ruolo global del soft power americano. Nel suo ultimo articolo su Foreign Affairs il compianto Joseph Nye, l’ideatore del concetto di soft power, scriveva giustamente che «perfino durante la guerra del Vietnam le marce di protesta nel mondo non cantavano L’Internazionale ma We shall overcome. Ma il soft power derivante dalla società civile e dalla cultura americane non sopravviverà agli eccessi del governo Usa se la democrazia americana continua a erodersi e gli Stati Uniti agiscono come bulli all’estero».
Quanto al più hard dei poteri, la forza militare, quella sembra venire orientata soprattutto a uso interno. Nel suo discorso a centinaia di generali, convocati al Pentagono nel neo denominato dipartimento della Guerra, l’attenzione è stata rivolta alla riconquista di Chicago. Si tratta di una vera e propria strategia di ripiegamento, inaugurata con il ritiro dall’Afghanistan, deciso da Trump e attuato (male) da Biden, e quasi teorizzata dal vicepresidente Vance e dai nostalgici della dottrina Monroe. La proiezione esterna non è più in cima alle priorità.
Resta da vedere se funzionerà questa prosecuzione dell’imperialismo con altri mezzi. O se invece la distruzione dell’ordine esistente e dei sistemi di alleanze economiche e militari su cui si basa non renderà l’America più debole, come appare già evidente nei confronti di Putin.
Intanto speriamo che questa debolezza non si manifesti proprio ora su Gaza, inducendo Trump a riallinearsi ai voleri del suo partner storico Netanyahu e chiudendo lo spiraglio di pace che si è aperto due anni dopo il massacro del 7 ottobre.