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The Wargame e la paura reale

Un'esercitazione militare in Inghilterra (afp)
La minaccia della guerra sembra sempre più imminente. Almeno a giudicare da quanti spettatori hanno visto la serie tv che racconta un conflitto tra Russia e Regno Unito. Con toni fin troppo verosimili
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«Saremo preparati, ma non in preda al panico. Guarderemo in faccia la realtà, senza perdere la calma. E difenderemo senza esitazioni i nostri cittadini e i nostri alleati». No, non è Winston Churchill che arringa la Camera dei Comuni nel maggio 1940, annunciando la disfatta in Francia e l’ora più buia della Gran Bretagna. Ma quando Andy Burnham, il nuovo primo ministro laburista, ha pronunciato queste parole davanti all’assemblea generale delle Nazioni Unite, il 22 settembre, un pensiero al suo antico, ironico e aristocratico predecessore probabilmente lo ha riservato. Entrambi, in fondo, si sono ritrovati a parlare a un Paese spaventato.

New York, 22 settembre: l'intervento di Andy Burnham all'Assemblea generale dell'Onu 

Certo, Burnham non deve pensare a difendere le spiagge da un’invasione tedesca. Ma la minaccia della guerra lui e i suoi concittadini la sentono sempre più imminente. Alm…

«Saremo preparati, ma non in preda al panico. Guarderemo in faccia la realtà, senza perdere la calma. E difenderemo senza esitazioni i nostri cittadini e i nostri alleati». No, non è Winston Churchill che arringa la Camera dei Comuni nel maggio 1940, annunciando la disfatta in Francia e l’ora più buia della Gran Bretagna. Ma quando Andy Burnham, il nuovo primo ministro laburista, ha pronunciato queste parole davanti all’assemblea generale delle Nazioni Unite, il 22 settembre, un pensiero al suo antico, ironico e aristocratico predecessore probabilmente lo ha riservato. Entrambi, in fondo, si sono ritrovati a parlare a un Paese spaventato.

New York, 22 settembre: l'intervento di Andy Burnham all'Assemblea generale dell'Onu 

Certo, Burnham non deve pensare a difendere le spiagge da un’invasione tedesca. Ma la minaccia della guerra lui e i suoi concittadini la sentono sempre più imminente. Almeno a giudicare dalla quantità di spettatori che, quel 22 settembre, si sono collegati per la messa in onda di The Wargame, la serie docu-fiction ambientata nel 2027 che racconta un conflitto aperto tra Russia e Regno Unito. Con toni fin troppo realistici, hanno commentato in tanti. Angosciati dallo sconvolgente ma non del tutto improbabile scenario di un Paese aggredito alla fine di una logorante escalation di minacce e sabotaggi, disarmato, isolato. E abbandonato dal vecchio alleato americano che si rifiuta di morire per Londra.

«La Nato è morta oggi», dice uno dei protagonisti. Evocando lo spettro che si aggira per l’Europa. Cosa succede se Putin attacca un solo paese dell’Alleanza, magari con un’azione limitata? Si scatena una guerra o si abbandona la coalizione per paura e convenienza, preparandosi poi a restare indifesi?

Nella (relativa) finzione della tv, gli inglesi scoprono che a combattere al loro fianco sono rimasti gli scandinavi e i baltici. Un altro dettaglio verosimile. Fin dal 2022 sono stati loro a prendere più sul serio la minaccia del neoimperialismo di Putin. Le piccole Estonia, Lettonia e Lituania, che del dominio russo hanno un ricordo non troppo positivo. E i poco bellicosi scandinavi. In pace per vocazione, amici di tutti. Ma decisi a tenersi strette libertà e indipendenza, tanto da buttare alle ortiche una neutralità che durava, come in Svezia, da più di duecento anni. Per prepararsi a una guerra di difesa che nessuno vuole, ma che a vivere a un tiro di schioppo da San Pietroburgo (o da Kaliningrad) nessuno si sente più di escludere.

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Poco inclini all’ottimismo di chi continua a ripetere che Putin ha le sue ragioni, gli europei del nord sono stati tra i primi non solo a ricostituire eserciti e arsenali, ma anche a decidere che i cittadini dovevano essere preparati al pericolo. E coinvolti nelle scelte vitali. Chi ha inviato a ogni famiglia opuscoli con le istruzioni su come comportarsi in caso di bombardamento o invasione, chi (come il governo danese) ha diramato indicazioni sulle scorte da tenere in casa per sopravvivere. Chi ha deciso di costituire unità di crisi con piani strategici da rendere poi pubblici in nome del diritto degli elettori di sapere. Persino il poderoso Operationsplan Deutschland dei tedeschi è stato divulgato in parte, in nome della trasparenza.

Comunque la si sia organizzata, questa mobilitazione totale è stata vissuta non solo all’ombra dell’emergenza, ma anche sotto il segno di un’enorme consapevolezza democratica. Salvarsi sarà possibile solo agendo tutti insieme, ha ricordato il presidente finlandese Stubb. Cittadini liberi che si preoccupano di proteggere libere democrazie.

Il problema è che non tutti gli europei paiono persuasi di questa necessità. Lontani dalla frontiera dell’est, dalle minacce delle incursioni e dei sabotaggi dei droni russi, molti vivono ancora in quella negazione della realtà che lo storico francese Stephane Audoin-Rouzeau ha chiamato notre déni de la guerre, il rifiuto di ammettere che la guerra è tornata nelle nostre vite.

E l’Italia ne è un buon esempio. Con i suoi rappresentanti eletti che non si preoccupano di discutere cosa fare in caso di emergenza. Che, da Giuseppe Conte a Roberto Vannacci, inveiscono contro il riarmo. Ma non pensano che sarebbe invece meglio condividere con i cittadini le decisioni sulla sicurezza del Paese. E i piani per difenderlo, se ci sono. Che, come alcuni esponenti del Pd, invocano difese alternative, o disarmate. Ma non parlano mai di deterrenza o strategia.

Sì, usare la parola guerra è brutto. Fa perdere consensi e forse voti. Ma quanto sarebbe bello, anche nel Bel Paese, avere una volta tanto un aspirante leader che vuole guardare in faccia la realtà. E che ha il coraggio di parlarne.

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