Cronaca

'Ndrangheta Scalea, il consigliere minacciato.
"Non devi parlare, o sono lacrime e sangue"

Dall'inchiesta sul comune in provincia di Cosenza emerge tra l'altro la vicenda di Mauro Campilongo che denunciava apertamente il patto tra boss e politici. Volevano costringerlo alle dimissioni rivelando, anche alla magistratura, un suo abuso edilizio

2 minuti di lettura
SCALEA (Cosenza) - "Tu della mia concessione non devi più parlare, vedi che altrimenti la tua famiglia verserà lacrime e sangue, perché tu sai che non sono io il beneficiario". La 'ndrangheta quel consigliere d'opposizione non lo sopportava. Mauro Campilongo parlava assai. E parlava in pubblico, durante i consigli comunali di Scalea. Parlava e faceva nomi e cognomi, diceva che in quell'affare c'erano gli interessi dell'assessore e del sindaco, e che entrambi erano legati ai mafiosi del paese. Per questo andava colpito, prima avvertito e poi colpito. Con ogni mezzo. La cosca Valente, gli aveva mandato un suo prestanome per mettere in chiaro che "non doveva parlare più". Altrimenti "lacrime e sangue". Il braccio politico del clan si sarebbe mosso su un altro fronte per "costringerlo alle dimissioni". Se ne doveva andare. Con le buone o con le cattive. Il sindaco Pasquale Basile e alcuni dei suoi reggipanza in giunta, avevano scoperto un suo abuso edilizio. E gli avevano fatto sapere che se non si fosse dimesso immediatamente lo avrebbero prima "sputtanato" e poi denunciato alla Procura della Repubblica. Ma quello niente, Campilongo non ha mollato. Anzi è andato dai carabinieri e ha raccontato tutto.
I boss erano interessati all'appalto per la concessioni di aree del demanio marittimo. I frangivento, come li chiamano da queste parti, dovevano finire nelle mani dei Valente-Stummo. Si trattava di capire solo quale delle due famiglie avrebbe gestito direttamente l'affare. I capi Pietro Valente e Mario Stummo, avevano iniziato a trattare tra di loro, avevano dettato le regole ai rispettivi politici di riferimento. Sindaco e giunta in una certa fase si trovarono perfino a dover mediare tra le parti. I boss avevano fame.

In un primo momento, l'amministrazione comunale di Scalea decise di affidare direttamente un'area demaniale a una persona indicata da Valente. Nel consiglio comunale successivo Campilongo si mette a polemizzare pubblicamente in aula. Denuncia l'abuso e il Comune è costretto a revocare la delibera. Si opta per un bando cucito su misura, ma Valente viene arrestato e gli Stummo si fanno sotto per rimettere tutto in discussione. Tornato libero, il boss riparte alla carica e ottiene un sostanziale annullamento del bando. E un pandemonio, il tutto mentre sullo sfondo quel consigliere d'opposizione continua a scrivere e parlare in aula, a far fare titoli sui giornali. Così si decide di costringerlo alle dimissioni prima con le buone, poi minacciando una denuncia per abuso edilizio. Il sindaco Basile gli manda a casa i vigili urbani il giorno prima del consiglio comunale. L'idea è quella di attaccarlo pubblicamente in aula, di tirar fuori gli scheletri dall'armadio "del finto moralista". Contemporaneamente parte una denuncia alla Procura di Paola. Tra boss che minacciano di morte e politici che impugnano l'arma della legge come una clava, non si capisce chi è peggio. Campilongo però non molla. E oggi, politici e mafiosi sono in galera.