«L’Europa è un gigante economico. Un nano politico. E un verme militare».
Nel 1991, Mark Eyskens, ministro degli esteri belga, sintetizzava così l’irrilevanza e la cecità del Vecchio Mondo. Era l’epoca della prima guerra del Golfo e delle guerre nella ex Jugoslavia. Ma agli europei sembrava non interessare. Preferivano essere spettatori inerti, anche se il nuovo ordine mondiale post Guerra Fredda si stava rivelando molto meno pacifico di quanto avevano sognato. L’anno dopo, Francis Fukuyama avrebbe pubblicato La fine della storia. Nella sbornia di entusiasmo seguita alla caduta del muro e alla dissoluzione dell’Urss, furono in tanti a credere che si trattasse del manifesto profetico per una nuova età dell’oro. Trionfo della liberaldemocrazia in tutto il mondo, fine della minaccia di guerra sul continente, pace perpetua assicurata. Le fosse comuni di Srebrenica sono ancora oggi un monumento alla fragilità di quell’illusione. Mentre migliaia di bosniaci venivano massacrati, mentre Sara…
«L’Europa è un gigante economico. Un nano politico. E un verme militare».
Nel 1991, Mark Eyskens, ministro degli esteri belga, sintetizzava così l’irrilevanza e la cecità del Vecchio Mondo. Era l’epoca della prima guerra del Golfo e delle guerre nella ex Jugoslavia. Ma agli europei sembrava non interessare. Preferivano essere spettatori inerti, anche se il nuovo ordine mondiale post Guerra Fredda si stava rivelando molto meno pacifico di quanto avevano sognato. L’anno dopo, Francis Fukuyama avrebbe pubblicato La fine della storia. Nella sbornia di entusiasmo seguita alla caduta del muro e alla dissoluzione dell’Urss, furono in tanti a credere che si trattasse del manifesto profetico per una nuova età dell’oro. Trionfo della liberaldemocrazia in tutto il mondo, fine della minaccia di guerra sul continente, pace perpetua assicurata. Le fosse comuni di Srebrenica sono ancora oggi un monumento alla fragilità di quell’illusione. Mentre migliaia di bosniaci venivano massacrati, mentre Sarajevo e Mostar venivano assediate e distrutte, a Londra e Berlino, a Roma e Parigi, si balbettava senza agire. I cannoni sparavano alle porte di casa, ma nessuno voleva ammettere che l’Europa unita avrebbe dovuto preoccuparsi anche di questo, se voleva avere un senso. Eyskens sarebbe rimasta una voce inascoltata. E, per trent’anni, quella vecchia aspirazione a essere qualcosa di più di un mercato comune per consumatori felici ha continuato a sbattere contro un muro di disinteresse.
L’appello di Serra: “L'Europa o si fa o siamo fregati. Tutti in piazza nel nome dei nostri valori"
Certo, progetti hanno continuato a susseguirsi, sigle a intrecciarsi. L’Unione europea occidentale (Ueo), la Politica estera comune (Pesc), i Gruppi da battaglia (Eubg), l’Agenzia di difesa (Eda), la politica di difesa comune (Psdc). Una giungla di esperimenti, programmi, procedure burocratiche. Accomunati tutti dal nascere all’insegna di grandi speranze e roboanti annunci di un nuovo esercito comune, e dal naufragare dopo qualche tempo nell’anonimato senza mai essersi nemmeno avvicinati alla creazione di uno strumento militare operativo. Non c’è da sorprendersi. Non sembrava necessario. Come ha scritto Pierre Haroche (Dans la forge du mond), per decenni la maggioranza degli europei ha coltivato con gioia il fatto di essere una provincia, protetta sostanzialmente dai soldi e dalle armi statunitensi. E a nessun politico è mai sembrato opportuno rischiare voti e carriera parlando ai propri elettori di questioni antipatiche come le spese militari.
Poi il mondo è cambiato. Noi storici discuteremo a lungo sul quando esattamente i leader dell’Unione hanno realizzato che la guerra non era più alle loro spalle, ma davanti a loro. Di certo, troppo tardi. Solo dal 2022, a Bruxelles come nelle capitali nazionali, si è cominciato a guardare davvero in faccia la realtà minacciosa di questa nuova era della forza bruta e «delle maniere cattive», per dirla con Trump. E ad attrezzarsi di conseguenza, riportando al centro del dibattito pubblico armi, eserciti, politica estera. Il problema è che sono ancora molti i cittadini europei a non essersi resi conto di vivere nell’era dei predatori. Certo, ci sono coloro a cui semplicemente democrazia, libertà e diritti sembrano interessare poco, e vorrebbero tornare a parlare con Putin. Come i sovranisti di varia natura, i leghisti del generale Vannacci. O Nicolas Dupont-Aignan, candidato alle presidenziali in Francia, secondo il quale è conveniente intrattenere relazioni fruttuose con un dittatore, e se per farlo bisogna sabotare sistematicamente ogni programma volto a rafforzare la difesa, non solo dell’Ucraina ma dell’Europa tutta, pazienza.
Ma c’è anche chi alla democrazia pare tenere sinceramente, però non vuole sentir parlare di riarmo francese, o tedesco, o italiano. Se proprio di armi si deve discutere, predica la necessità di puntare tutto su un «esercito europeo». Che oggi però non esiste. E che forse impiegherà molto tempo per essere creato.
Malauguratamente, di tempo non ce n’è più. Nello sfascio dell’Occidente, l’Europa è sola. Senza più alleati a proteggerla e a pensare alla sua sicurezza. Può contare solo sugli eserciti che ha già per difendersi. Soprattutto, non può più permettersi di rinviare ancora la scelta del proprio destino.