✕

La passerella della destra

Raul Bova ad Atreju (ansa)

Ascolta l'audio

3 minuti di lettura

Ci dovrà pur essere un robusto motivo se, nell’arco di tre anni, la destra italiana non è stata in grado di produrre alcunché di significativo sul piano culturale. Non una rivista, non un saggio innovativo, non un romanzo che battesse inediti itinerari narrativi, non una tendenza artistica o i versi di un poeta originale: e nemmeno, che so?, una canzone che rompesse i modelli tradizionali del genere. E non, con quel po’ po’ di controllo sulla televisione pubblica, un solo programma di avanguardia o un solo film che rivelasse un promettente regista. Accade così che, proprio a conclusione di questo triennio, il contributo della destra al dibattito culturale sia rappresentato dalla polemica sulle opere di Corneliu Zelea Codreanu, il leader ultranazionalista e antisemita che insanguinò la Romania negli anni ’30 del secolo scorso, ospitate dalla fiera Più Libri più Liberi. E resta la malinconica sorte del film di Giulio Base, Albatross, molto amato dalla gioventù di estrema destra, che ha …

Ci dovrà pur essere un robusto motivo se, nell’arco di tre anni, la destra italiana non è stata in grado di produrre alcunché di significativo sul piano culturale. Non una rivista, non un saggio innovativo, non un romanzo che battesse inediti itinerari narrativi, non una tendenza artistica o i versi di un poeta originale: e nemmeno, che so?, una canzone che rompesse i modelli tradizionali del genere. E non, con quel po’ po’ di controllo sulla televisione pubblica, un solo programma di avanguardia o un solo film che rivelasse un promettente regista. Accade così che, proprio a conclusione di questo triennio, il contributo della destra al dibattito culturale sia rappresentato dalla polemica sulle opere di Corneliu Zelea Codreanu, il leader ultranazionalista e antisemita che insanguinò la Romania negli anni ’30 del secolo scorso, ospitate dalla fiera Più Libri più Liberi. E resta la malinconica sorte del film di Giulio Base, Albatross, molto amato dalla gioventù di estrema destra, che ha raccolto un numero di spettatori persino inferiore a quello di tante pellicole “di sinistra”, altrettanto generosamente finanziato con risorse pubbliche.

O, ancora, il tentativo di attualizzare il tema della “sostituzione etnica “proposto dal Piano Kalergi risalente agli anni ’20 del ’900. Tutto ciò evidenzia la singolare sterilità intellettuale e artistica della destra nazionale, che non sembra destinata a mutare in tempi brevi. Ma una simile aridità come si concilia col grande spettacolo di Atreju, la manifestazione di Fratelli d’Italia attualmente in corso a Roma?

Qui si deve riprendere la questione dell’egemonia culturale, di cui così spesso si parla, e altrettanto spesso lo si fa a sproposito. L’egemonia culturale, a prescindere dalla originaria interpretazione gramsciana, può esprimersi a livelli diversi. Un primo è quello dove il successo di Giorgia Meloni e del suo partito è particolarmente forte e tende a diffondersi e a irrobustirsi: e si manifesta come mentalità collettiva. Un orientamento emotivo e sentimentale, anche solo di superficie e provvisorio che, nelle scadenze elettorali, si fa scelta di voto. Su questo piano, l’egemonia dell’estrema destra italiana è incontestabile e non sembra conoscere cedimenti, si misura in consensi elettorali e sostiene le decisioni di governo in sede nazionale e locale.

Tale capacità di influenza che, va da sé, è cosa importantissima, non ha alcun bisogno di nutrirsi di una propria letteratura o di coerenti prodotti artistici. Si alimenta, piuttosto, delle condizioni di smarrimento in cui si trova una larga parte della società italiana, delle sue ansie e dei suoi incubi, le cui relazioni con la realtà fattuale, come insegnano le discipline della psiche, possono essere esili. Rispetto a ciò, Atreju rappresenta un’esibizione di forza e di potere: è la piazza dello struscio, dove si fa notare la propria presenza, il proprio abituccio nuovo e le frasi idiomatiche appena apprese grazie a Google Translate. Ci si trovano (quasi) tutti i meglio fichi del giornalismo e tutte, proprio tutte, le star e le mezze star del sistema televisivo. È il trionfo del carattere nazionale, quell’irresistibile pulsione a correre in soccorso del vincitore e quella smodata voglia di partecipare comunque ai festeggiamenti.

È qualcosa di istintuale, incresciosamente sottolineato da una certa tendenza allo sbracamento. D’altra parte, del vasto sistema della comunicazione come si articola nei diversi media, la destra sembra interessata a valorizzare l’aspetto di passerella di prestigio (“guarda c’è anche Francesco Facchinetti!”), o di occasione di proselitismo: sembra sfuggirle totalmente la questione di fondo che in quello stesso sistema si gioca. Ovvero il nazionalpopolare, qui inteso come l’insieme di gusti e stili di vita, preferenze e opzioni morali, consumi culturali e forme di intrattenimento, sintetizzati dall’apoteosi del Festival di Sanremo sin dall’era di Pippo Baudo e riprodotti dai suoi bravi emuli.

Questa dimensione nazionalpopolare si esprime innanzitutto come un umore e un orientamento — laico più per indifferenza, che per convinzione — e profondamente consumistico dove le trasgressioni sessuali e il travestitismo burlesque rappresentati sul palco dell’Ariston sono guardati con opaca benevolenza. Anche perché liofilizzati e, alla resa dei conti, disciplinati e commercializzati. Esattamente quanto manda su tutte le furie gli occhiuti censori della destra bacchettona. Ecco, in questo scarto, tra una mentalità diffusa, mondana e tollerante (più per menefreghismo che per liberalismo) risiede uno dei punti deboli della cultura di destra e della sua volontà di egemonia. Una mancata secolarizzazione che si manifesta, più in grande e più drammaticamente, su problematiche — penso al fine vita — che la società italiana sembra avere accolto ed elaborato. Non appaia troppo vertiginoso il passaggio da Rosa Chemical a Marco Cappato: la società italiana è estremamente più vasta e complicata e contraddittoria di quel 26% di votanti ottenuto da Fratelli d’Italia alle elezioni del 2022; e all’interno di quella stessa percentuale i movimenti ci sono, eccome (basti pensare al tema della Palestina). E il partito di Giorgia Meloni dovrà tenerne conto. Non bastano le blandizie di “zia Mara” (Venier) a rassicurare.

Leggi i commenti