Tregua scaduta, rinnovata, in bilico: tra Iran e Stati Uniti è in corso un braccio di ferro, sui due temi-chiave di nucleare e Hormuz, che assomiglia in realtà a una guerra di attrito perché a essere protagoniste sono le vulnerabilità dei duellanti.
Il regime di Teheran è debole perché diviso al punto da apparire lacerato fra chi cerca e chi ostacola il negoziato con Washington. A voler trattare sono il capo del Parlamento Mohammed Bagher Ghalibaf, già guida della delegazione a Islamabad, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, favorevole alla riapertura dello Stretto di Hormuz, e il presidente Masoud Pezeshkian, che ha criticato gli attacchi contro i Paesi vicini. Con questi tre leader dello Stato iraniano trattano gli americani, sullo sfondo di un ruolo non dichiarato di più Paesi europei — incluse Germania e Svizzera — con accesso a Teheran. Sul fronte opposto ci sono i Guardiani della rivoluzione, guidati da Ahmad Vahidi, titolari dei programmi nucleari e balistici, artefici del …
Tregua scaduta, rinnovata, in bilico: tra Iran e Stati Uniti è in corso un braccio di ferro, sui due temi-chiave di nucleare e Hormuz, che assomiglia in realtà a una guerra di attrito perché a essere protagoniste sono le vulnerabilità dei duellanti.
Il regime di Teheran è debole perché diviso al punto da apparire lacerato fra chi cerca e chi ostacola il negoziato con Washington. A voler trattare sono il capo del Parlamento Mohammed Bagher Ghalibaf, già guida della delegazione a Islamabad, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, favorevole alla riapertura dello Stretto di Hormuz, e il presidente Masoud Pezeshkian, che ha criticato gli attacchi contro i Paesi vicini. Con questi tre leader dello Stato iraniano trattano gli americani, sullo sfondo di un ruolo non dichiarato di più Paesi europei — incluse Germania e Svizzera — con accesso a Teheran. Sul fronte opposto ci sono i Guardiani della rivoluzione, guidati da Ahmad Vahidi, titolari dei programmi nucleari e balistici, artefici del blocco di Hormuz, gestori dei maggiori poteri economici e fedeli solo alla Guida Suprema Mojtaba Khamenei che, gravemente ferito in un ospedale di Qom, non può decidere nulla lasciando tutto il potere nelle mani del suddetto Vahidi. Ovvero, di un generale fedelissimo della teocrazia ricercato in Argentina per la complicità nell’attentato che distrusse nel 1994 il Centro ebraico di Buenos Aires “Amia” causando 85 vittime e oltre 300 feriti.
È dalla fine degli anni Novanta, quando il presidente era Mohammed Khatami e la Guida Suprema Ali Khamenei, che Teheran si presenta come teatro di scontro fra “riformisti” e “conservatori”: impossibile sapere se ciò che sta avvenendo oggi sia l’estrema versione di tale copione ma possono esserci pochi dubbi sul fatto che i Guardiani della rivoluzione dimostrano di avere l’Iran nelle loro mani. Non solo perché sono le loro barche ad attaccare le navi attorno ad Hormuz — ieri ne hanno colpite due — ma anche perché i media locali diffondono i loro comunicati per far conoscere le posizioni contrarie a concessioni sull’arricchimento dell’uranio così come in difesa del blocco di Hormuz. Nulla da sorprendersi se, in tale atmosfera, il tamtam degli sceicchi nel Golfo arriva a suggerire che i pasdaran abbiano già messo in atto un colpo di mano silenzioso nei palazzi del potere a Teheran, ridimensionando il ruolo di Pezeshkian, Araghchi e Ghalibaf.
La Casa Bianca attribuisce a tali “divisioni nel governo a Teheran” la mancata ripresa dei negoziati a Islamabad e chiede per questo all’Iran di presentare una “proposta condivisa”, sottolineando a più riprese, il ruolo di Ghalibaf come anche i pesanti danni economici che l’Iran subisce dal contro-blocco navale Usa, al fine di imputarne la responsabilità ai Guardiani della rivoluzione.
Ma anche il presidente americano Donald Trump appare vulnerabile. Minacciare la ripresa degli attacchi senza farlo è, nel linguaggio del Medio Oriente, una manifesta debolezza che proprio i pasdaran esaltano con un video realizzato con l’intelligenza artificiale per beffeggiare il presidente Usa. Trump inoltre è alle prese con un costo della benzina in crescita negli Usa con il conseguente aumento generalizzato dei prezzi che complica una campagna per il voto di Midterm in novembre — per il rinnovo parziale del Congresso — già in salita per il partito repubblicano. Per non parlare di una popolarità del presidente scesa al 32 per cento, talmente in basso da evocare il precedente assai negativo del democratico Jimmy Carter, travolto proprio dagli errori in Iran.
La sovrapposizione fra le opposte debolezze spiega perché Trump ha fretta di chiudere il conflitto con un risultato positivo comprensibile dagli americani così come i Guardiani della rivoluzione non vogliono accelerare i tempi perché puntano all’umiliazione della Casa Bianca per rilegittimarsi alla guida di un regime basato sulla repressione di oppositori, donne e libertà civili. È la dinamica di una guerra di attrito che può portare alla ripresa del conflitto come anche alla sua interruzione perché siamo in Medio Oriente dove ogni scenario non può essere scartato. A cominciare dall’uso delle tregue ripetute per generare periodi di stabilità: come avvenne dopo le guerre araboisraeliane del 1948 e del 1973 ma anche, a ben vedere, come sta avvenendo nella Striscia Gaza dall’indomani della liberazione degli ostaggi israeliani da parte di Hamas.
È questo bilico fra tregua prolungata e ripresa delle ostilità che aiuta a comprendere gli eventi in Libano ed Iraq, due teatri regionali dove le milizie paramilitari filoiraniane da anni tengono in scacco i rispettivi governi. In Libano, gli Usa tentano di mediare un’intesa Beirut-Gerusalemme per arrivare a un accordo di pace che includa il disarmo di Hezbollah mentre in Iraq esercitano pressioni su Baghdad affinché ridimensioni il potere di Kataib Hezbollah. Insomma, la Casa Bianca vuole privare Teheran della capacità di operare militarmente in Libano e Iraq. Forse per questo la contromossa dei Guardiani della rivoluzione è stata ordinare agli Houthi yemeniti, anch’essi loro emanazione, di riprendere a combattere: minacciando il blocco del traffico nel Mar Rosso.