Dopo 1.292 giorni di governo Meloni, e dopo le dimissioni del sottosegretario Vittorio Sgarbi e quelle del ministro Gennaro Sangiuliano e, ancora, i tormenti dell’attuale ministro Alessandro Giuli, ecco finalmente una manifestazione inequivoca dell’egemonia culturale, sempre perseguita e sempre negata, della destra italiana. Mi riferisco alla partecipazione di Sal Da Vinci all’Eurovision, la competizione musicale internazionale iniziata a Vienna.
Da buon patriota mi auguro, va da sé, che il nostro artista possa vincere, ma già la sua presenza su quel palco è un segnale della riscossa nazionale. Non più musicisti fricchettoni e pro Pal, comunisti mascherati da ecologisti e da umanitaristi, stranieri di seconda generazione chiamati a rappresentare l’Italia e cantanti (di sesso femminile, addirittura!) che interpretano testi a dir poco licenziosi. Nulla di tutto questo: e nemmeno quello sfigato di Povia («Luca era gay e adesso sta con lei») che il trionfo della destra, per bizzarra eter…
Dopo 1.292 giorni di governo Meloni, e dopo le dimissioni del sottosegretario Vittorio Sgarbi e quelle del ministro Gennaro Sangiuliano e, ancora, i tormenti dell’attuale ministro Alessandro Giuli, ecco finalmente una manifestazione inequivoca dell’egemonia culturale, sempre perseguita e sempre negata, della destra italiana. Mi riferisco alla partecipazione di Sal Da Vinci all’Eurovision, la competizione musicale internazionale iniziata a Vienna.
Da buon patriota mi auguro, va da sé, che il nostro artista possa vincere, ma già la sua presenza su quel palco è un segnale della riscossa nazionale. Non più musicisti fricchettoni e pro Pal, comunisti mascherati da ecologisti e da umanitaristi, stranieri di seconda generazione chiamati a rappresentare l’Italia e cantanti (di sesso femminile, addirittura!) che interpretano testi a dir poco licenziosi. Nulla di tutto questo: e nemmeno quello sfigato di Povia («Luca era gay e adesso sta con lei») che il trionfo della destra, per bizzarra eterogenesi dei fini, sembra aver affossato.
Ora c’è Sal Da Vinci e la sua Per sempre sì che, in un paese dove il numero dei matrimoni religiosi supera di poco il 35% del totale, celebra le nozze «davanti a Dio». Ma dietro e sotto tutto questo c’è qualcosa di terribilmente serio e che non è riducibile, come vorrebbe la dogmatica marxiana, a mera sovrastruttura. All’opposto, dallo scontro all’ultimo sangue e all’ultimo calembour tra Alessandro Giuli e il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, emerge una acutissima contraddizione che attraversa l’intera destra.
Sul piano personale, conosco appena un po’ Giuli e per niente Buttafuoco. In un paio di circostanze il primo mi chiese, con senso di partecipazione, di metterlo in contatto con due persone vittime di gravi violazioni dei diritti fondamentali, di cui intendeva affermare le ragioni; del secondo conosco solo quello che negli anni ha scritto. Ma so qualcosa di entrambi, che rimanda alla loro formazione politica.
Provengono tutt’e due dall’estrema destra radicale. Ribadisco: dall’estrema destra che più radicale non si può, ed entrambi, attraverso un lungo tirocinio, sono arrivati alle posizioni politicamente moderate di oggi. Un processo che non mi è affatto sconosciuto, per come riguarda anche alcuni settori della sinistra con i quali ho familiarità.
Giuli ha piegato la sua cultura originaria a una prospettiva conservatrice che presenta alcuni tratti liberali; Buttafuoco l’ha indirizzata verso una dimensione fantastica post-moderna. Il ministro della Cultura intende tutelare, all’interno della contemporaneità, tracce e simboli e vestigia della tradizione; il presidente della Biennale immagina un mondo senza tempo, senza storia, senza ideologia.
D’altra parte il primo è un uomo di governo che, in quanto tale, deve tener conto delle strategie politiche e delle relazioni internazionali, dei compromessi di coalizione e dei clientes che assediano gli uffici ministeriali. Il secondo intende fare della sua Biennale una macchina celibe che lasci un segno, ma nessuna eredità. Giuli, prima di addormentarsi guardando il film Le città di pianura, legge Nelle tempeste d’acciaio di Ernst Jünger, mentre Buttafuoco sfoglia Prima dell’alba di Henri Thomasson, pubblicato da L’Ottava e dà uno sguardo al film State funeral del regista ucraino Sergei Loznitsa sulle esequie di Stalin.
Insomma, sembrano simili, ma in realtà li divide un abisso. Li unisce, tuttavia, un dato drammatico: nessuno dei due può fare qualcosa di buono per l’istituzione che dirige. La loro impoliticità (caratteriale in Giuli, vezzeggiata in Buttafuoco) li rende totalmente inefficaci e segnala qualcosa di molto simile a una dichiarazione di fallimento della politica culturale della destra.
Il ministro della Cultura ha espresso, a proposito del padiglione russo alla Biennale, una difficile, ragionevole posizione, ma non è stato capace di argomentarla. Ha ottenuto, così, l’indifferenza di un’opinione pubblica «stanca di guerra» come Teresa Batista, e l’ostilità delle élite intellettuali che hanno scoperto, giusto all’ora del tè, l’importanza della libertà della cultura e di una degna accoglienza per gli intellettuali russi di regime.
Ma, più in generale, a cosa si deve la bancarotta della politica culturale del governo? C’è una ragione tutta soggettiva ma, non per questo, da archiviare come un dettaglio privato. Ministero della Cultura e Biennale sono stati e sono due formidabili vernissage per il narcisismo degli uomini di potere. Non che i precedenti ministri della Cultura, appartenenti al centrosinistra, o i precedenti presidenti di Biennale, ne fossero immuni, figuriamoci. Ma lì interveniva la politica a controllare le incontinenze egotiche e a indirizzare l’attività di quelle istituzioni, mentre nei casi attuali la politica sembra qualcosa di indegno rispetto alle ambizioni intellettuali di Giuli e di Buttafuoco.
E, tuttavia, la ragione più profonda sta altrove. Su temi come sicurezza e immigrazione, e non solo, la destra già esercita una potente e vischiosa egemonia culturale; ma affinché, dopo un secolo di quasi sterilità intellettuale, questa destra sia in grado di orientare la mentalità collettiva rispetto al senso del bello, al piacere dell’arte, alla percezione estetica e al sentimento della creatività della natura e dell’opera umana, sono necessari ancora tempo e fatica. La traversata del deserto è appena agli inizi.