Il problema non è la disobbedienza, è l’obbedienza. Dei leader, dei popoli. Talvolta la nostra di cittadini un tempo attenti, reattivi, che con sempre maggior fatica assistiamo all’incessante tragico spettacolo quotidiano, trenta notifiche al giorno sul cellulare: un altro bambino mutilato in lacrime, cinquantasette annegati, una cattedrale dell’anno Mille distrutta, una fila di profughi in fuga mitragliata da un aereo drone, due italiani detenuti illegalmente, si spera in uno scambio di prigionieri, una fabbrica multinazionale che lascia a casa tremila persone, un ghiacciaio che si è sciolto, un incendio che è divampato in un locale, quante vittime? Italiani? Ma attenzione. Ecco i due leader dei due Grandi Paesi Democratici che si mandano a stendere reciprocamente, sui social. Mi fai pena, mi hai offeso, sei in declino di popolarità, ci sarai tu. Specchio due volte specchio, si diceva da piccoli a ricreazione. Nemmeno questo ci basta a dire basta. Siamo qui ad analizzare le ragioni p…
Il problema non è la disobbedienza, è l’obbedienza. Dei leader, dei popoli. Talvolta la nostra di cittadini un tempo attenti, reattivi, che con sempre maggior fatica assistiamo all’incessante tragico spettacolo quotidiano, trenta notifiche al giorno sul cellulare: un altro bambino mutilato in lacrime, cinquantasette annegati, una cattedrale dell’anno Mille distrutta, una fila di profughi in fuga mitragliata da un aereo drone, due italiani detenuti illegalmente, si spera in uno scambio di prigionieri, una fabbrica multinazionale che lascia a casa tremila persone, un ghiacciaio che si è sciolto, un incendio che è divampato in un locale, quante vittime? Italiani? Ma attenzione. Ecco i due leader dei due Grandi Paesi Democratici che si mandano a stendere reciprocamente, sui social. Mi fai pena, mi hai offeso, sei in declino di popolarità, ci sarai tu. Specchio due volte specchio, si diceva da piccoli a ricreazione. Nemmeno questo ci basta a dire basta. Siamo qui ad analizzare le ragioni profonde della lite da asilo Mariuccia tra Trump e Meloni come se fosse normale che due Presidenti si dicano non sono più tuo amico in favore di cellulare perché lo è: è diventato normale. Miliardi di persone ad assistere allo show. Si apra il dibattito. Eh, certo. Però lei aveva il ditino alzato in quel video, avete visto? Eh sì, gli ha negato l’uso delle basi, e poi ha difeso il Papa. Tosta. Lui un po’ misogino, forse? Forse. Ma Melania lo ama o ci sta per interesse? Lui ha un carattere peculiare, no? Beh, certo. Diciamo pure che è una persona fortemente disturbata. Persino la nipote, che fa la psicologa e lo conosce dalle cene di Natale fin da piccola, sostiene che lo zio abbia “disturbi psichiatrici non curati da decenni e peggiorati col tempo, un declino cognitivo”. Non era una diagnosi difficile da fare, parecchi lo hanno riconosciuto all’istante. Denigrati, tuttavia, come “rosiconi” e “perdenti” da coloro, moltissimi e tronfi, che volevano dargli il Nobel, Meloni compresa.
Ora però. Non mi farei distrarre dagli attori sul palco. Volterei le spalle e osserverei la platea. Il problema non sono Meloni in sé, Vannacci in sé, sono Meloni e Vannacci in me (libera variazione di Giorgio Gaber, a proposito di Berlusconi, ma forse citazione da Gaber a sua volta ripresa dall’amico Gian Piero Alloisio: specifico per i cultori della materia). Il problema non è Trump, è chi lo vota. Esiste anche difatti Pinuccio il matto, in ogni borgo ce n’è uno, ma la comunità di elettori in genere non gli affida il governo del paese. Non ancora, per lo meno. Più che altro c’’è da ragionare, per provare a porvi rimedio con il moltissimo tempo che servirà, sul fatto che l’obbedienza sia la postura suggerita con successo, dato che più comoda della disobbedienza. Di fronte al narcisismo ormai parodia di se stesso, alla misoginia patologica, al disturbo psichico evidente mi domanderei come mai milioni di elettori non ne ravvisino il pericolo. Lo stesso vale per le pulsioni neonaziste di tanti leader europei, per il neofascismo nostrano e per il manganello italico del generale che piace. L’incapacità di discernere, direi tecnica, tra una persona affidabile di cui fidarsi e a cui, appunto, affidarsi e un fanfarone, un nostalgico del Duce, un’incompetente e via declinando deficit, uomini e donne in questo caso è uguale.
Ci sarebbe da dire del declino cognitivo collettivo, nel tempo più povero di sapere condiviso da che noi umani tuttora in vita abbiamo memoria, un tempo in cui si discute giorni e giorni su un sentito dire, un titolo inesatto ma perentoriamente riferito, una frase detta a voce e riportata non sappiamo esattamente da chi, un reel. C’era un tempo — non il Medioevo, trent’anni fa — nel quale per commentare un libro dovevi averlo letto, per riferire un discorso dovevi averlo ascoltato, per discutere una posizione politica dovevi aver studiato gli atti scritti, pagine e pagine di relazioni congressuali. C’era, ve lo giuro. Era molto faticoso ma il rischio di sbagliare era ridotto. Sempre possibile, ma meno. Se traducevi da una lingua straniera dovevi conoscerla nelle sue sfumature gergali e idiomatiche, oppure domandare a sapeva farlo e non era ChatGpt, di cui oggi persino il Papa si occupa con preoccupazione, una domanda facciamocela.
Chiedere a chi sa è la conseguenza della teoria evolutiva del bastone, lo scarto di specie che conduce dalla scimmia all’uomo. C’è un momento in cui lo scimpanzé usa un bastone per avvicinare qualcosa che galleggia nel fiume, cioè concepisce uno strumento, un utensile: qualcosa che serve per fare quello che tu non puoi fare. Un utensile umano è chi sa quello che tu non sai. La competenza. Senza competenza chiunque potrebbe fare qualsiasi cosa: un’operazione a cuore aperto, un sistema idrico, una cattedrale, la guida di un governo. Difatti. Viviamo nel declino delle competenze, dunque della specie. Siamo stati cullati nella demagogica convinzione che la democrazia consista nell’essere tutti uguali al grado zero della conoscenza. Basta uno smartphone e sei top, chiedi consiglio all’Ia. Pagando hai servizi migliori, fai l’upgrade. Certo che nell’ignoranza assoluta siamo uguali. Meglio sarebbe però l’uguaglianza al grado cento: istruzione per tutti. Ma è più difficile, più faticoso, conviene piuttosto sostenere che non occorre aver studiato per fare il ministro dei Trasporti, può farlo chiunque, cosa sarebbe questa concezione elitaria del sapere? Come se sapere fosse privilegio e non fatica. Ma no: basta essere furbi e svelti e difatti, ecco i risultati.
Meloni paga i suoi no (tardivi, inevitabili) all’uso delle basi aeree italiane? Anche Craxi disse no a Reagan. Ma c’era la politica, allora, c’erano le diplomazie che sono un lavoro complesso, un’architrave degli Stati. Oggi abbiamo l’inviato speciale Paolo Zampolli, quello che ha presentato Melania a Donald in circostanze che più le imparo più le disimparo. Di qua abbiamo Tajani. Non c’è molto altro da dire.
Rileggo un bellissimo libro di Frederic Gros, Disobbedire. Il vero problema non è capire chi si ribella ma chi non lo fa, o non lo fa più, non abbastanza. Le ragioni per smettere di accettare l’attuale stato di cose sarebbero una litania di disastri. Eppure non succede nulla, quasi nulla. Siamo spettatori. Dissentire, disobbedire, oggi, non è più nemmeno un gesto politico: è una pura dichiarazione di umanità.